Gian Burrasca le immagini di un monello immortale

di Manuela Trinci

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Definire “figurinaio” Luigi Bertelli, alias Vamba, potrebbe risultare davvero audace.
Di sicuro Vamba – nom de plume sulla scia di Ivanhoe – coi suoi bei baffi risorgimentali e l’aspetto lindo, era un pubblicista di idee radicali; un borghese illuminato, colto, un autodidatta assai polemico. Aveva lasciato i giornali “pei grandi” per delusione e trovato rifugio nei libri per i piccini con un programma editoriale forse ben riassunto nelle parole scritte, nel 1893, a prefazione del suo Ciondolino: “Ho pensato bambini di farvi vedere molte cose grandi negli esseri piccoli… più tardi, nel mondo, vedrete molte cose piccole negli esseri grandi”.
Dopo le esperienze giornalistiche al “Capitan Fracassa” al “Fanfulla” al “Giorno” e dopo la creazione del’ “O di Giotto”, Luigi Bertelli abbandona, infatti, il campo e si dedica appassionatamente a quel popolo di “grilli” e “mezze signorine” ideando per loro, con la Confederazione del Girotondo, il primo e unico partito politico infantile della storia d’Italia, ma soprattutto dando vita nel giugno 1906 al “Giornalino della domenica”, la rivista settimanale che tra il 1907 e il 1908 ospitò nelle sue pagine le cinquantacinque puntate del “Giornalino di Gian Burrasca”: gloriose avventure e sventure di un monellaccio fiorentino.
Di fatto, col “Giornalino”, siamo di fronte a una rivista dalla grafica elegante pensata soprattutto per i figli di una classe media che adorava la cultura liceale, la schietta, saporita, lingua toscana, il rigore, la disciplina, l’attivismo, l’organizzazione.
Le belle e famose copertine, ora disegnate per mano di Rubino, di Brunelleschi, di Terzi ora di Filiberto Scarpelli (padre di Furio), sempre chiare, continuamente frutto di nuove invenzioni grafiche, rivestivano degnamente le sobrie pagine di una rivista ancora molto scritta, che dosava con cura e parsimonia le illustrazioni e che, con esse, produceva un altro brandello della propria ideologia. L’uso accorto dei disegni – come sostiene giustamente Antonio Faeti – distruggeva subito, nel “Giornalino”, l’ipotesi di una auspicabile dimensione ludica: le immagini servivano per imparare ed erano collocate laddove non potevano distrarre il lettore assolvendo piuttosto al compito di rinsaldarne l’attenzione. Creavano, in altre parole, sommessamente un programma visivo, un pensiero, un mondo immaginario, influenzato dalle figure o, per dirla con Calvino, si insinuavano, forgiandola, nell’immaginazione di tanti ragazzini inizio secolo. Peraltro, come sottolineano Boero e De Luca (in La letteratura per l’infanzia, Laterza 1995) o lo stesso Antonio Gibelli nel suo Il popolo bambino. Infanzia e nazione dalla Grande Guerra a Salò (Einaudi 2005), la rivista diretta dal Bertelli-Vamba, coi suoi fermenti radicali e nazionalistici, è sicuramente inquadrabile in quella pratica politico-culturale di “nazionalizzazione dell’infanzia come decisivo della nazionalizzazione delle masse”.
Fu proprio in occasione della pubblicazione sul “Giornalino” delle Memorie di un ragazzaccio tradotto dall’inglese da Ester Modigliani (libro per il quale, per le tante assonanze col suo Gian Burrasca, ancora pesano su Bertelli-Vamba accuse di plagio) che Vamba si ritrovò nella sola veste di illustratore (Ciondolino, al secolo Gigino Almieri, era stato illustrato, infatti, da uno straordinario Carlo Chiostri). Sostengono così in molti che, proprio grazie a quei bamboccini disegnati, Vamba, incuriosito quanto perplesso di fronte all’arrivo dei bad boys d’oltre oceano, si innamorò dell’idea di un personaggio malandrino e birbante e passò la penna a Giannino Stoppani facendogli raccontare quella che lui stesso pensava essere una igienica ripulitura di una borghesia attratta dal perbenismo pedagogico di fine Ottocento del quale Vamba rifiutava essenzialmente il superficiale moralismo.
