Gaza. Ultima chiamata per la libertà

di Cecilia Dalla Negra

illustrazione di Anke Feuchtenberger

 

L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante”
Mahmoud Darwish

All’epoca, lo chiamarono “Piano per il disimpegno”. Era l’agosto del 2005, e l’allora primo ministro Ariel Sharon ordinava il ritiro unilaterale di 21 colonie israeliane dalla Striscia di Gaza, occupata militarmente nel 1967 in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. E’ probabilmente da qui che occorre ripartire per comprendere cosa siano stati questi 13 anni a Gaza, di cui 11 in condizione di assedio totale. Da quando quel “falco”, salito agli onori delle cronache militari per il pugno duro sempre utilizzato contro i palestinesi, considerato tra i responsabili del massacro di Sabra e Chatila del 1982, decideva che gli oltre 7.000 coloni di Gaza, protetti da altrettanti militari, andavano portati altrove. Un destino diverso rispetto ad altri territori occupati quello riservato ad un frammento sulla mappa che, di lì a poco, sarebbe divenuto la più grande prigione a cielo aperto del mondo. I giornali, in quell’agosto, titolarono usando parole entusiaste. Si parlò di “gesto di coraggio”; di volontà, da parte della leadership israeliana, di avviare quel tanto atteso ritiro dai territori illegalmente occupati, tornando ad un tavolo di trattative rimasto sospeso nella storia. In tanti parlarono di “inizio della pace”. In pochi riconobbero che si trattava, piuttosto, dell’inizio della fine per la Striscia di Gaza.

Sarà infatti con il ritiro delle colonie che si potrà aprire una nuova stagione, fatta di offensive durissime, bombardamenti a tappeto, utilizzo di armi chimiche, sperimentazione di tecniche di oppressione da parte dei governi israeliani, che utilizzeranno la Striscia e la sua gente come un laboratorio vivente e sempre aperto per testare nuove strategie repressive. I governi israeliani che negli anni si succederanno, avranno colori e posizioni politiche diverse. Sempre, però, troveranno nel sistematico tentativo di annientamento della popolazione di Gaza un minimo comune denominatore che finirà per annichilire la già residuale opposizione interna israeliana. Gaza, negli anni, si farà paradigma intorno al quale costruire consenso, valvola di sfogo controllata per ogni afflato di resistenza.

Ritirare i propri cittadini dalla Striscia, in altre parole, significherà per l’amministrazione israeliana non doversi più fare carico della loro incolumità. Non investire nella loro sicurezza, lasciando aperto il campo a qualsiasi genere di offensiva militare e di misura di punizione collettiva esercitata attraverso lo strangolamento – fisico, militare, politico ed economico – di Gaza. Significherà anche lasciarla scivolare nel dimenticatoio delle trattative negoziali, confinarla agli angoli delle rivendicazioni della stessa leadership palestinese. Renderla, nel frattempo, un carcere a cielo aperto nel quale confinare i prigionieri politici scomodi. E il luogo ideale in cui lasciare che il radicalismo di Hamas trovi sfogo, eserciti una retorica in fin dei conti innocua, le cui conseguenze saranno sempre monitorate e controllate dal cielo, dalla terra e dal mare.

Quella di Sharon sarà un’evacuazione solo di facciata. La presenza israeliana permarrà, rendendosi solo meno visibile. Israele continuerà a mantenere il controllo “in remoto” del territorio, gestendone i valichi, assediandone le coste. L’aeroporto, chiuso nel 2000, verrà distrutto l’anno seguente e mai più ricostruito. Lo spazio aereo verrà occupato dai droni. E se già dall’inizio degli anni Novanta Israele aveva avviato una graduale ma progressiva riduzione delle autorizzazioni concesse ai palestinesi per spostarsi tra Gaza e la Cisgiordania, nel 2005 verranno cancellati tutti i permessi di lavoro su territorio israeliano prima garantiti. Si riserverà infine il diritto, in caso di necessità, di avviare operazioni militari nella Striscia che, in breve, verrà completamente isolata dal mondo, dimenticata.

