Un mondo nuovo secondo Mark Fisher

di Simone Caputo

 

Mark Fisher, morto suicida a quarantotto anni nel gennaio 2017, è stato uno scrittore, giornalista, critico musicale, blogger e agitatore culturale. Alla notizia della scomparsa, molti di quelli che l’avevano conosciuto, ma anche semplici lettori e lettrici, sentirono il bisogno di dire qualcosa sull’uomo e l’intellettuale, a testimonianza della lucidità, del rigore e dell’esuberanza con cui Fisher è stato capace “di connettere idee fra campi remoti del sapere, concentrandosi con vivida attenzione su particolari estetici e allargando lo sguardo a contesti il più possibile generali” (Simon Reynolds).

Insieme a musicisti (Kode9, fondatore dell’etichetta Hyperdub), romanzieri (Hari Kunzru), filosofi (Ray Brassier e Robin Mackay), teorici (Kodwo Eshun) e collettivi (Orphan Drift), Fisher visse a pieno, tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio, le stagioni sperimentali della Ccru (Cybernetic culture research unit), una sorta di gruppo di ricerca voluto dalla filosofa Sadie Plant dell’Università di Warwick e interessato alle implicazioni teoriche e politiche della Rete. La Ccru adottò un atteggiamento critico e provocatorio nei confronti della vecchia sinistra marxista, accusata di essere nostalgicamente attaccata ai “monumenti” di un passato spazzato via violentemente dalla rivoluzione digitale. I membri della Ccru condivisero un forte senso di eccitamento per il futuro; in particolare, Fisher avvertiva come potenzialmente fervida “la musica che negli anni novanta stava trasformando l’underground dance inglese in un concentrato senza precedenti di desiderio macchinico/post-umano; in particolare nel suono jungle e drum&bass Fisher individuava le tracce di un futuro capace di operare già nel presente, fino al punto di modificarlo” (Valerio Mattioli).

Per Fisher l’interesse nei confronti della musica, e con essa della cultura pop, era fortemente legato all’indagine sociale e politica: da un lato sapeva che i linguaggi di consumo sono i più chiari indicatori di un clima valoriale e culturale; dall’altro (essendo cresciuto – ragazzo di umili origini – anzitutto leggendo di musica su “New Musical Express”) era cosciente dell’eccezionale funzione formativa della cultura pop. Da cui l’atteggiamento gentile, amichevole e comprensivo – in una sola parola, pedagogico – che Fisher maturò col tempo e che manifestò in particolar modo insegnando per molti anni filosofia e critical thinking a ragazzi in età adolescenziale presso il Goldsmiths College di Londra, scontrandosi costantemente col disinteresse e la disillusione delle nuove generazioni verso la società, l’economia, la politica e il futuro. Nel 2003, terminata l’esperienza della Ccru, Fisher creò il blog “K-punk”, luogo d’indagine sulla cultura pop, che in breve tempo divenne un nodo centrale per critici e teorici; ed è negli interventi scritti per “K-punk”, quando scoppiò la guerra al terrore e prima della crisi del 2008, che s’incontrano i primi sintomi di quella lenta e inesorabile scomparsa del futuro come prospettiva eccitante e positiva, parallelamente al ritorno fantasmatico di un passato sempre più rimasticato e digerito. Per Fisher, che negli anni Novanta si era invaghito della prometeica tensione al futuro della cultura jungle, drum&bass e rave, l’inesorabile ritirata di quei suoni verso territori caratterizzati dalla nostalgia nei confronti di un futuro che non avrebbe potuto più esserci fu qualcosa di complementare alla “retromania”, che contemporaneamente il critico musicale Simon Reynolds attribuiva all’esplosione di internet e alla perenne inclinazione del pop al revival. Da lì presero forma le riflessioni che nel 2009 portarono Fisher al suo primo libro, Realismo capitalista, finalmente pubblicato in Italia grazie alla neonata, piccola e coraggiosa Nero editions.

Il lungo apprendistato permise a Fisher di inventare uno stile personale di scrittura, che legava assieme gli elementi della filosofia politica contemporanea con le sue passioni musicali, letterarie e cinematografiche: Realismo capitalista è un pamphlet più che un volume ricco di vertiginose astrazioni, un ripensamento – non di maniera – che si muove tra teoria critica e acute riletture di successi musicali e cinematografici. Le riflessioni di Fisher partono dalla convinzione che la rinuncia anche solo a immaginare il superamento del capitalismo si è oramai insinuata in ogni aspetto della vita di ogni giorno, finendo per plasmare l’inconscio collettivo e rendendolo rassegnato alla convinzione che nessun altro sistema alternativo è possibile. Il fenomeno – il “realismo capitalista”, per l’appunto – si riverbera in ogni aspetto dell’esistenza: dal modo in cui gli artisti concepiscono l’impegno civile alla maniera in cui si affronta la burocrazia, dalla crescita esponenziale delle malattie mentali a come si pensa il sistema dell’istruzione. Il “There is no alternative”, mantra del sistema neoliberale, la perdita di spinte utopiche e l’individualismo tossico non accadono solo al singolo, ma colpiscono la società strutturalmente.

