A un punto critico. Dopo le elezioni e sotto il nuovo governo

di Gianfranco Bettin

disegno di Claudia Palmarucci

Questo articolo è un’anticipazione del numero 53 di luglio. Abbonati per sostenere la rivista o partecipa al nostro crowdfunding per regalare un abbonamento a 100 spazi pubblici.

Quello uscito dalle elezioni di marzo, e dalla lunga trattativa che ha portato al famoso “contratto”, non è il governo dei populisti, di chi “ascolta il popolo” (come vorrebbe l’azzimato e improbabile sub-premier Conte), bensì il governo dei demagoghi, di chi il popolo lo manipola e inganna. È vero che, nel dibattito di questi anni, e nella vulgata politica, le due parole hanno finito per sovrapporsi, ma nella realtà storica indicano invece due cose opposte, due modi alternativi di rapportarsi al popolo. Ovviamente, nelle condizioni date, è una battaglia persa impegnarsi a ristabilire le differenze.
I demagoghi italiani hanno dunque preso il potere. Il potere politico, legislativo ed esecutivo. Avevano, in realtà, già conquistato l’egemonia della chiacchiera (al bar e sul web), che gli è servita per conquistare l’egemonia della discussione pubblica e, quindi, per dettare l’agenda politica ed emotiva del paese. Hanno potuto farlo anche perché le grandi culture politiche tradizionali si sono disgregate, svuotate e, non ultimo, squalificate nell’interpretazione che ne hanno dato i diretti rappresentanti nel corso degli ultimi vent’anni almeno. Dopo l’89, felice di ritrovarsi moderna e potabile, la sinistra italiana si è lanciata entusiasta nel flusso della globalizzazione. Una parte, in realtà, era in piazza “contro”. A Seattle, alla fine del 1999, a denunciare con precisione e fin nei dettagli, cosa sarebbe successo a seguito delle decisioni che andavano prendendo il WTO, il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, gli organismi internazionali, l’Unione europea, gli stati nazionali che poi ratificavano queste decisioni e certi trattati (quasi tutti), in piazza a Seattle, dunque, in quella fine di millennio che era già l’inizio del nuovo, c’erano i sindacati e i movimenti ambientalisti. Il loro slogan era “For the job e for the trees”, per il lavoro e per gli alberi. Presero manganellate e lacrimogeni. In altre occasioni andò anche peggio, come a Genova 2001.
La sinistra ufficiale, che credeva di star seguendo la “Terza via” di Blair and Co., in una planetaria versione della fiaba della mosca cocchiera, si mise alla guida di questa globalizzazione. Invece che verificarla criticamente, si limitò a darne un’interpretazione “progressista”. Ciò le consentì qualche episodica vittoria. Al divampare della crisi, tuttavia, col bruciarsi delle risorse disponibili per fare spesa pubblica, si ritrovò priva di strumenti per analizzare e decostruire la crisi (aveva dismesso i vecchi attrezzi culturali e ideali e non li aveva sostituiti con nient’altro che gli editoriali dei media mainstream del tempo) e soprattutto per continuare a rappresentare e tutelare i ceti e i soggetti più colpiti dalla crisi, impoveriti, spaesati, impauriti. La catastrofe delle sinistre occidentali comincia da lì. E lì si apre lo spazio dei cosiddetti “populisti”, cioè più correttamente dei demagoghi e delle nuove destre.
In queste forze confluiscono anche bisogni, obiettivi, idee che la sinistra ha lasciato cadere, sedotta dalla “Terza via” e dall’accesso a molti governi nazionali a cavallo tra i due secoli. Da qualche parte, il risultato è la nascita di nuove sinistre (Podemos in Spagna, in Germania i Verdi e il Partito dei Pirati, Europe Ecologie in Francia, e altre simili un po’ in tutti i paesi) oppure il rinvigorirsi di formazioni esistenti capaci di cogliere le novità, i nuovi sofferti bisogni e obiettivi di popoli duramente colpiti dalla crisi, come Syriza di Tsipras in Grecia o il Labour di Corbyn in Inghilterra (e, in fondo, la stessa pur difficile tenuta della Spd e della Linke in Germania) o l’exploit di Berni Sanders dopo che la stessa duplice vittoria precedente di Obama aveva comunque espresso questo bisogno di innovazione, nuovi diritti, nuove politiche sociali, e infatti anche il suo esito deludente sta alla base della vittoria inopinata di Trump, mentre in Europa l’inconsistenza di troppe sinistre vecchie e nuove sta all’origine dell’ondata “populista” e di destra.


