La poesia necessaria di Fernando Bandini

di Paolo Lanaro

In Pianura proibita Cesare Garboli si fa una domanda singolare: leggere i libri di un morto è lo stesso che leggere i libri di un vivo? I versi raccolti nel volume Tutte le poesie di Fernando Bandini, a cura di Rodolfo Zucco (Mondadori 2018), io li ho letti tutti quando Bandini era in vita, vale a dire quando era reciproca la presenza fisica, di colui che scriveva e di colui che leggeva. Quando questa reciprocità si interrompe, dice Garboli, il rapporto coi libri perde di vitalità e il messaggio dell’autore si libera dalla confusione e dall’opacità del presente. Sarà un bene o un male? I libri, scomparso l’autore, acquistano secondo Garboli una loro indiscussa immortalità, si trasformano in proustiani angeli dalle ali aperte. Mi chiedo: se potessi ancora camminare con Bandini per il centro di Vicenza, su e giù per i ponti e le piazze, come ho fatto innumerevoli volte, discutendo, polemizzando, fraternizzando con lui, potrei sapere qualcosa di più di quel poco che so sulle cose che ha scritto? Probabilmente ne verrei a sapere altre rispetto a quelle che il volume mondadoriano suggerisce. Forse Bandini esce da queste pagine come un poeta leggermente inamidato (cosa che capita non raramente con la pubblicazione dell’opera omnia), nonostante poi i versi resistano brillantemente all’irrigidimento inevitabile prodotto dalla tutela filologica.

Con Bandini discutevo di poesia (e di politica), mai con la convinzione che stessimo parlando di questioni capitali. Sosteneva, ma su questo oggi non ci sono più dubbi, che nella poesia italiana del secondo dopoguerra, dopo la stagione “preparatoria” degli anni Cinquanta, si erano delineati grosso modo due percorsi. Da una parte c’era chi, di fronte alle accelerazioni dello sviluppo economico, pensava che la nostra poesia non potesse restare indietro e dovesse autocriticarsi e avviarsi senza remore lungo la strada di una riproduzione sonora e sintattica del caos di cose ed eventi che la nuova realtà generava. Era la posizione dei poeti neo-sperimentali (Sanguineti, Giuliani, Balestrini eccetera). Dall’altra c’era chi pensava che fosse necessario contrastare questa specie di autodissolvimento del linguaggio poetico, mantenendo intatto un quadro di senso e di forme attraverso cui contenere la minaccia di un definitivo azzeramento culturale e antropologico. Era la via di Sereni, di Luzi, di Caproni, di Bertolucci e dei più giovani Roversi, Pasolini, Zanzotto, Giudici fino a esordienti come Raboni o come, appunto, Bandini.

Bandini fa la sua apparizione sullo scenario della poesia italiana nel 1962 con In modo lampante, edito da Neri Pozza. Voglio credere che la sua poetica, intendendo con il termine il nucleo emotivo e intenzionale da cui provengono i suoi versi, si possa ricavare quasi per intero da questo libro. Una vicenda poetica lunga una cinquantina d’anni non può ovviamente non arricchirsi di motivazioni, non trovare lungo il cammino nuove significative ragioni di cui nutrirsi, ma è anche vero che è difficile tradire del tutto quello che si è, allontanarsi radicalmente da quel sentimento iniziale di sé e del mondo che si raccoglie nei primi versi e a cui la poesia torna ad attingere quando si sente stanca o perplessa. Non è che In modo lampante sia il libro più intimo di Bandini, lo sono certamente molto di più le poesie degli ultimi anni, quando diventano lo specchio nitido e doloroso delle sue inquietudini e dei suoi ricordi, ma è comunque il libro in cui si manifesta in tutta la sua originalità la sua vocazione di poeta.