Dal punto di vista strettamente teorico, le analisi presenti in Realismo capitalista non sono particolarmente nuova. L’idea di un capitalismo oppressivo rispetto a una qualunque facoltà di pensiero alternativo era già presente in Bourdieu e Jameson; la nozione di ideologia della quale Fisher si serve è fortemente debitrice al primo Žižek, quello meno retorico e invadente così come la visione della temporalità si rifà all’ultimo Derrida. Fisher riesce a combinare con chiarezza una serie d’idee spesso complesse, rendendole accessibili attraverso un continuo ricorso a una grande quantità di confronti con la cultura pop, utilizzata di volta in volta per descrivere l’assuefazione a una realtà in cui lo spazio pubblico è stato abbandonato (I figli degli uomini di Alfonso Cuarón, che apre il volume), l’inedia della generazione Mtv venuta dopo “la fine della storia” (la rabbia esistenziale di Kurt Cobain e dei Nirvana), l’adesione a una versione brutalmente riduttiva della realtà (l’hip-hop e la morte del sociale), l’inscenamento dell’anticapitalismo da parte del capitalismo stesso (il cartone animato Wall-E della Disney-Pixar), il ricatto ideologico delle cause filantropiche (dal Live Aid del 1985 alla Product Red, organizzazione no-profit di Bono Vox degli U2).

Tuttavia, non basterebbero gli elementi citati – oltre l’hype forse eccessivo che l’ha accompagnato, ad esempio, nell’uscita italiana – per giustificare il successo del pamphlet di Fisher, debole dal punto di vista teorico (la pervasività del capitalismo è stata vivisezionata, da tempo e approfonditamente, proprio dagli autori citati da Fisher) e privo di approfondite diagnosi (mancano, ad esempio, riflessioni sul ruolo che Rete e tecnologia hanno giocato nell’ascesa del realismo capitalista).

Le ragioni vanno forse ricercate nell’unicità con cui Fisher ha interpretato “il personale”, in un’epoca in cui è stato colonizzato dall’industria culturale – che vende sempre più “soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche”, per dirla come il sociologo Ulrich Beck. “Viviamo in una cultura che è dominata da manipolazioni emotive di ogni genere”, raccontava Fisher in un’intervista a Beatrice Ferrara, “che operano mistificando e personalizzando le emozioni, promuovendo una certa ideologia dell’interiorità – l’idea cioè che l’interiorità sia completamente separata dal fuori. Io volevo muovermi nella direzione contraria: spersonalizzare le emozioni, o meglio cercare le radici impersonali del cosiddetto ‘personale’”.

Parlando di se stesso, Fisher riesce a inquadrare le dimensioni culturali, strutturali e politiche della soggettività, accennando ai drammi degli ultimi tempi in un modo che evita la freddezza accademica e insopportabili personalismi. Esempio chiaro ne sono i capitoli centrali che Fisher dedica alla scuola (e alle esperienze vissute in prima persona con gli studenti) e alle malattie mentali (tra cui la depressione, di cui egli stesso soffriva). Nel capitolo sulla scuola, Fisher, ad esempio, scrive: “L’essere imbrigliati nella matrice dell’intrattenimento porta come conseguenza un’inter-passività nervosa e agitata, un’incapacità di concentrarsi e focalizzare alcunché. Il modo in cui gli studenti non riescono a mettere in relazione il loro attuale deficit d’attenzione coi fallimenti che verranno, la loro inettitudine nel tradurre il tempo in una narrativa coerente, è sintomo di qualcosa di più della mera demotivazione”; e ancora: “quella che oggi frequenta le aule scolastiche è una generazione emersa all’interno di una cultura astorica e segnata da interferenze antimnemoniche, per la quale il tempo è da sempre ripartito in microporzioni digitali”. In quello sulle malattie mentali, si domanda: “Invece di accettare la vasta privatizzazione dello stress che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni, dobbiamo chiederci: come è diventato accettabile che così tante persone, e specialmente così tanti giovani, siano ammalati? La piaga della salute mentale nelle società capitaliste dovrebbe suggerire che, invece di costituire l’unico sistema sociale che funziona, il capitalismo è intrinsecamente disfunzionale, e il prezzo della sua apparente funzionalità è molto alto”.

Meno riuscite sono le pagine finali di Realismo capitalista, in cui Fisher invoca un anticapitalismo che sappia trasformarsi in autentico universalismo e auspica il formarsi di una sinistra genuina, capace di subordinare allo Stato la volontà generale, di ridurre in maniera massiccia la burocrazia, di affermare l’autonomia del lavoratore (contro il controllo di dirigenti e sindacati), di distribuire in maniera controllata beni e risorse. Terapie già prescritte troppe volte e, purtroppo, enunciate e sperimentate in vario modo da molti dei partiti, nominalmente di sinistra, che in questi decenni hanno governato diverse zone dell’Occidente ricco. Da cui la tentazione di ridurre Realismo capitalista all’ennesimo esercizio intellettuale sul capitalismo che formula, in conclusione, auspici che non bastano certo a rendere la realtà sopportabile. Una tentazione scongiurata dalla sensibilità e dalla partecipazione emotiva di Fisher, che gli consentirono, e ancora oggi consentono ai suoi scritti, di ovviare al senso d’incompiutezza avvicinandosi al cuore del lettore.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 51 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Trackback from your site.

Leave a comment