Raccontare Marx 200 anni dopo

di Raoul Peck. Incontro con Cristina Battocletti

 

Forse per osmosi con la sua vita romanzesca, Raoul Peck è riuscito con Il giovane Karl Marx, a ricostruire con rispetto e profondità la complessa figura del più studiato, contestato, “sequestrato” filosofo contemporaneo. Nato a Port-au-Prince nel 1953, ingegnere e regista, fotografo e giornalista, Peck rimane in esilio volontario negli anni della dittatura del suo Paese per poi ritornarvi dal 1995 al 1997 come Ministro della cultura. Primo regista caraibico ad accedere al tempio dei grandi festival – fa ingresso a Cannes nel 1993 con L’homme sur les quais -, ha un suo ambiente naturale a Berlino, dove si è diplomato in regia.

Perché ritiene che Marx oggi, a duecento anni dalla nascita, sia ancora attuale?
Negli anni Settanta e Ottanta ho studiato in Germania, dove era impossibile intavolare una discussione senza conoscere Marx. Ho frequentato quattro anni di seminario sul Capitale e tuttora utilizzo quei preziosi strumenti. Quando non capisco una situazione la prima domanda che mi faccio è: dove è il profitto? chi sta guadagnando? chi è il dipendente, chi è il proprietario? Donald Trump non vuole statistiche né numeri, perché parlano. Si possono interpretare differentemente ma non mentono e Thomas Piketty ha avuto un grande riscontro perché è tornato a ragionarci sopra.

La sua carriera cinematografica è contrassegnata dall’impegno politico: Lumumba (2000), sul primo presidente della Repubblica democratica del Congo, paese dove lei ha vissuto, Moloch Tropical (2009) sul terremoto ad Haiti, I Am Not Your Negro (2016) su James Baldwin e sul movimento per i diritti civili negli anni Cinquanta e Sessanta in America. Marx s’inserisce in questo cammino?
Ho iniziato questo progetto dieci anni fa, perché avvertivo che intorno a me cresceva l’ignoranza, la stampa degenerava adeguandosi, spesso senza accorgersene, alle necessità dei poteri forti che guidano i giornali. Ugualmente noi cittadini non abbiamo avvertito il mutamento in atto nelle società capitalistiche in cui viviamo. Non possiamo continuare a non reagire di fronte al degrado ecologico, alle discriminazioni, alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi Paesi ricchi, al rifiuto degli immigrati che hanno legittimità di essere accolti quando fuggono dalla guerra, ma anche dalla povertà. Noi tendiamo a rapportarci sempre a un periodo di breve durata, ma se dobbiamo ragionare sul voto dato a Trump dobbiamo rifarci a cambiamenti in atto già all’epoca dei governi di Berlusconi e di Sarkozy, fratelli di una corrente più generale probabilmente nata con Reagan e Thatcher. Ovvero un approccio molto capitalistico e populista, che nega autorità alla scienza e alla logica. La nostra è una società in difficoltà, in cui manca la solidarietà e le relazioni tra colleghi si indeboliscono perché ciascuno ha paura di perdere il proprio benessere. Marx oggi è ancora più urgente e attuale di prima.

Si ritiene un marxista?
Il mio approccio a Marx non è mai dogmatico. Non sono mai stato marxista, né ho mai preso tessere di un partito perché mi impedirebbe di svolgere il mio lavoro di libero pensatore e di critico della società. Esattamente come Marx ed Engels fecero nel proprio tempo contestando, giovanissimi, a due mostri sacri come Hegel e Feuerbach di non essere andati abbastanza lontano. L’Europa allora era dominata dalla depressione economica, scarnificata dalle carestie e dalle disuguaglianze, la rivoluzione industriale iniziava a produrre una grossa ricchezza per una minoranza. A Manchester i bambini giravano d’inverno senza scarpe e per dormire qualche ora i lavoratori affittavano delle corde a cui appendersi in piedi.