Già il titolo, In modo lampante, possiede quella gentile forza persuasiva che caratterizza in generale la poesia di Bandini, sempre in miracoloso equilibrio tra la concretezza dei messaggi e l’ineludibilità delle esigenze formali. Sfogliando la plaquette e passando in rassegna i titoli delle poesie (Tempo passato, Sereno autunno dopo la pioggia, Settembre, Canzone eccetera) si nota qualche concessione alla tradizione, ma si tratta di una concessione molto di superficie e poco di sostanza, se è vero per esempio che in Settembre non troviamo foglie che cadono o il dolce declinare delle giornate, bensì uno strano crociato in partenza, una saggezza vacillante, un passato che ripropone enigmaticamente le sue mosse e i suoi gesti. Se poi si va sul retro di copertina dove sono elencati i titoli usciti nella collana, si può notare come quello di Bandini faccia spicco, a parte naturalmente Montale e Sbarbaro, in mezzo alla Luna lombarda della Spaziani, alle Orchestrine di Arturo Onofri, alle Stagioni di Manlio Dazzi, al Quasi sereno di Angelo Barile. La poesia che dà il titolo alla raccolta indica una netta presa di posizione, sancita anche da un divertito incipit (“Ora, compagni”), solo che a seguire non c’è una perorazione politica, ma un appello etico a prendere coscienza della vita che libera fiorisce e a fare il punto sull’evoluzione subita dal canto del verdone, dalla foglia dell’acero, dal profumo del melo cotogno. Qui c’è non solo uno scarto netto rispetto alla tradizione ermetico-novecentesca, non solo un sarcasmo esplicito sul marxismo meccanicistico allora trionfante nella sinistra italiana (le teste di pietra di qualche verso dopo), ma c’è anche, e soprattutto, una dichiarazione di fiducia nella capacità conoscitiva della poesia, la dedizione a una forma di esercizio della parola che non si può rintracciare nelle declamazioni ideologiche, ma nella musica intrigante e sottile dei versi.

Che cosa è lampante? Che cosa è lucente, sfolgorante, splendente, da non poter essere oscurato o negato?

È lampante, dice Bandini, la contraddizione tra la stella accoppiata al rigido ontano e i pensieri burocratici delle teste di pietra. Non solo qui le trasformazioni sorprendenti della natura si impongono sulle regole e sui registri ideologici, ma la natura parla all’uomo con una voce incorrotta, proiettando la propria fresca ombra sullo schermo spesso noioso della vita intellettuale. C’è dunque una poesia che afferma cose lampanti (e lo sottolinea anche Gianluigi Beccaria nel suo saggio introduttivo), ma a dire il vero c’è un intero libro, più precisamente un intero corpus poetico, rischiarato da effetti luminosi, a volte adamantini, a volte soffusi come nelle poesie della vecchiaia. L’illuminismo di Bandini passa anche per questa singolare raggiera semantica. Già, perché la combinazione tra poesia e critica politica in lui non è casuale, come non lo è in genere nella poesia degli anni Sessanta. Pensiamo alle Ceneri di Gramsci di Pasolini, agli Strumenti umani di Sereni, a Fortini, a Roversi, a Sanguineti. È insolito questo illuminismo di Bandini, perché è privo di arroganza quanto invece è intriso di una grazia quasi settecentesca, graffiata da un’ironia tutta novecentesca, animata da un civismo colto e naturale allo stesso tempo. Insolito questo illuminismo, perché non ripudia altezzosamente il passato, ma se ne riappropria cautamente, consultandolo per estorcergli le sue qualità migliori sia in senso morale che letterario. Ed è un illuminismo che traccia una personalissima via d’uscita dalla notte del Novecento, non solamente quella poetica: si spezzano le catene del passato inverno, scrive, e rifulge finalmente una nuova primavera.

Con passo leggero ma deciso ci si allontana da un’epoca marchiata da inaudite crudeltà, ma anche da una poesia ispirata a un virtuosismo vuoto (come in D’Annunzio) o a un negativismo (il celebre “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”) che Bandini non può sottoscrivere. La sua strada, fin da In modo lampante, è un’altra, quella, come a suo tempo osservò Giovanni Raboni, di uno sperimentalismo sui generis, certamente attratto dalla parola e dalle sue possibilità, ma fortemente ancorato alle cose e ai significati morali, politici, estetici, che la poesia ha la forza e il dovere di fornire. Del resto è stato lo stesso Bandini una volta a confessare che nel fitto repertorio novecentesco le sue preferenze andavano a quella poesia “di oggetti” che ha avuto in Guido Gozzano il suo interprete più inatteso e innovativo. Cose e situazioni, aggiungeva, che devono comunque essere sempre racchiuse in un bozzolo di racconto.