***

Per comprendere il disegno di Sharon e le sue conseguenze in questo decennio, è utile richiamare alla mente il delicatissimo contesto in cui il “Piano per il disimpegno” si inserisce. Sono i primi anni Duemila, e la Seconda Intifada si è appena conclusa. E’ stata una stagione durissima e sanguinosa, per la quale la popolazione palestinese ha pagato un prezzo altissimo. Israele, di contro, ha scoperto la propria vulnerabilità di fronte a una resistenza diversa rispetto a quella conosciuta, più militarizzata, meno prevedibile. E’ la fase – breve ma intensa – degli attacchi suicidi contro obiettivi civili, che colpiscono in più di un’occasione la società israeliana. E’ l’Intifada firmata da Hamas, che occorre stroncare sul nascere. Mentre però con la mano sinistra Sharon promette distensione, guadagnandosi i consensi internazionali, con la destra avvia la costruzione del Muro di apartheid. Un Muro venduto al mondo come “barriera di separazione”, necessaria forma di protezione per una popolazione che viene disegnata, allora, come vittima della declinazione locale del terrorismo islamico globale, sullo sfondo delle cronache che dall’11 settembre 2001 arrivano sino alle invasioni di Afghanistan e Iraq.

Il colpo di grazia arriva però tra il 2006 e il 2007, quando la contesa intorno alle elezioni politiche palestinesi si fa guerra fratricida tra fazioni: lo scontro tra Hamas e Al-Fatah da politico diviene militare, e culmina nella Battaglia di Gaza dell’estate 2007. Le elezioni vinte da Hamas sono il segnale di un malcontento diffuso, espresso da una popolazione stanca di fallimenti, che ha perso fiducia nella sua leadership. Arriva dopo la disfatta di Oslo e la repressione della Seconda Intifada. Il successo, però, non viene riconosciuto: Israele e la comunità internazionale non riconoscono la legittimità del voto e impongono pesanti sanzioni. Il rubinetto dei fondi internazionali, che aveva consentito a Gaza l’ossigeno necessario per sopravvivere, si chiude. Ad aprirsi è una stagione di guerra intra-palestinese, che culminerà con un ulteriore e strumentale frazionamento del fronte di resistenza all’occupazione israeliana.

Per Israele, si tratta di un’ulteriore occasione per stringere ancora di più il cappio intorno al collo della Striscia: al blocco politico si aggiunge quello economico, con il divieto di esportazione e importazione da e verso Gaza. La corrente elettrica viene erogata con pesanti limitazioni, incidendo negativamente sull’operatività di industrie, fabbriche, ospedali. Divieti e restrizioni che nel giro di pochissimo tempo mettono in ginocchio il comparto industriale della Striscia, riducono alla fame agricoltori e pescatori, fanno precipitare i livelli di occupazione rendendo inesorabilmente dipendente la popolazione dagli aiuti umanitari. Viene inoltre definitivamente applicata la dottrina della “politica di separazione”: nessun contatto sarà possibile, da questo momento in poi, tra la popolazione palestinese di Gaza e quella residente negli altri territori occupati, che vengono di fatto resi due enclave non comunicanti, entrambe controllate – seppure con strumenti diversi – da Israele. Un rigidissimo sistema di permessi decide chi può uscire e chi può entrare nella Striscia, regolando la vita di oltre 1 milione e 800 mila persone segregate in poco più di 360 chilometri quadrati.

Da questo momento in poi, le offensive militari israeliane contro la Striscia di Gaza non conosceranno mai tregua, caratterizzandosi per ciclici picchi di violenza che a distanza di pochi anni lasceranno il territorio in macerie. Il primo dopo il disimpegno è l’operazione “Piombo Fuso”, che prende il via il 27 dicembre 2008 e in 22 giorni causa 1.400 vittime civili. Segue, nel 2014, l’operazione “Margine di Difesa”, che provoca la perdita di 2.500 persone e la distruzione di quel poco che a Gaza era rimasto in piedi. Mezzo milione di persone restano senza casa: 10.000 le abitazioni completamente distrutte, 150.000 quelle rese inabilitabili. Con esse, edifici pubblici, ospedali, industrie, fabbriche, scuole. E’ la più letale operazione bellica che Gaza abbia conosciuto in questi anni.

