Governare: cosa pensa il sindaco di Napoli

di Luigi De Magistris. Incontro con Maurizio Braucci

Incontro il sindaco Luigi De Magistris subito dopo le elezioni politiche del 2018, un sindaco che sicuramente ha rotto gli schemi clientelari dei partiti a Napoli e ha creato una nuova classe politica cittadina. Tra polemiche e difficoltà finanziarie, non si può negare che con lui la città sia uscita fuori dallo stallo in cui era caduta a inizio millennio. Ma verso dove? In questa intervista proviamo a fare il punto sul suo operato recente e sull’idea di una sinistra possibile non solo per Napoli ma per il Paese.

 

Sei al secondo mandato come sindaco di una città che è un’emblema del Sud, dei suoi punti deboli e dei suoi punti forti. Che idea ti sei fatto delle cause dei problemi del Meridione?

Secondo me esistono più Sud, aree che sono piuttosto differenti tra loro, detto ciò aggiungo che sicuramente nel Sud deve crescere la consapevolezza delle proprie capacità e quindi del doversi emancipare anche da soli, senza attendere sempre l’aiuto da parte del governo centrale. Poi ci sono le responsabilità di una classe dirigente meridionale che è stata caratterizzata da commistioni tra affari, politica e mafia, un blocco che ha rafforzato quella borghesia che ha gestito il potere in modo che esso restasse nelle mani di pochi. Del resto le responsabilità nazionali si saldano proprio con questo tipo di classe dirigente locale, un certo potere centralistico si serve delle contraddizioni del Sud come di un guinzaglio con cui procurarsi consenso elettorale. È un meccanismo di sudditanza che però negli ultimi anni si è un po’ allentato, a Napoli con la mia elezione ma anche altrove a guardare come le elezioni di marzo 2018 hanno mandato un segnale di insofferenza proprio contro questo sistema. La questione meridionale non è stata mai affrontata in modo adeguato, non c’è mai stata una volontà di rompere lo squilibrio tra sud e centro nord adottando politiche fiscali adeguate o perequazioni dei trasferimenti delle risorse o di distribuzione delle ricchezze. È una volontà non solo politica ma anche finanziaria di tenere il Mezzogiorno un pò come una zavorra, infatti se si eliminassero gli squilibri, il Sud potrebbe diventare un elemento di potenza e mutare gli equilibri economico – finanziari del nostro paese.

Napoli è una città complessa da amministrare, puoi farmi un resoconto a oggi delle difficoltà che non riguardano tanto gli obiettivi ma gli strumenti per raggiungerli?

Le difficoltà sono soprattutto due, una è sicuramente quella del debito storico che abbiamo ereditato e quindi di una situazione economico-finanziaria in gran parte dovuta a quella mala politica di cui dicevo. L’altro grande ostacolo è stato un apparato amministrativo in alcuni casi elefantiaco: società partecipate che sono dei veri e propri carrozzoni e un apparato burocratico ottocentesco. Questi due sono stati gli ostacoli più pesanti che, uniti a un ostracismo dei poteri centrali, ci hanno imposto un’esperienza difficoltosa ma anche entusiasmante. I napoletani con il passare del tempo hanno avuto sempre più consapevolezza delle nostre difficoltà e anche del nostro voler governare in modo differente, la gente ha cominciato a capire che non deve solo votare e delegare ma che può anche partecipare al cambiamento. Di ciò abbiamo avuto segnali da tutti i quartieri della città, ma in definitiva più dalle periferie che dagli ambiti della borghesia.

 

Poche settimane fa siete stati a Roma per protestare contro la situazione debitoria del Comune di Napoli a cui accennavi, il 14 aprile ci sarà un’altra manifestazione a Napoli. È una questione che va avanti da mesi e che oggi si è acuita ventilando addirittura l’ipotesi di dissesto per la città già evitata pochi anni fa con la procedura di riequilibrio finanziario. Questa procedura di predissesto riguarda 151 comuni di cui il 70% sono al sud ed è effetto dell’inasprirsi del Patto di Stabilità che l’Europa richiede ai suoi paesi membri.

