Come si insegna la letteratura

di Claudio Giunta

incontro con Gabriele Vitello

disegno di Andrzej Klimowski

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 51 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Da diversi anni ti occupi di scuola. Molti dei tuoi articoli sono ora usciti in volume con il titolo E se non fosse una buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica (Il Mulino 2017). Inoltre hai scritto un manuale di letteratura italiana Cuori intelligenti (Garzanti 2016). In questi anni che idea ti sei fatto della scuola italiana? Quali sono i suoi problemi più urgenti?
Intanto, devo confessarti che se mi proponessero di diventare ministro rifiuterei, perché la gran parte dei problemi della scuola italiana mi sembrano immedicabili! Quello più urgente secondo me riguarda gli insegnanti. Ce ne sono, ce ne sono sempre stati, di ottimi e di tremendi. Vedo da una parte frustrazione, negli ottimi, perché fanno un mestiere che non gli permette né di guadagnare bene, né soprattutto di progredire in carriera. I cattivi invece sono spesso ignari di essere dei cattivi professori e non sono all’altezza della professione. I buoni non vengono premiati, non sono incentivati a rimanere buoni; i cattivi non sono incentivati a migliorare. Il problema più grosso è questo. L’ultima volta che ai Pas (“Percorsi abilitanti speciali”) abbiamo bocciato una buona percentuale dei candidati, molti hanno fatto ricorso al Tar (perdendo): ma tra questi qualcuno sbagliava a coniugare i verbi, qualcuno metteva Machiavelli nel Seicento, cose del genere. Che in altre città, altri atenei, si sono, come si dice, “fatte passare” per quieto vivere, per non crearsi problemi…

Tu denunci, giustamente, l’assenza di una vera selezione degli insegnanti ma occorre anche pensare a una loro formazione organica, disciplinare e didattica.
Sono d’accordo, non sono uno di quelli che dicono che conta solo sapere le cose, e non credo neanche che la pedagogia negli ultimi anni abbia contribuito a una svalutazione delle discipline in favore dei metodi e delle tecniche d’insegnamento. Ci sono pedagogisti stupidi, così come ci sono italianisti stupidi. Purtroppo spesso i pedagogisti stupidi hanno occupato posizioni di potere al Miur, quindi nel mio libro prendo anche in giro il gergo assurdo di alcuni di loro.
Attualmente si sta profilando un percorso di specializzazione dei futuri insegnanti all’interno delle università che dovrebbe durare, credo tre anni, che mi sembrano tanti. In questo triennio, evidentemente, più che approfondire le discipline si affineranno le tecniche di insegnamento, la didattica, l’antropologia, la sociologia, la psicologia. Io sono favorevole a una preparazione meno generica che in passato su queste discipline, ma non sono favorevole al fatto che – come temo possa succedere – lo studio di queste discipline faccia scivolare in secondo piano quello dell’italiano, della storia e delle altre materie scolastiche. Un’altra cosa che mi preoccupa molto è il fatto che si scindano così nettamente la carriera, diciamo dell’intellettuale e quella del professore. Sino a oggi poteva succedere che finiva a fare l’insegnante qualcuno che era partito per fare il giornalista, l’attore di teatro o il chimico. Normare in maniera così tassativa la carriera dell’insegnante può impoverire l’offerta nella scuola del futuro. La carriera del professore rischia di essere intrapresa soprattutto da persone banali o poco ambiziose. Ne, se un chimico ha lavorato alla Bayer e si è stancato dell’azienda, può andare a insegnare. Non mi sembra male avere come insegnante di chimica un ex della Bayer. In Italia la trafila è rigida, e rischia di essere ancora più rigida in futuro. Anche se uno è il migliore matematico del mondo, nessun dirigente scolastico può assumerlo, perché non ha dato i crediti giusti al momento giusto. Non è un buon sistema.

È questo il motivo per cui in un tuo articolo hai proposto di permettere subito ai dottori di ricerca di insegnare a scuola?
Sì, certo, io ho sollevato il problema dei dottori di ricerca per questo. So benissimo che ci vuole l’apprendistato didattico e pedagogico. Tuttavia, mi chiedo, perché non si possono prevedere percorsi diversi più flessibili per chi vuole fare questo lavoro? Perché io che sono un bravo professore universitario non posso insegnare due anni a scuola? Quello che mi spaventa è il contrario del neoliberismo, che tirano sempre in ballo molti miei interlocutori di sinistra, è il Moloch: l’idea che ci sia un solo modo per fare le cose, per essere insegnanti. Certo, bisogna responsabilizzare i decisori, come i dirigenti scolastici. Pietro Ichino ha proposto un progetto interessante di totale decentralizzazione della scuola, immaginando le comunità locali che si organizzano e assumono, come si farebbe in un’azienda, dopo un colloquio di lavoro. Mi pare una proposta da meditare.