***

La fotografia che descrive la Striscia di Gaza poco più di un decennio dopo il “gesto di pace” di Sharon, è disarmante. In pezzi il sistema infrastrutturale, così come quello industriale e agricolo. Case, ospedali, scuole, moschee: niente, in questi anni, è stato risparmiato. Molto poco è stato ricostruito, perché il cemento è considerato da Israele materiale pericoloso per la propria sicurezza, utilizzabile a fini militari da Hamas. Quello del Golfo, però, si è lasciato entrare, e la moneta di scambio sono state le misure di islamizzazione che sono pesate in modo particolare sulle donne, sui giovani, sulle organizzazioni indipendenti della società civile. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 44%, stando ai dati della Banca Mondiale il più alto al mondo. Secondo un allarmante rapporto delle Nazioni Unite, se niente verrà fatto per strappare la Striscia al suo lento ma costante strangolamento, entro il 2020 il territorio diventerà “inabitabile per gli esseri umani”1.

Quella contro Gaza, tuttavia, non è solo una guerra fatti di armi, ma anche di parole: è un’inversione di senso, operata attraverso l’accurata scelta di una terminologia studiata per confondere vittime e carnefici. Per porle sullo stesso piano, costruire una narrazione deviante, e rendere così accettabile ciò che mai potrebbe esserlo altrove. E’ così che le offensive militari di questi anni, scatenate contro un lembo di terra assediato e pressoché inerme, e dal quale è impossibile fuggire, sono diventate “guerre”. E’ così che aprire il fuoco contro contadini e pescatori è diventato “garantire la sicurezza”. E’ così che sproporzionate azioni militari sono divenute una “reazione necessaria”, che le vittime sono diventate “effetti collaterali”. E’ così che le manifestazioni disarmate sono diventate “atti di ostilità” cui è necessario rispondere. E che migliaia di vite sono state disumanizzate, rendendone accettabile la perdita. Perché, come ha spiegato il Ministro della Difesa Avigdor Lieberman, “a Gaza non ci sono innocenti”.

E’ in questo contesto drammatico e complesso che si inseriscono le mobilitazioni popolari avviate il 30 marzo scorso, con l’organizzazione della “Grande Marcia per il Ritorno” ai confini di Gaza. Nel giorno in cui ricorreva la Giornata della Terra, anniversario di un altro massacro, migliaia di famiglie, pacifiche e disarmate, si sono messe in cammino verso il confine, per rivendicare il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi nell’anno in cui si celebra il 70° anniversario della Nakba, la “catastrofe” del 1948. Che la popolazione di Gaza dimostri capacità incredibili di resistenza e resilienza non è una novità. Mai, in questi anni, è stata ferma o si è arresa. Un’ondata di mobilitazioni giovanili e popolari la invase nel 2011, in una “primavera araba” negata che vide i giovani in prima linea nella richiesta di porre fine alle divisioni tra Hamas e Fatah, e un rinnovato impegno nella lotta per la libertà. Finì nella repressione, tanto interna quanto israeliana. Da allora, questa marcia è la più grande mobilitazione popolare di massa che sia tornata ad animare le strade. Capace di riunire tutte le fazioni palestinesi ma superandole, ponendosi l’obiettivo di andare oltre le divisioni imposte dagli schieramenti politici.

Una marcia ogni venerdì, ad ogni marcia un tema. 5 tende, erette a poche decine di metri dal confine controllato dall’esercito, sotto le quali la gente comune ha continuato a ritrovarsi, organizzare dibattiti ed azioni creative, diffondere informazioni attraverso la rete. Solo le bandiere palestinesi sono state ammesse, in un tentativo di riunificazione dal basso che soltanto la popolazione può ormai operare. Manifestazioni nonviolente: è scritto chiaramente sul manifesto politico dell’organizzazione, in ogni post e comunicato stampa, in ogni pratica di questi venerdì2.