Noi abbiamo ereditato una situazione debitoria enorme e già dall’inizio del mio primo mandato abbiamo avviato un percorso molto tortuoso di messa in sicurezza del bilancio. Questo cercando di non rinunciare ai nostri obiettivi politici che vanno dai servizi per le fasce deboli fino alla gestione pubblica dell’acqua, politiche che sono minacciate da quelle liberiste che mirano solo a far quadrare i conti. Per questo abbiamo lavorato sull’eliminazione degli sprechi, sulla gestione del patrimonio immobiliare e sull’evasione fiscale ma a causa dei crescenti tagli dei trasferimenti ai Comuni la situazione si sta facendo sempre più difficile. Questo è un paese che negli ultimi anni ha ridotto enormemente le autonomie locali e quindi i servizi ai cittadini e quindi la democrazia. Da ultimo, al passivo lasciatoci dalle gestioni amministrative precedenti, in seguito all’esito di contenziosi giudiziari, si sono sommati due debiti a mio avviso assurdi ma assai consistenti. Il primo risale al terremoto del 1980, debito di circa 100 milioni di euro del Consorzio CR8 per costruire l’impianto fognario da Napoli a Volla. Si tratta di un debito non contratto dal Comune di Napoli ma dallo Stato attraverso il commissario speciale di allora (in una Napoli che è stata la città più commissariata d’Italia e con commistioni enormi tra politica e criminalità). L’altro debito riguarda l’emergenza rifiuti dei primi anni del 2000, ammonta a circa 50 milioni e anche questo è stato contratto entro gli interventi del commissariamento governativo. A questi 150 milioni si sommano gli interessi e in ultimo una sanzione della Corte dei Conti che ritiene che noi non abbiamo correttamente inserito nel Bilancio 2016 la quota di debito relativa al Consorzio CR8, risoluzione ulteriormente ingiusta perché quella quota di debito è maturata solo nel 2017. In sintesi, lo Stato non ha pagato dei debiti da lui contratti e li addebita al Comune con conseguenze quali il pignoramento della sua cassa avvenuto a gennaio scorso. In tali condizioni noi riusciamo ancora a non tagliare i servizi e a non svendere il patrimonio immobiliare, ma per uscire da questa empasse servono delle norme che permettano di revocare le disposizioni della Corte dei Conti e di stralciare il debito non imputabile all’amministrazione. È un braccio di ferro che non riguarda solo la mia giunta ma l’intera città, si rischia di dover svendere pezzi del suo patrimonio (vi immaginate il Maschio Angioino venduto a una multinazionale?) e a dover privatizzare dei servizi che sono di interesse pubblico come la refezione scolastica o gli asili nidi. Credo che da Napoli debba partire una grande battaglia, che riguarda non solo il Sud, contro il debito ingiusto e che non rientra tra quelli contratti dalle amministrazione precedenti. Per salvare le banche venete si è aumentato di 12 miliardi il debito pubblico dello Stato, per eliminare questo debito ingiusto che grava sulla nostra città basterebbero circa 500 milioni.

 

Io so che la politica è fatta non solo dai politici ma anche dai cittadini che danno loro il potere, due elementi che dovrebbero essere in dialogo tra loro. Non posso ignorare che la tua stessa ascesa è stata anche effetto di una società locale che chiedeva altro dopo le delusioni del passato recente. Il dialogo con la parte di città più avveduta e più attiva, movimenti compresi, è una caratteristica forte della tua giunta. A volte ho l’impressione che la politica, specie nazionale, non solo dimentichi questa relazione essenziale ma che la tema o che si convinca di essere lei la sola artefice di tutto.