Molte parole-chiave della pedagogia contemporanea provengono dal campo economico, dal management, come il concetto di competenza o quello di meritocrazia. Sei d’accordo con quanti ritengono che le riforme degli ultimi anni – non ultima quella che ha introdotto l’alternanza scuola-lavoro – siano il prodotto di visioni politiche neoliberiste?
La parola neoliberismo mi fa venire l’itterizia. Soprattutto in Italia, dove di liberalismo ce n’è sempre stato poco e di liberismo economico rettamente inteso ancora meno. In genere chi parla di neoliberismo non ha idea di cosa sta dicendo, ripete quello che sente dire nella sua bolla. Nella pedagogia e nella didattica, osservo semmai una specie di deriva comicamente teoricistica. Sono discipline eminentemente pratiche, basate in primo luogo sull’esperienza, che non possono trasformarsi nelle gimcane verbali di cui do qualche saggio in un capitolo del libro, Didattica della fuffa. Non credo proprio che la stupidità di questa pedagogia venga dalla lettura o dalle prescrizioni del Ministero dell’economia. È filosofia mal digerita, Husserl mal digerito, un gergo in realtà molto umanistico, che flirta, certamente, con una scienza economica largamente ignorata (la gran parte dei laureati in Lettere ha problemi a fare un bonifico online). Le storture più gravi della scuola italiana sono lì da decenni. C’è un gergo, un’attitudine, che addirittura è più ottocentesca che postmoderna.
È vero: negli ultimi anni ci sono state delle deviazioni che hanno tradito, in parte, il compito della scuola. Si è trattato però del tentativo – giusto in linea di principio – di far rendere la macchina, e di valutarla. Questa smania di misurare e di valutare – di ridurre a tabella quello che non si può ridurre a tabella – corrisponde a uno Stato che vuole vedere come vengono investiti i soldi ma lo vuole vedere in maniera sbagliata, non selezionando i professori, bensì imprigionandoli in una gabbia di regole, che è il modo migliore per produrre dei criminali. La colpa di tutto questo è la stupidità, l’approssimazione, la secolare cialtroneria italiana, non il neoliberismo. Lo Stato dovrebbe lasciare piena libertà, invece il nostro è una simil-Unione Sovietica che diffida dei suoi impiegati, e perciò li perseguita.
Per quanto riguarda il progetto dell’alternanza scuola-lavoro, l’idea di avvicinare i ragazzi al mondo del lavoro mi pare più che sensata. Penso che, a 17 anni, fare un mese di lavoro estivo pagato sia una cosa buona. Tuttavia, estendere l’alternanza scuola-lavoro ai licei mi pare un partito preso velleitario. Inoltre, se si comincia a distruggere il programma scolastico, a screditarlo dicendo che il lavoro è più importante, si umilia la scuola, si umiliano i professori. Io non sono contrario al principio ma all’applicazione, al fanatismo con cui in Italia si passa dai principi della scuola gentiliana all’idiozia di far stare i ragazzi dentro un ufficio a fare fotocopie (quando va bene).

Cuori intelligenti è un manuale pensato per gli studenti ed è scritto con un linguaggio molto accessibile. Ci sono delle novità interessanti sul versante della prosa saggistica, ma non stravolge né il canone né l’impianto storico dei manuali tradizionali; è insomma, da questo punto di vista, meno radicale di quanto non sia stato Il materiale e l’immaginario (Loescher) alla fine degli anni settanta. Forse ci sono state resistenze da parte dell’editore? Tu avresti fatto altre scelte, tagli o aggiunte?
Sono contento della risposta che il mio manuale sta ricevendo e non cambierei niente. L’editore mi ha dato dei limiti e dei suggerimenti; non ho rinunciato a molto. Alcuni insegnanti lo trovano molto innovativo; io no. Ci sono case editrici che possono contare su una tradizione di manuali, questo è invece il primo manuale di letteratura di Garzanti e DeAgostini, quindi non si poteva osare troppo. E poi forse non è nemmeno giusto osare troppo, nel senso che la cultura che viene trasmessa a scuola deve creare dei cittadini diversi dai precedenti ma non troppo diversi. Se poi mi chiedi se io insegnerei la letteratura così, seguendo l’impostazione cronologica di tutti i manuali, compreso il mio, forse ti direi di no. Bisognerebbe riflettere su “a cosa serve la letteratura a scuola”.

