Dono, cura, cammini di liberazione. Leggendo Ishiguro

di Davide Caselli

 

disegno di Marco Smacchia

Prima premessa: quella che state per leggere non è una recensione del romanzo Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro (Einaudi 2006, titolo originale Never let me go) ma il tentativo di dare un ordine ad alcune impressioni molto forti avute leggendolo. Queste impressioni rimandano alla capacità visionaria del romanzo di illuminare alcuni aspetti della nostra società che io ho potuto osservare in dieci anni di esperienza di lavoro educativo e ricerca sociale. Più precisamente: il libro mette a tema in modo originale le nozioni di dono e di cura, permettendo al lettore di vederle da angolature impreviste.

Seconda premessa: alcune informazioni e snodi narrativi importanti del romanzo, che l’autore rivela lentamente nel corso delle pagine, saranno qui esplicitati molto presto. Dato che il romanzo è scritto molto bene, questo non dovrebbe togliere piacere alla sua lettura, ma chi vuole scoprirne la trama leggendolo in prima persona, farà meglio a leggerlo prima di leggere questo breve pezzo.

 

Contraddizioni

Come raccontare il senso e le contraddizioni del lavoro sociale oggi, inteso come lavoro di relazione e di cura nel contesto di una società del capitalismo avanzato, che vive una così schizofrenica relazione con la dimensione della cura?

Per limitarsi ad alcune sue declinazioni: cura come fattore produttivo di capitale umano da mettere a valore in maniera sempre più sottile e pervasiva; cura come sfera privata disinteressata, sottratta a ogni regolamentazione e rendicontazione pubblica; cura come costo, ramo secco da tagliare in una società votata alla competizione senza limiti; cura come settore iper-precario del mercato del lavoro; cura come nuova frontiera dell’investimento e dell’accumulazione di ricchezza attraverso sofisticati strumenti finanziari.

Come rendere conto della contraddizione tra l’unicità di ogni particolare vita umana e i processi di selezione basati sulla classe sociale, sulla razza e sul genere all’opera nella società – processi che tendono a rendere indifferenziati, interscambiabili e irrilevanti i percorsi di chiunque sia nato nella parte sbagliata della città e del Paese? Come rendere vivo e urgente il nesso tra questa disumanizzazione riservata ad alcuni e la conseguente disumanizzazione di tutti noi?

Ancora più nel profondo: come chi lavora nella relazione con queste persone e queste classi sociali può rendere questa contraddizione vitale e dinamica (non scrivo generativa per orrore della letteratura correlata)? Come instaurare e coltivare nel cuore delle istituzioni che sanciscono questo processo di disumanizzazione relazioni che lo sovvertano?

 

Assistenti e donatori

Il romanzo narra le vicende di un gruppo di ragazzi, e in particolare di tre di loro, attraverso la voce e i racconti a posteriori di una delle tre, l’unica sopravvissuta, che inizia a scrivere alla vigilia di un passaggio epocale della sua vita. Dopo quasi dodici anni vissuti viaggiando in lungo e in largo per l’Inghilterra come assistente (carer), Kathy H., la trentunenne narratrice, si appresta a diventare, come già prima i suoi più cari amici, donatrice (donor). La sua carriera è stata un successo, tanto da poter continuare il mestiere a lungo come poche altre donne e uomini della sua condizione, ma ora è venuto il tempo di attraversare il confine. La sua condizione è quella di svariate centinaia di creature della sua generazione che vengono cresciute in collegi sparsi per il Paese con il solo scopo di fornire, una volta adulti, organi da donare per la cura di altre donne e uomini. Corpi cresciuti e curati per essere gradualmente svuotati, donazione dopo donazione, a favore di coetanei privilegiati, ammalati ma decisi a non morire della loro malattia, lasciando questa sorte ai protagonisti del romanzo, invece, sanissimi. La vita di questi giovani, finito il periodo in collegio con la fine dell’adolescenza, è segnata: un periodo di tempo variabile come assistenti dei loro pari più avanti nel ciclo della vita e della morte e poi l’ingresso nel mondo dei donatori. Studente, assistente, donatore: sono questi tre ruoli a scandire la vita dei protagonisti del romanzo. Individui cresciuti nell’orizzonte e nell’obbligo della donazione.