A volte questa relazione manca perché i sistemi elettorali nazionali sono diversi da quelli locali, per esempio la legge del 93’ sull’elezione diretta del sindaco con cui fu eletto Bassolino è una buona legge perché il sindaco si confronta con il popolo durante la campagna elettorale. Ma c’è anche un altro aspetto e riguarda il timore del controllo popolare da parte della casta politica, mentre un sindaco in genere è uno che ci mette la faccia e si confronta con la gente, chi viene eletto in parlamento spesso predilige di gran lunga il salotto televisivo alla Bruno Vespa e pretende anche poi di giudicare e di essere lui il punto massimo di gradimento politico del paese. Proprio gli eventi degli ultimi anni ci dimostrano che i parlamentari hanno perso il contatto con la gente e infatti non c’è più un loro riconoscimento come politici che perseguono gli interessi della comunità. Se guardiamo all’ultima campagna elettorale ci accorgiamo che è stata tutta televisiva, una campagna elettorale dove è mancato il confronto con la gente. Tra Renzi, Berlusconi e Di Maio, quest’ultimo ha avuto gioco facile, perché il voto in suo favore è stato un voto di protesta quasi scontato. Eppure anche in questa campagna elettorale non ci sono stati contenuti e quindi il Parlamento continuerà ad essere un luogo che non ha più nessuna connessione con il territorio anche ora che ha vinto una forza che ha sempre criticato il sistema. Io ritengo che alla fine l’aspetto più importante della politica sia lo stare tra la gente, andare incontro ai cittadini sia nei momenti di festa che in quelli di contestazione. È molto più faticoso ma ti rafforza molto, io l’ho iniziato a fare proprio perché non avendo partiti, non avendo denaro, non avendo apparati mediatici ho trovato questo come elemento di forza e soprattutto nei momenti di difficoltà. Inoltre sono orgoglioso del lavoro straordinario che fanno i centri sociali, i collettivi e gli studenti della nostra città per il riscatto morale, per la lotta alla camorra e contro la corruzione e la malapolitica. Quando c’è stata la contestazione a Matteo Salvini qui a Napoli, io mi sono schierato completamente dalla loro parte appunto per la posizione di dissenso contro una destra che considero non solo inaccettabile ma pericolosa. A Napoli sono nati negli ultimi anni molti spazi liberati, edifici abbandonati che sono stati rigenerati grazie all’attivismo di quelli che è riduttivo chiamare centri sociali perché ormai sono movimenti, sono eventi di popolo, collettività urbane che si mettono insieme e fanno un grande lavoro di riqualificazione. Abbiamo fatto delle delibere per assecondare questo movimento dal basso, affidando in alcuni casi la gestione degli spazi agli occupanti e riconoscendo il valore delle loro esperienze, come nel caso dell’ex Asilo Filangieri dove si è concordata una destinazione di uso civico e collettivo a partire dal concetto di bene comune. Le nostre delibere sono state tradotte anche in francese, spagnolo e tedesco, siamo stati il primo Comune italiano a dare valore giuridico a questi spazi autogestiti. Non si tratta di tolleranza del sindaco di Napoli ma di appoggio morale e politico verso azioni e attori impegnati nella crescita della democrazia cittadina. L’esperienza di “Potere al Popolo”che da questi movimenti si origina è stata infatti l’unica vera novità di queste ultime elezioni, non è un caso che sia un’esperienza nata a Napoli, segno che questa città sta producendo energie assolutamente positive.

Dopo Bagnoli, dove tu ti sei battuto perché le soluzioni non fossero calate dall’alto, mi sembra che un’altra questione che riguarda il territorio sia come indirizzare l’incremento del turismo e utilizzare i suoi flussi economici.

Noi stiamo cercando di “governare” questa novità assoluta del turismo. Napoli non è mai stata una città turistica, ha avuto dei periodi di attrazione, come durante il G7 o con il Maggio dei Monumenti, ma adesso la vera novità è la continuità del fenomeno. Vogliamo governarlo per evitare che ci siano anche qui gli effetti negativi del turismo massificato, la gentrificazione di interi quartieri che mutano e perdono le loro identità, la fine delle tradizioni artigianali a vantaggio di quelle commerciali, governare tutto questo è un lavoro difficile perché le norme non sempre aiutano. Bisogna innanzitutto che il turismo arrivi ovunque e non solo dove c’è maggiormente trend, del resto i turisti che vengono qui vogliono andare a Capodimonte come a Scampia ma bisogna portarli anche a San Giovanni o ai Colli Aminei e non solo nelle zone monumentali. Per ora ci sono dati interessanti, aumento dei bed&breakfast e delle case vacanza anche in periferia, nuovi esercizi gastronomici diffusi. Napoli gode anche di una forte pubblicità mediatica internazionale, non sempre positiva ma che attira soprattutto i giovani e tutto questo senza che ci siano grandi eventi di massa. I turisti vengono anche per un rapporto prezzo/qualità conveniente ma noi vogliamo rafforzare anche il tema culturale, la città attrae perché, malgrado le sue contraddizioni, offre un carattere umano che crea curiosità e che va in un’altra direzione rispetto al contesto internazionale dove stanno prevalendo diffidenza e paura. Da parte nostra non vogliamo trasformare Napoli in Lugano ma lasciarla come un luogo in cui si viene ben accolti e in cui si viene grazie al passaparola.