Nei tuoi interventi più di una volta osservi che i ragazzi studiano troppo Dante e troppi classici lontani dal loro vissuto e dal loro mondo. Solo negli ultimi mesi del quinto anno si riesce a leggere la letteratura del Novecento. Per fare conoscere ai giovani il Novecento, bisogna forse riformare l’impianto storico dell’insegnamento della letteratura? Non insegnare più storia della letteratura ma più semplicemente letteratura?
Sono d’accordo: è la storia letteraria del triennio che bisogna ripensare: fare leggere libri interi e racconti, anche stranieri. Inoltre, bisogna proporre testi che siano vicini ai ragazzi, quindi Otto e Novecento. Mentre all’università, se uno vuole fare Lettere, allora impara il latino e a parafrasare bene Dante. Si suppone infatti che lo studente di Lettere sappia leggere i contemporanei per conto suo. Bisogna chiedersi qual è l’obiettivo della cultura letteraria a scuola. È quello di insegnare la storia della letteratura o di fare amare i libri ai ragazzi? Sono due obiettivi molto diversi e io sospetto che sia molto difficile farli coincidere. Se tu, a un ragazzo dell’istituto tecnico, fai leggere per due anni e otto mesi cose che non gli parlano, che vanno da Giacomo da Lentini a Giovanni Verga (perché la verità è che Rosso Malpelo non gli parla) e solo negli ultimi due mesi gli fai conoscere la letteratura contemporanea, questo ragazzo, una volta uscito da scuola, non aprirà mai più un libro in vita sua. Se invece l’obiettivo è far amare la letteratura, allora non è importante sapere quand’è vissuto Torquato Tasso, ma che gli studenti al termine degli studi entrino in libreria e in biblioteca, e continuino a leggere per conto loro. A questo scopo, bisogna fare molto Novecento, e, a partire dai classici del Novecento, riprendere i grandi autori del passato. Questa cosa ha certamente un costo: la popolazione italiana media non saprà più che Ariosto è un poeta vissuto nel Cinquecento. Ma la verità è che non lo sa nemmeno adesso. Mi si spezzerebbe il cuore se il De vulgari eloquentia non venisse più conosciuto dagli italiani, ma di fatto già non lo conoscono, e i ragazzi confondono il Rinascimento con lo Stilnovo. Più Rinascimento? Più Stilnovo? Mi pare difficile, e forse neanche augurabile.
Dopodiché, per sdrammatizzare un po’, ti dico che non conta tanto quello che fai, quanto l’esempio che dai ai ragazzi. Quand’ero adolescente, quello che mi serviva non era leggere Ariosto o Pirandello, ma incontrare persone colte, perché non le avevo in famiglia. A scuola ho incontrato persone laureate, colte, e alcune erano persone davvero eccellenti: ho capito che volevo diventare come loro, sapere quello che sapevano loro. La scuola è un luogo d’incontro tra un giovane e un adulto che sa di più e vuole il suo bene. A scuola si comunicano valori umani fondamentali, e questo avviene per contatto; la materia e il programma sono secondari. Se uno è cretino, può insegnare Foscolo o Moravia, ma farà danno in entrambi i casi; viceversa, se un insegnante è bravo, va bene tutto: è importante l’esempio, l’ispirazione che dai. “Ama e fa ciò che vuoi”, diceva Agostino; ed è giusto.

L’insegnamento della letteratura italiana ha svolto per un secolo una funzione ideologica importante, forgiando l’identità nazionale. Oggi la scuola e la società sono sempre più multietniche e questa funzione è venuta meno. Secondo te, questo cambiamento deve riflettersi anche sui programmi?
L’insegnamento della letteratura non deve cambiare per questo. L’arte, la letteratura e il cinema sono molto importanti per rendere queste persone cittadini di un Paese che conoscono poco, per stabilire un rapporto affettivo con esso. I nuovi italiani hanno bisogno di condividere le cose che noi abbiamo imparato nel tempo, e io credo che la nostra tradizione culturale abbia valore soprattutto per loro. Devo dire che la vecchia idea di fare un manuale europeo non mi convince: i ragazzi hanno bisogno di cultura condivisa, per cui si facciano i loro Dante, Petrarca e Boccaccio. Eviterei di fare al triennio letture orientate per i nuovi italiani, non credo molto a queste balle della letteratura della migrazione: ci sono dei grandi libri che vanno letti anche se parlano di maschi bianchi occidentali.

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Comments (1)

  • quel po' di letteratura - ATBV

    |

    […] allora che tornano utilissime alcune delle parole che Claudio Giunta ha detto sull’insegnamento della letteratura a scuola. Non che io sia d’accordo su tutto, francamente (però, altrettanto francamente: su […]

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