 

Donors, loro

La parola suonerà famigliare a chi lavora nel campo delle politiche sociali e, ancora di più, della cooperazione allo sviluppo e a chi se ne occupa a vario titolo. I donors, donatori, popolano questi mondi da decenni e da qualche anno la loro presenza è sempre più pervasiva. Individui e istituzioni che – nel contesto di risorse sempre più limitate e insufficienti da parte delle istituzioni pubbliche – mettono a disposizione le cospicue fortune accumulate nel corso del tempo (indagare sul come ci porterebbe troppo lontano) per finanziare servizi di cura rivolti ai poveri e gli impoveriti del nord e del sud del mondo. Ma anche, più di recente: “nuove strategie dei donors”. I nostri benefattori si chiedono se, in buona sostanza, non farebbero meglio a chiederci indietro i soldi che ci danno, magari con dei tassi di interesse ridotti, piuttosto che regalarceli. Si chiama “filantropia di impatto” e si propone come uno dei motori dell’innovazione sociale che avanza. Così tutti dobbiamo cercare di mostrarci capaci e responsabili nei confronti dei nuovi donors, rendicontare le nostre attività con report scintillanti e numeri convincenti, mostrarci maturi imprenditori e non bambini che aspettano il regalo del nonno ricco. Poche le voci che si levano a ricordare che queste nuove strategie sono vecchie quanto il capitalismo e anche di più e che la filantropia, come il dono studiato dagli antropologi cent’anni fa, è un campo pieno di ambivalenze e contraddizioni. Contraddizioni che si articolano sul piano socio-economico e su quello relazionale. Perchè si dona? Cosa ottiene il donatore in cambio? In che posizione si trova chi riceve? Quale è il sottotesto di questo scambio? Quale rapporto di forza e di obbligazione prefigura per il futuro?

 

Donors, noi

Ma ancora non basta. Perchè, come nel libro, siamo tutti chiamati a diventare donors. Siamo continuamente invitati a donare. Dalle mobilitazioni per le più diverse catastrofi cosiddette naturali alle campagne sociali promosse da tv e imprese: alla cassa del supermercato come alle macchinette per fare i biglietti nelle stazioni ferroviarie. Talvolta viene stuzzicata la nostra generosità, talaltra il nostro senso di colpa, mettendo così in luce l’intreccio tra il dono e un altro pilastro delle retoriche quotidiane, ovvero il debito: il dono instaura un rapporto di debito-credito destinato a non esaurirsi mai. Per esempio, nell’approccio cosiddetto “generativo” al welfare, si sostiene che, in cambio del sussidio, il cittadino in carico ai servizi sociali debba donare del tempo per “restituire” alla comunità quanto ricevuto. Ugualmente, nel campo del lavoro sociale, non sono poche le cooperative e le imprese sociali che, se da un lato fanno a gara per dimostrare una capacità e un cinismo imprenditoriali che non hanno nulla da invidiare a quella del settore for-profit, dall’altra chiedono in modo esplicito prestazioni non pagate ai propri dipendenti, ore donate.

A sancire la centralità del dono nelle nostre società, si registra poi la diffusione di enti e fondazioni che, sotto la denominazione di intermediari filantropici, si adoperano per facilitare la nostra attività donativa, monitorando il numero di anziani soli i cui lasciti potrebbero essere intercettati dal settore Non-Profit e mettendo in contatto donatori e organizzazioni in cerca di fondi.

Per completare il quadro, la nostra attitudine a donare viene da qualche anno misurata e incoraggiata attraverso strumenti di rilevazione e valutazione. Indici della generosità, analisi dei trend, comparazioni internazionali: siamo un popolo abbastanza generoso? Come potremmo diventarlo di più? Come una nuova legge potrebbe “scatenare il potenziale” per la donazione presente nel Paese? Troviamo qui le implicite teorie dell’altruismo come egosimo e dell’immediato vantaggio, anche fiscale, che la donazione porta con sé (si veda per esempio Vita del dicembre 2017: Italy Giving Report. Donare conviene sempre di più. La riforma del Terzo Settore mette in campo nuove agevolazioni. Intanto sono stati superati i 5 MLD di donazioni individuali).

Dunque la prima suggestione che viene dalla lettura del libro deriva dalla ricollocazione in uno scenario distopico di due parole, cura e dono, così ambigue eppure così univocamente invocate nella nostra quotidianità.

 

Rovesciamenti

Nel romanzo tuttavia il rapporto tra donatore e assistente si rovescia. Il donatore non è il finanziatore, che permette e determina – a monte – la strutturazione e l’organizzazione del lavoro di cura, ma è il paziente sofferente che riceve – a valle – tale lavoro di cura.

