Meglio che qua

di Nicola Ruganti

 

Yuri è intelligente e in gamba, guarda negli occhi segue e compila, è pure sornione, ha le occhiaie e mentre faccio l’appello devo soffermarmi un attimo in più. Esercita attrazione. Una classe di trenta ragazzi, ragazze bocciate tre volte che poi alla fine faranno il corso da estetista, il gruppo del parchetto e delle cannette, famiglie assenti o ansiosamente presenti, il resto non si capacita di non essere più alle medie. Il consueto caos scolastico: una sorda o gridata, comunque costante, richiesta di aiuto. In mezzo alla classe, silenzioso, ti guarda Yuri: quaderno a posto, occhi teneri, ma solo per il prof e per pochi altri. Nelle ricreazioni è schivo, non si lascia coinvolgere nelle scaramucce ed è rispettato. Forse gli altri pensano che quello sguardo così melanconico sia di un menagramo e che quindi è meglio non averci a che fare. La scuola è al centro di una piana produttiva, poca edilizia residenziale intorno, si arriva con i genitori in macchina oppure con i mezzi pubblici. Lui arriva in bicicletta. Ho scoperto che fa molta strada e pedala veloce. Un giorno preside e custodi gli hanno detto che non si può parcheggiare dentro per motivi di sicurezza. L’ho visto, era smarrito, sembrava lontanissimo.
Ha iniziato a venire poco a scuola e a scrivermi mail, che prima parlavano di scuola, poi, nel giro di pochi giorni, di sé: a casa tutto male. Yuri e il padre sono scappati dal loro appartamento sotto le minacce del nuovo compagno della madre. All’inizio sento un vago senso di confusione, cerco di capire meglio, chiedo a Yuri di tornare al più presto a scuola così posso farmi un’idea. Torna, il suo sguardo è cambiato, velato da un magone permanente. La sensazione che ricordo con maggiore nitidezza è la sofferenza sorda di Yuri e la mia necessità impellente di assegnare responsabilità e possibilmente colpe. Convoco i genitori sia telefonicamente, sia con la lettera spedita dalla segreteria della scuola (strumento ufficiale, micidiale, pressoché inutile) per trovare una data in cui poter parlare contemporaneamente con tutti e due i genitori del loro figlio. Il giorno del ricevimento arriva la madre con il compagno, del padre nessuna notizia; lo cerco, nessuna risposta. Nemmeno Yuri è a scuola. Non so perché, ma il compagno mi spaventa. Sento il sollievo di essere tra le mura scolastiche, non mi era mai capitato, ho sempre dato tanto valore alle situazioni informali, ma sono inquieto e desidero un luogo protetto, sono intimorito da quegli occhi spiritati. All’improvviso mi rendo conto di sentirmi vulnerabile e mi chiedo come possa stare la mamma di Yuri, in quale situazione quella giovane donna straniera sia precipitata. Parlo con la coppia e li informo che preferisco avere un colloquio solo con la madre. Lo scatto negli occhi del compagno è quello del fastidio per la perdita del controllo e di nuovo ho paura. La madre entra nella stanza dei ricevimenti, non sa come comportarsi; vuole attaccare, ci prova, “mio marito mi ha sottratto il figlio”, “non lo manda a scuola”. La osservo, sembra disconnessa, sale dentro di me una profonda pena, le domando se ho capito bene che “suo figlio non la vede da più di un mese?”, “cosa le impedisce di incontrarlo?”. La giovane donna che ho davanti inizia a piangere, sembra un crollo a rallentatore, il suo volto diventa sofferenza e impotenza. La ascolto e poi fisso con lei appuntamenti con lo sportello di assistenza del Comune, le do appuntamento una mattina dopo pochi giorni. Insisto sul fatto che, davvero, è possibile chiedere aiuto e riceverlo. Quando saluto la coppia che se ne va ho come la sensazione che sia finita l’ora di libertà della donna, la prima ora di libertà dopo tanto tempo. Mi rimane da ascoltare il padre, non si è fatto vedere, anche se i racconti di Yuri spingono a considerarlo una vittima; questa assenza è molto negativa: perché non si è fatto vivo? Lo cerco di nuovo, giura di venire al nuovo appuntamento.
Mettere insieme i ricordi della mattina dell’incontro con il padre è stato uno sforzo. Evidentemente capita di fare resistenza, di rimuovere momenti che costringono a cambiare con forza punto di vista. Mi viene messa a disposizione la presidenza, più tardi ci avrebbe raggiunto il preside.
Il padre di Yuri è un uomo mite, con idee precise e la tempra per dirle. Ormai da mesi il nuovo compagno della madre ha iniziato a spadroneggiare, la madre è andata via da casa e vive con lui. È italiano e quando entra in casa del padre di Yuri tira fuori la pistola e pretende che il ragazzo vada con lui dalla madre; minaccia, urla, fa il matto. Yuri mestamente le prime volte lo segue. Il padre racconta che vede Yuri stare sempre peggio dopo le visite forzate alla madre, al ritorno è sempre profondamente scosso e anche malmenato. La soglia di pazienza del padre è superata, decide di cambiare casa: sottrae il figlio da questa violenza e si nasconde. Sembra che non sia sufficiente, con grande preoccupazione scopre che il compagno della madre non si muove da solo, lo segue, si fa accompagnare da altri stranieri e all’inizio lo minaccia; poi passa alle via di fatto: lo aspetta sul posto di lavoro, lo fa scendere dalla macchina, lo prende a sassate, continua a cercarlo, gli mette la faccia a terra, gli dice che il figlio della sua compagna deve stare con lui.