 

Ma per i napoletani che non beneficiano direttamente di questo flusso turistico?

Per la città noi abbiamo già dei ritorni immediati, per esempio quelli della tassa di soggiorno: solo nell’ultimo bilancio abbiamo recuperato circa dieci milioni di euro che poi vengono investiti tutti nella cultura e nel turismo. C’è un indotto economico, i giovani delle scuole alberghiere che trovano lavoro sono ormai intorno al 75%, un dato impensabile prima, poi c’è l’indotto di tutti i fornitori, dei liberi professionisti, commercialisti e avvocati, che a loro volta agiscono su altre tipologie di attività economica. Quando una città cresce sul piano culturale e turistico invoglia anche investimenti in generale e ci sono dei modelli europei interessanti, come Bilbao dove hanno saputo puntare sul rapporto spazio-persona in modo adeguato, con una rigenerazione urbanistica che ha messo la persona al centro nella trasformazione. Per tutto questo è molto importante il ruolo del Comune ma non solo, bisogna agire un pò tutti, bisogna aprire anche un dibattito culturale sul tema dello sviluppo attraverso il turismo.

 

La città sta cambiando ma persistono i suoi antichi mali, la criminalità ad esempio, l’emarginazione giovanile. Tu hai difeso questo cambiamento e a volte sei intervenuto su temi che però affondano le loro radici in decenni e decenni di malgoverno e abbandono.

Di fronte a domande relative al crimine o alla sicurezza, per me sarebbe stato più facile dire “Sono questioni a cui posso rispondere come opinionista ma non come responsabile istituzionale, perché la criminalità e la sicurezza spettano al governo”. Ma io non mi sono mai tirato indietro, innanzitutto perché non credo che questi temi vadano approcciati esclusivamente con un’ottica repressiva. Da parte nostra c’è stata una rottura del rapporto tra camorra e politica, questo vale anche per altre parti del Sud ed è un tema che riguarda tutti, perché inizia dalla dispersione scolastica, dal disagio giovanile, dalla crisi delle famiglie, dal mondo della comunicazione e dai media. La criminalità decresce quando aumentano le risorse per le politiche sociali, essa cala col ruolo maggiore dei centri di prossimità della salute, intesa come neuropsichiatria infantile, perché spesso ha origine nel disagio giovanile. Quando incontro i ragazzini che stanno a mezzanotte per strada e mi dicono “Io non ho nessuno a casa”, “Ho papà in galera”, mi ricordo che bisogna prendersi cura di loro insegnandogli a suonare uno strumento o a fare sport. Da questo punto di vista la città non è ancora cambiata, ma porta il messaggio di un’alternativa per i nostri ragazzi, col suo fermento culturale, la ripresa enorme del turismo, le quattrocento produzioni cinematografiche. Oggi a un ragazzino tu puoi raccontare con più riuscita l’alternativa di una vita onesta, ma è un obiettivo che bisogna perseguire tutti insieme perché non sempre si riesce a raggiungere chi più ha bisogno di esempi e di modelli positivi. Su certi temi, un’amministrazione può fare poco, sul lavoro ad esempio, ancor più se come noi ha scarse risorse economiche e tanti vincoli finanziari e normativi, su questo serve maggiore attenzione per i territori del Mezzogiorno da parte delle politiche centrali. Per sollecitarle servono battaglie politiche, non bastano quelle giuridiche e istituzionali.

 

A me sembra che la Campania in passato sia sempre stata una carta che i partiti forti si giocavano in termini di consenso durante le elezioni o per le loro alleanze, un’area che appunto perché bisognosa era facile da piegare alle esigenze del Potere (lo penso di gran parte del Sud). Ho l’impressione che in questi ultimi anni questo stia un po’ cambiando, che ci sia una maggiore (non certo totale) consapevolezza da parte dei suoi cittadini e un rifiuto di questo gioco di inganni. Forse è l’esasperazione, forse è l’emergere di attori sociali più disinteressati e avveduti. In teoria quel meccanismo manipolatorio si protrae dove la democrazia reale langue e quindi dovrei dedurre che essa langue di meno nella nostra regione, ma è un pensiero che subito avverto come troppo ottimista. Aiutami a capire se è vero e quali ragioni ci sono dietro questo ipotetico cambiamento.