Gli assistenti parlano dei propri donatori riferendosi alle persone di cui si prendono cura. In quel propri c’è una grande ambiguità. Da un lato questo esprime il meccanismo di assegnazione reciproca che lega donatore e assistente – quante volte capita di sentire un educatore parlare dei “suoi” ragazzi e, dalla prospettiva opposta le persone variamente in carico a strutture educative parlare del “loro” educatore – ma dall’altra suggerisce anche il fatto che l’assistente riceve qualcosa dal donatore. Il donatore è tale perché dona i propri organi a un terzo soggetto, il cittadino “normale” che resta invisibile nella narrazione e sul quale torneremo più avanti, ma dona qualcosa anche all’assistente, a colui che gli dà, gli offre, le sue cure. Più nello specifico, in uno schema che ricorda quello delle Mille e una notte, l’assistente ottiene, assistenza dopo assistenza, donazione altrui dopo donazione altrui e perfino morte altrui dopo morte altrui, una dilazione del proprio ingresso nell’universo dei donatori. Più cura, più rimanda il momento in cui dovrà superare il confine e iniziare a donare.

Questo rovesciamento permette di vedere meglio due cose. Innanzitutto ci ricorda che una condizione essenziale del lavoro di cura è l’identificazione di qualcun’altro che vive in uno stato di bisogno. L’esistenza del paziente, del malato, del “bisognoso” trasformato in utente o cliente dei servizi, è la condizione necessaria per l’esistenza dell’assistente, lavoratore della cura. Solo a quel punto l’assistente può “donare” il suo aiuto. Ma, di nuovo, a quale prezzo nella relazione? Con quali rapporti di forza e obbligazioni reciproche? Se queste domande, e alcune provvisorie risposte, fanno parte del bagaglio di formazione del lavoratore sociale, e se alcuni dispositivi come la formazione continua e la supervisione, dovrebbero garantire la vigilanza e l’attenzione in questa direzione, la pratica quotidiana mostra una notevole superficialità e la diffusa sterilizzazione di questi dispositivi a vantaggio di modi di pensare e di agire basati sul presunto “buon senso” dell’operatore.

 

Curare per non morire

Questo ci porta nel cuore della concreta pratica odierna del lavoro sociale e a un secondo aspetto del rovesciamento di ruoli, ovvero al fatto che sempre più spesso le condizioni di fragilità sociale di cui gli operatori si prendono carico assomigliano a quelle che loro stessi vivono. La precarizzazione del lavoro sociale su cui il Terzo Settore ha costruito una parte importante della propria fortuna e del proprio prestigio ha condotto a una situazione in cui si può dire che il lavoratore sociale, per le sue condizioni di lavoro, per la sempre più fragile soglia tra lavoro retribuito e “volontariato obbligatorio”, per il logoramento che il peggioramento dei servizi opera sui propri operatori, assomiglia sempre di più alle persone di cui si prende cura. In questo senso ricorda la condizione di Shahrazad e degli assistenti del romanzo di Ishiguro, ovvero la condizione di chi cura per non morire, di chi deve necessariamente, con intelligenza e astuzia, perpetuare il bisogno e il desiderio dell’altro – bisogno e desiderio che l’altro nutre nei suoi confronti – per sopravvivere. La distinzione rigida dei ruoli, l’oggettivazione dell’altro secondo categorie assistenziali e/o patologiche, rappresenta dunque l’ultima garanzia contro la degradazione della mia condizione. Finchè lui è paziente e io assistente, sarò dispensato dalla definitiva caduta nella condizione di paziente. Sta forse qua una radice del degradarsi del lavoro sociale a lavoro meramente assistenziale in cui le gerarchie tra chi riceve e chi offre la prestazione di cura vengono accuratamente nascoste soltanto per essere riconfermate. Nel contesto di servizi pubblici e privati che lavorano in condizione di risorse gravemente insufficienti si registra una regressione culturale e professionale che produce relazioni paternalistiche tra operatore e utente e che, dietro il velo della carità e dell’umanitarismo, riproduce e conferma continuamente la divisione dei ruoli tra i due. Una divisione tanto più necessaria perché rappresenta l’ultimo baluardo alla definitiva degradazione del lavoro sociale. Come nel romanzo, l’identità di carer è l’ultimo argine prima della caduta nel ruolo di donor, il donatore che è anche il destinatario delle cure.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 52 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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