Purtroppo, quella di Bandini era in quegli anni una voce di minoranza, come, analogamente, sono sempre state di minoranza le sue posizioni nel dibattito politico della sua città. Non è che questo fosse un suo strambo desiderio o una sua masochistica attitudine, è invece che sia in letteratura che in politica succede spesso che chi grida più forte, chi riesce a mobilitare velocemente le opinioni, sembra che abbia ragione, anche se magari non ce l’ha. La poesia non è immune da questo e succede a volte che debbano passare anni, prima che venga sottratta al silenzio una voce che in precedenza ben pochi avevano ascoltato e ammirato. Il volume curato da Zucco rimedia alla sbadataggine e alla superficialità di certa critica e restituisce intatta un’esperienza poetica che è riuscita ad affacciarsi sul nuovo millennio ancora provvista delle sue ragioni e del suo valore.

In modo lampante recita il “de profundis” sulla poesia di derivazione simbolista (quella che Bandini chiamava “di smaltate metafore”) non meno di quanto facesse il celebre Laborintus di Edoardo Sanguineti, uscito nel 1956. Le strategie erano diverse (e Bandini non mancherà di dedicare in una sua poesia un accenno ironico alle minacciose contorsioni linguistiche di Sanguineti), ma lo scopo era più o meno lo stesso: chiudere con un passato ormai diventato spossata liturgia e spingere la poesia verso nuovi territori.

Da quel fatidico 1962 si susseguiranno i decenni e i versi, ma non cambierà sostanzialmente il profilo poetico di Bandini. Certo si farà più netto, più scavato, si ornerà di preziose sfumature, ma non verrà mai meno la luce che irradia i suoi versi e che sta a indicare una speranza che resta accesa, un’utopia che non può mai essere svenduta. Le raccolte che via via andrà pubblicando racconteranno di un mondo sfregiato, di industrie della morte, di città capovolte, di una natura sempre più oltraggiata e sempre meno presenza viva e palpitante. La stessa Vicenza, che da sempre è stata una specie di alma mater a cui dedicare la propria sofferenza intellettuale e a cui rifornirsi però anche di provviste per il proprio viaggio esistenziale, diventerà vagamente irriconoscibile tanto da essere scritta al contrario. Negli anni quel fazzoletto di porfido e asfalto, quel piccolo quadrato urbano cinto dalle antiche mura che lui considerava una fonte di ristoro umano e civile, in realtà si restringeva sempre di più. Bandini guardava a poco a poco svanire forme di vita, vedeva isterilirsi il progetto di una comunità progredita e tollerante, sentiva che le parole centravano sempre più faticosamente il bersaglio, schiavizzate da una comunicazione rapida, dissennata e globale.

Affiorava il sospetto che la poesia non servisse a nulla se non ad alimentare qualche piccolo sogno, qualche ingenua illusione. Eppure le ultime poesie, contenute in una plaquette uscita per le edizioni del Girasole di Catania intitolata Un altro inverno, aldilà di luttuosi presagi disseminati qua e là, sbirciano ancora merli che saltellano, ascoltano il risveglio chiassoso di altri uccelli, vagheggiano una nuova primavera, anche se non si può ignorare la caducità terribile delle cose terrestri. Bandini avverte che non si può sfuggire al confronto con l’Eterno, ma sa che il confronto con l’Eterno non avviene sul terreno astratto dell’Eterno, ma su quello concreto della nostra esistenza. E se dunque non si può parlare, se non per mezzo di interrogativi ansiosi, di un futuro che non ha contorni né tangibilità né segni che si possano interpretare, lo sguardo si volgerà inevitabilmente al passato, popolato di immagini, di suoni, di significati. C’è ancora la luce nelle ultime poesie. Non è ovviamente quella fervida ed esaltante sprigionata dalla giovinezza, quella sorta di luce stilnovistica che faceva brillare i suoi primi versi. È certamente una luce un po’ barocca, circondata da penombre e da macchie di opacità, ma è pur sempre una luce che protegge e che conforta.

L’ultima poesia (Vacanze natalizie), che è un’invocazione alle meteore invernali, è dominata dal chiarore della neve. Sembra il sogno di una purezza, di un candore umano e letterario perennemente inseguito.

Non è l’alta, ineffabile luce dantesca, ma la luce di una poesia che ha illuminato giorni e stagioni e che fino alla fine vuol ribadire quanto sia stata necessaria.

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Comments (1)

  • affiorava il sospetto - ATBV

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    […] La recensione che ho letto l’ha scritta Paolo Lanaro e parla della luce che sempre si trova nelle poesie di Bandini. A un certo punto c’è un passaggio che mi è piaciuto moltissimo, che dice così: […]

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