A Napoli di certo la situazione sta cambiando, altrove no e se guardi l’inchiesta di “Fanpage” sulla corruzione della pubblica amministrazione te ne rendi ben conto, ma il nostro può servire da esempio per tutto il territorio. Dove aumentano democrazia e partecipazione, quel tipo di sistema si riduce, da noi ci siamo riusciti forse perché ormai si era toccato il fondo, pensa all’emergenza rifiuti. Quel sistema è ancora forte perché è alimentato dalle commistioni affaristiche tra politica e camorra, tuttavia la gente è stufa e protesta e chiede un cambiamento, chiede che non si abbassi la guardia e questo è importante perché sono le persone che cambiano le situazioni e non solo le opinioni.

 

Facciamo un po’ di psicogeografia. Dalle urne è uscita una mappa dell’Italia dove al nord prevalgono sentimenti di paura e di difesa (incarnati da Salvini) e un sud dove invece si esprime rabbia e frustrazione (incarnati dai 5stelle). Insomma due voti di protesta che vogliono un cambiamento contro quelli che erano i partiti forti. Manca la sinistra, che il Pd non incarna più nemmeno in parte. Molti guardano a te come potenziale politico di una sinistra che riporti in parlamento i temi della giustizia sociale, del Sud e di un’Europa non solo basata su principi finanziari. Come te la immagini questa sinistra e come vedi un tuo eventuale ruolo in essa?

Condivido la tua analisi di questo voto. Io per ora mi vedo proiettato a fare questi tre anni di sindaco con la stessa determinazione e passione (e non nascondo anche la fatica) di questi ultimi sette anni. Continuerò anche per poter dimostrare quello che si è fatto a Napoli e per connettersi con altre esperienze amministrative o di movimento, di associazioni e di comitati, anche a livello nazionale, che coniughino rottura del sistema e affidabilità di governo. Un movimento che nasca da sud per allargarsi all’Italia, fatto di persone non solo oneste ma anche capaci di governare e di sostenere se necessario il conflitto con le istituzioni, di avere capacità di dialogo facendosi rispettare. Mi farebbe piacere anche poter provare a dimostrare che esiste una sinistra che non usa tanto il termine sinistra ma che fa cose di sinistra, attitudine che è scomparsa in Italia, perché credo che oggi devi presentarti non solo come il nuovo ma avere delle idee nuove. Nel Movimento Cinque Stelle, dove ho colto dei segnali positivi, manca ancora la visione politica, manca la scelta e certe volte per evitare di perdere consenso si preferisce non dire nulla, finendo con la frase di Grillo che diceva “Non vince chi è più forte ma chi si adatta”. Non serve una forza che dica “Noi siamo di sinistra se il vento è di sinistra, di destra se il vento è di destra”. La politica dovrebbe anche dare una visione, non cogliere solamente l’umore della gente, quello ti può servire per capire dove vuole andare il paese ma anche frenare istinti che possono essere pericolosi, come quelli razzisti o di destra che stanno avanzando nel nostro paese. Salvini non è il nuovo, il Movimento Cinque Stelle non è il nuovo ma come forza di governo è nuova, chiunque cavalchi l’istinto del pericolo verso lo straniero non può essere il nuovo. Noi partiamo da questo movimento “Democrazia e Autonomia” che sta creandosi una struttura perché in politica serve un’organizzazione e la nostra sarà caratterizzata da battaglie per i beni comuni, per l’attuazione della Costituzione e da contenuti democratici e da credibilità. Aver migliorato Napoli è un patrimonio politico enorme, averlo fatto rimanendo non solo integri sul piano dell’onestà e della moralità ma addirittura riuscendoci senza soldi può produrre una narrazione diversa della realtà nell’immaginario nazionale. Certo, se io non avessi fatto il magistrato per 15 anni non so se sarei sopravvissuto ai diversi tsunami che mi hanno investito (sospensione dalla carica di sindaco, scontri ripetuti col governo centrale, tagli al welfare e ai trasferimenti erariali) ma è stata un’ottima palestra e vedo già che Napoli oggi gode di più considerazione e credibilità non solo in Italia ma nel mondo.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 52 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

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