Il Italia è il M5S a occupare questo spazio, dapprima. Nel tempo, dopo il 2013, un altro soggetto, però, occupa lo spazio della protesta e contestazione anti establishment: la Lega guidata dal nuovo leader Salvini. Come in altri paesi, due forze, pur muovendo da poli opposti, cavalcano la rabbia e la rielaborano politicamente e, prima ancora, emotivamente e culturalmente (le danno cioè forma di parola, slogan, narrazione, programma sommario ma netto). Accade anche altrove che queste forze simili nei toni ma opposte nei punti di partenza si contendano la scena. Accade solo in Italia che, infine, formino un governo insieme. Risulta possibile per varie ragioni. Una delle quali, fra le meno discusse ma fra le maggiori, è il venir meno di una cultura politica diffusa, come esito della fine di ogni “pedagogia politica” connessa all’agire politico. A lungo, quest’ultimo non è stato mai riducibile alla mera pratica dell’obiettivo: partiti e sindacati lavoravano in profondità, seminavano consapevolezza, fornivano strumenti di lettura della complessità che favorivano uno sguardo più ampio e lungimirante. Oggi la stella polare è il sondaggio settimanale (se non quotidiano), sono l’audience tv, il numero di followers in rete, le reazioni misurate a caldo, nell’istantaneo prodursi delle dinamiche di consenso e conflitto, in un flusso di battute e reazioni che schiaccia tutto sul presente, esalta la contingenza e l’apparenza, occulta il senso vero delle cose e delle scelte, le responsabilità. La Rete, che potrebbe essere un potente spazio di comunicazione, informazione, partecipazione, viene occupata soprattutto dalla schiuma del tempo e manipolata dai padroni del nuovo vapore digitale e, come sempre, economico-finanziario. La politica non capisce, la sinistra un po’ ne viene irretita, un po’ snaturata, infine spiazzata e travolta. Le elezioni del marzo 2018 sono la sua Waterloo, dopo i Cento Giorni estremi di governo avuti in sorte per dimostrare di aver capito, di essere cambiata, di voler cambiare le cose. Non è stato così e la sconfitta è stata quindi totale, la più netta e radicale da forse un secolo a questa parte.
Ha un solo alleato, oggi, questa sinistra sconfitta: la volatilità delle scelte, degli umori, di gran parte della società, la stessa che l’ha duramente punita nelle elezioni di marzo (e in altre occasioni, in tutta Europa e in occidente). A sua volta, questa plastica inquietudine contiene un’incognita, generata dalla durezza e lunghezza della crisi, dal senso di solitudine di troppi, dalla perdita dei riferimenti ideali e politici, dal bisogno di ricostruire un ordine, un’autorità credibile, un sistema in cui riconoscersi e sentirsi sicuri. La volatilità degli umori potrebbe perciò finire di colpo, consolidarsi in consenso stabile e compatto, se un governo generato da quegli stessi umori riuscisse a interpretarli davvero, in quel mix di perenne caccia al nemico esterno, vittimismo e orgoglio nazionale brandito come arma emotiva e politica. Il governo Conte ha tutti gli ingredienti per tentare di diventare una cosa del genere. Gli viene naturale esserlo, per così dire. Il “contratto” da cui nasce e, prima ancora, la predicazione che ha raccolto così tanti consensi, è una somma di sogni, bisogni, velleità, buone idee appena accennate, idee orrende azzardate e inoculate, apertura velleitaria al futuro, chiusura brusca nei gretti miti e riti del passato, ricombinati in una piattaforma governativa non sorretta da precisi conti economico-finanziari ma che sicuramente parla a quelle comunità colpite, spaesate e in attesa.
Per questo, bisognava produrre un’iniziativa che spezzasse l’abbraccio tra M5S e Lega, tra una forza la cui evoluzione ulteriore era ancora possibile in direzioni diverse e un’altra già compatta nel suo istinto e pensiero reazionario (e destinata a dettare la linea del governo nato da entrambe). Per questo è stato un errore non aver neppure tentato un confronto, da parte del Pd (certamente seguito anche da Leu, se il confronto si fosse aperto, o addirittura un governo si fosse formato). Una stagione diversa si sarebbe forse potuta aprire. L’esperimento che ora si sta sviluppando sotto un segno reazionario avrebbe potuto invece svolgersi in una dimensione più aperta, che avrebbe consentito a tutti i soggetti coinvolti di cercare la sintesi senza il cupo traino di una destra fra le peggiori d’Europa (e fra le più spregiudicate e abili). L’errore odierno del Pd è forse paragonabile a quello compiuto dall’ala sinistra dell’Ulivo nel 1998, quando fece cadere l’unico governo che, pur non senza limiti e ambiguità (compreso l’entusiasmo acritico per la stagione inaugurale della globalizzazione neoliberista), poteva non lasciarci per altri vent’anni in balìa del berlusconismo e della sua destra, com’è invece accaduto, con le derive sociali, e perfino antropologiche, oltre che le distorsioni istituzionali connesse. C’è da auspicare che non ci aspettino altri vent’anni così, se non peggiori.
Non basterà, per sventarli, la sola opposizione parlamentare e politica, che pure è necessaria come l’aria che si respira. Servirà la capacità di produrre respiri diversi, alimentati da una ritrovata capacità di (auto)educazione politica, dalla volontà di capire più in profondità dove va il mondo (eloquente che il sub-premier non abbia dedicato neanche una parola a una questione centrale come il riscaldamento globale: l’ampollosa vacuità politicista e l’involuto incedere avvocatesco del suo gergo rivelavano l’arretratezza dell’approccio sostanziale del “contratto”, tra economicismo assistenziale, detassazione neo-reaganiana ed esibito distintivo da sceriffi padani). La situazione è tale, quindi, da rendere necessario il simultaneo avanzare di iniziative nella contingenza sia sul piano parlamentare-istituzionale che nella società, e iniziative di prospettiva e profondità, capaci di rivisitare il senso della politica, la sua natura stessa, i suoi concetti chiave, la connessione tra idee e realtà, tra esperienza storica e progetto.
Per salvare insieme la politica e la democrazia, come scrive Giancarlo Gaeta a commento degli scritti più provocatoriamente politici di Simone Weil: “occorre una nuova concezione della politica in grado di dare sostanza alla democrazia, vale a dire effettivo riconoscimento che il soddisfacimento dei bisogni fisici e morali degli individui ne costituisce il significato primario. Simone Weil ha tentato di aprire una via in questa direzione, ha provato a schizzare le linee maestre su cui ricostruire un’Europa rimasta invece sulla vecchia strada. E ora siamo di nuovo a un punto critico, della cui gravità si è lontani dal voler prendere coscienza” (G. Gaeta, introduzione a: Simone Weil, Sulla soppressione dei partiti politici, seguito da Studio per una dichiarazione degli obblighi verso l’essere umano, edizioni dell’asino).

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