La foto-simbolo di questa protesta popolare è una ragazza che porta tra le braccia un copertone. L’unica cosa a cui poter dare fuoco a Gaza per creare una cortina di fumo in grado di proteggere i manifestanti, metterli al riparo dai cecchini. O quella dei giovani disarmati che rilanciano verso il confine i lacrimogeni sparati dall’esercito israeliano con racchette da tennis. O quella di Mohammed Ayoub, 15 anni, ucciso da un colpo alla testa. O, ancora, quella della spiaggia di Gaza su cui aveva lasciato la sua ultima scultura di sabbia il celebre artista Mohammed Abu Amr: recitava “sto tornando”, ed era stata realizzata il giorno prima della sua uccisione. O quella di Laila Anwar al-Ghanour, 8 mesi, soffocata dal gas e uccisa. Sono solo alcune delle 97 vittime (ad oggi) causate dalla violenta risposta militare israeliana, di cui 12 bambini. Tra loro anche due giornalisti: Yasser Murtaja (30 anni) e Ahmed Abu Hussein (24), colpiti nonostante fossero riconoscibili come operatori della stampa. Oltre 12.000 le persone ferite. Il massacro atteso, però, è arrivato il 14 maggio scorso: nel giorno in cui Israele celebrava il 70° anniversario della sua fondazione, a Gaza venivano uccise 61 persone3. Nel giorno in cui si inaugurava provocatoriamente a Gerusalemme l’ambasciata statunitense – in un esplicito riconoscimento de facto della città come capitale di Israele – la memoria della Nakba tornava a scivolare ai margini della storia. Ad essere sepolta nella polvere. E, con lei, la dignità di un popolo.

Perché nell’anima di queste proteste c’è il diritto al ritorno, ma non solo. Sulle gambe di chi sfida le pallottole c’è tutta l’esasperazione di questi anni. C’è la determinazione a riconquistare il diritto alla vita. C’è la voglia di reclamare un’agenda politica credibile, che smetta di seguire gli interessi di una leadership incapace di costruire alternative. C’è la voglia di superare quelle divisioni, di riprendere la voce, di rivendicare il diritto alla presenza e all’esistenza. E c’è la consapevolezza di non avere alternativa: se la Terza Intifada dovesse esplodere, sarebbe probabilmente dalle strade sterrate di una Gaza che non ha più niente da perdere.

Forse, c’è anche il desiderio di riportare Gaza in una dimensione di azione e rivendicazione politica, che trascenda la categoria meramente umanitaria nella quale è stata relegata. Perché il 70% della popolazione gazawi è composta da rifugiati in seguito alla Nakba cui è negato il ritorno. Perché sullo sfondo di questo nuovo marciare, ci sono 100 anni di ingiustizia.

E’ così che Gaza, le sue macerie, la sua gente resistente, ha commemorato l’anniversario di una catastrofe ancora attuale. Con la dignità di chi sa di essere dalla parte del giusto. Con il suo ultimo appello, la sua ultima lotta, l’ultima chiamata per la sua libertà.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 52 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Cecilia Dalla Negra è una giornalista e ricercatrice indipendente, e fa parte del collettivo di analisi e ricerca Osservatorio Medio Oriente e Nord Africa. Da 10 anni attraversa la Palestina, occupandosi soprattutto di partecipazione femminile, movimenti femministi, giovanili e popolari.

1 “Gaza could become uninhabitable in less than five years”, UN Report, 2015: https://news.un.org/en/story/2015/09/507762-gaza-could-become-uninhabitable-less-five-years-due-ongoing-de-development-un

2 “General principles of the Great Return March”, https://bit.ly/2Ikm734 .

3 Mentre scriviamo, non è possibile tenere un conto aggiornato delle vittime che, visto l’altissimo numero di feriti in gravi condizioni, è destinato a salire. Quanto accaduto il 14 maggio a Gaza è stato definito da Amnesty International “un’aberrante violazione del diritto internazionale e dei diritti umani”.

 

Trackback from your site.

Leave a comment