Il padre di Yuri ha cambiato cinque case in affitto in otto mesi, si aggira per la piana industriale, si nasconde, nasconde il figlio; ha paura a mandarlo a scuola: finché è in casa, o con il padre, non possono portarlo via. Yuri è stato seguito ed è scappato, e non una volta sola, come un animale braccato.
Arriva il preside e porta con sé anche Yuri. Penso “adesso è il momento in cui facciamo valere la scuola; se non ora quando…”. Il preside è in gamba e ascolta con attenzione; faccio il riassunto e poi, garantito da un po’ di esperienza nel sociale e da un sincero affetto per questa vicenda, inizio con tono calmo a elencare ciò che deve essere fatto. Inizio con il suggerire gli sportelli di ascolto, l’importanza della frequenza a scuola, racconto l’intelligenza e la bellezza di Yuri, parlo dell’importanza di rivolgersi ai servizi sociali, chiedo se qualcuno può “scortare” Yuri a scuola la mattina, mi offro di riaccompagnarlo a casa; il preside si rende disponibile a far sì che i custodi possano accogliere Yuri anche prima dell’apertura della scuola. Infine mi rivolgo con intensità al padre e spiego l’importanza di credere nelle istituzioni, nella rete di servizi alla persona che garantisce contro il sopruso, contro la violenza, in sostanza che impedisce ai prepotenti di essere forti con i più deboli. Lo strumento che forse il padre di Yuri non conosce è la denuncia: “è necessario che lei trovi la forza e il coraggio di denunciare queste violenze”. Il discorso progressista è stato pronunciato. Dentro di me sento che ce la facciamo.
Il padre di Yuri mi guarda, ha seguito con attenzione, io parlavo lentamente e lui ascoltava.
Prende un esile zainetto, fino ad allora rimasto nascosto sotto la sedia, e tira fuori un pacco, un pacco consistente di fogli di carta; appoggia il pacco sulla scrivania della presidenza. Sono fogli con i timbri e le firme della polizia, dei carabinieri, della finanza: è un pacco di denunce. Il padre di Yuri ci chiede di leggerle, sono piene di dettagli, da mesi ogni volta che viene aggredito denuncia, descrive e, soprattutto chiede aiuto. Prendo tempo per leggere, non capisco, sinceramente non voglio neanche capire, neanche nel far west. Perché Yuri e suo padre sono soli, soli davvero? Perché il compagno della madre di Yuri si aggira indisturbato per mesi?
Yuri racconta l’infinita tristezza dentro e i lividi fuori; il compagno e la mamma lo picchiano e quando non lo picchiano si fanno di coca. Nel racconto di Yuri tutto è detto con un misto di timore e fermezza: sa che sta dicendo cose pesanti, spera che vengano raccolte, sa che ogni parola può essere usata contro di lui, riversa dagli occhi speranze ineffabili sugli interlocutori, il prof, il preside e anche il padre. Lui ha scelto di stare col padre e lo dice come qualcosa che nessuno deve azzardarsi a toccare. Ascoltandolo, sembra che quelle flebili parole possano disegnare davvero il suo destino e che lui stia dicendo ciò che è giusto per lui. Quando qualcuno prova a spiegare che la frequenza a scuola e la sua possibilità di stare con il padre sono connesse – perché altrimenti il rischio è che il padre possa essere denunciato per “inosservanza dell’obbligo di istruzione” e il figlio allontanato – lui chiarisce, come un adulto, che vorrebbe venire a scuola, ma se questo significa essere “rapito” dal compagno della madre allora non c’è dubbio che è meglio rimanere a casa, in una delle tante case.
Se ne vanno, il colloquio è finito. Nella stanza rimane il silenzio, per niente irreale, che segue lo scoppio di un petardo. Con il preside in gamba nessun commento, ho le gambe molli. Alzo lo sguardo, mi accorgo che per tutto il tempo, guardando Yuri e suo padre, ho avuto sullo sfondo due enormi bandiere: quella italiana e quella europea. Non arriva la rabbia, e neppure un borghessissimo sdegno. Sono assediato dalle domande, immagino il padre di Yuri in fila per le denunce, vedo tutte le volte che ha ripetuto la processione, immagino il crescere e il deflagrare del delirio d’onnipotenza del compagno della madre, se nessuno lo aiuta a uscirne; penso a Yuri e gli occhi lucidi sbiadiscono e fanno scomparire le bandiere. Lasciamo stare la giustizia, ma provare pena, ricordarsi della tenerezza, è possibile? La madre piangeva e piangeva chiusa in un enorme dolore senza uscita. Le bandiere sono rimaste buone per coprire le bare, degli italiani, e basta. Nel frattempo gli eversivi usano le armi, si scherza sempre meno, le canzoni di rivolta le cantano tutti i ragazzi e si tengono stretti i versi che inneggiano all’insoddisfazione, sono versi per niente internazionalisti, sono versi sovranisti, fanno i fascisti, nonostante se stessi, inneggiano alla prepotenza. Accuso le ragazze e i ragazzi? No, ma non posso fare a meno di vedere. Di spiegoni sono pieni i siti radical chic, il padre aveva già fatto tutto, si era già comportato da progressista e con coraggio. L’hanno lapidato e non c’era nessuno. Yuri tornerà in Ucraina. Ci tornerà con suo padre. Certo che pedalava veloce. Yuri e suo padre in Ucraina staranno meglio… meglio che qua.

 

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