La Storia ha legato però Marx ed Engels ad altrettanto grandi ingiustizie commesse dalle dittature comuniste…
Per questo bisogna tornare alle origini dei loro scritti, senza farsi irretire dalle false informazioni, dalla propaganda, dal pensiero dogmatico di destra e sinistra. Marx fu un incredibile economista e filosofo, le cui idee sono ancora il perno dei libri contemporanei di sociologia ed economia. Le dittature hanno attuato nei suoi confronti il più grande sequestro della Storia appropriandosi e distorcendo a proprio fine le sue teorie. Marx non è responsabile delle mostruosità che sono accadute nell’Est Europa o dei genocidi a opera di Pol Pot o di Mao Tse-tung. Sotto questi regimi totalitari Karl, la moglie Jenny e Friederich sarebbero stati i primi a essere uccisi perché liberi pensatori. La gente tende a dimenticarsi che predicavano l’emancipazione dell’intera società attraverso l’emancipazione di ogni individuo. E questo è contrario a ogni forma di totalitarismo o collettivismo, in cui i dissidenti vengono liquidati. Tutte le rivoluzioni producono un mostro.

Cosa potrebbero trovare i giovani in Marx?
Nel Manifesto del partito comunista che fu scritto da Marx ed Engels tra il 1847 e il 1848 si descrive una crisi molto simile a quella che viviamo ora: la pazzia di un mondo basato sulla finanza. Le nuove generazioni, che si alienano con il telefonino e i social network, non devono far altro che tornare indietro e studiare Marx, perché l’alienazione è un concetto inventato da Marx.

Eccetto un biopic in Unione Sovietica nessuno ha mai osato a fare un film su un personaggio tanto sacrale…
Quella sovietica era una versione di Karl Marx granitica, molto stalinista. In Francia negli anni Settanta era stata creata una serie televisiva su Jenny Marx. Nel dialogare con una materia così complessa – le evoluzioni di una mente, la creazione di una teoria, spiegare la storia della società capitalistica al cinema – è un lavoro serio. È facile cadere in una caricatura.

Perché si è limitato al periodo giovanile?
Non potevo descrivere in due ore una biografia mostruosa. Per l’intera vita avrei avuto bisogno di un film di almeno dieci ore.

Perché un progetto così non è stato realizzato negli anni Settanta, gli anni della protesta?
Perché allora si scendeva nelle strade a protestare ed è oggi che la nostra società è davvero divisa. In Francia, per esempio, la sinistra è esplosa, dividendosi secondo alcuni in due parti nette: destra e sinistra. Secondo me vanno entrambe a destra. Io non ho la ricetta per capire perché questo sia avvenuto. Storicamente a volte la società ha bisogno di schiantarsi per poi riprendersi. Non penso che la gran parte delle persone che ha votato Trump gli creda. Credo che abbia pensato: “Sono stanco, lo voto, magari scuote un po’ le cose”. Noi siamo attori del nostro futuro, ma il processo è lento, soprattutto se accettiamo di vivere in una democrazia, perché ci vuole un dialogo per prendere decisioni di maggioranza. Le tirannie non devono rispettare questa procedura: basta puntare un fucile.

Pensa che le sinistre abbiano fallito?
Sì. L’esito della crisi è il totale annullamento della sinistra, gentrificata, borghesizzata e trasformatasi di fatto in destra. Mitterand in Francia ha ucciso il partito comunista. Ora i lavoratori votano per Marine LePen: il nostro lavoro è capire perché. Non lo fanno perché sono pazzi o stupidi, ma perché vedono in lei una potenziale risposta ai loro problemi. Anche in Germania c’è gente che muore di povertà e persone terrorizzate dal razzismo Se vivi una condizione di privilegio certe cose non puoi vederle e non puoi pretendere di essere di sinistra.

Si ritiene un’attivista?
No, sarebbe troppo facile. Se mi si affibbia questa etichetta significa che quella è la mia professione, mentre io sono solo un cittadino impegnato in ciò che mi circonda e prendo posizione contro ciò che non mi piace. Sono interessato alla società civile e al suo progresso. Fare film impegnati è una scelta. Non farli è ugualmente una scelta. La mia non è una professione divertente o facile, hai a che fare con guerre e miseria. Quando torno ad Haiti e visito gli amici e la famiglia non voglio vergognarmi. Per questo lascio agli altri girare Scary movie 1 e 2.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 51 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

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