“Ma sai che tu hai una grande disposizione per il disegno? E poi si vede che osservi e ti vai migliorando…Vedi un po’ dalle prime figure che hai fatto a queste ultime che progresso! Bravo Giannino! Faremo di te un artista!”. Con queste parole il malcapitato avvocato Maralli esprimeva direttamente al giovane diarista i suoi apprezzamenti per le illustrazioni.
A ben guardare gli esilaranti autoritratti, i gruppi di famiglia, i matrimoni, le avventure in serraglio, così come gli schizzi che raffiguravano il Nelli o la zia Bettina o lo zio Venanzio o Petrino o la signora Olga o il professor Muscolo o il gatto Mascherino eccetera eccetera, che Vamba tutti disegnò per meglio raccontare, dimostrano quanto l’autore sentisse il desiderio di mutare certi schemi, attuando una esatta rivolta, quasi futurista, contro alcune istanze formali, accademiche, del passato. Vamba creò, infatti, le figure, annota ancora Antonio Faeti, che avrebbe potuto realizzare un qualsiasi Giannino, tanto vicine erano alla tecnica del disegno infantile, tanto rapido e ribelle appariva il suo pennino.
Ebbe quindi per primo il coraggio di rompere, Vamba, all’interno di una delle più belle riviste per ragazzi mai esistita, una consuetudine severa, patinata, che non assegnava nessuna importanza ai disegni infantili.
In questa maniera i disegni, nello stile un po’ popolaresco, vivacemente caricaturale di Vamba hanno reso memorabili abiti, personaggi luoghi animali oggetti e atmosfere, fondendosi in un unico corpo con le parole del racconto. E fu così che i disegni di Vamba si attaccarono al personaggio, ai personaggi, come una seconda pelle da cui non è stato facile staccarsi.
Può sembrare, infatti, paradossale che nella sua vita di long-seller (pubblicato dall’editore Bemporad nel 1912 e ininterrottamente pubblicato con più di 150 ristampe in Italia) il Giornalino di Gian Burrasca sia stato illustrato solo dal suo autore, Vamba, al contrario dei centinaia di disegnatori che si sono cimentati con Pinocchio, tanto che, ha osservato Andrea Rauch, “studiare i grafici che hanno reinterpretato il personaggio di Collodi, significa rivedere la storia dell’ illustrazione italiana”.
Alla mancanza di interventi di altri illustratori ha giovato anche il copyright Bemporad (poi Marzocco e Giunti) che, fino al 1990, quando i diritti scaddero per il ricorrere dei settant’anni dalla morte dell’autore, non permise intrusioni. Unica eccezione fu lo stesso intervento dell’editore che, alla metà degli anni Cinquanta, commissionò a Vinicio Berti una nuova edizione del libro (ed. Giunti Junior). Berti tentò allora un escamotage: quello di disegnare la sua versione in sintonia con i primi disegni di Vamba, quasi che le sue tavole a colori fossero una specie di “fuori testo” a rimarcare, a sottolineare, a impreziosire le illustrazioni di Vamba rimaste tali e quali.
Stessa strategia per la stupenda edizione di Nuages (2005) dove alle originali immagini di Vamba si aggiungono 16 tavole inedite, a colori, realizzate dal graphic designer senese Andrea Rauch. “Adesso ci ho provato io in un libro, dove le mie tavole fanno da contorno al testo e alle illustrazioni originali” – raccontò Rauch presentando il suo lavoro – “ I miei disegni a colori citano volutamente Vamba e non poteva essere altrimenti”.
Con sensibilità e gusto del colore, l’edizione illustrata da Andrea Rauch riprende le linee guida dei personaggi e delle situazioni, muovendosi con discrezione nell’universo di Vamba e proponendo “un Giannino di cui si deve subito diffidare, con più insistenza e rapidità nei confronti di quello di Vamba: è dotato infatti di un potere mimetico che gli consente anche di confondersi con l’arredo, è simile al mobile con specchio e anche al pavimento, è lo spiritello del luogo, può vedere tutto, e colpire, punire, deridere […]. Sicuramente e programmaticamente, con uno così non c’è da star tranquilli…” – commenta nella sua introduzione Antonio Faeti. Diverso il tentativo del maestro Giuliano Cenci inventore di “Carosello” e indiscussa autorità in materia di cartoni e di illustrazione animata (da Calimero al draghetto Grisù, dalla Pimpa al Lupo Alberto…) che nel 2009 illustra il Giornalino di Gian Burrasca per la casa editrice Sarnus nella collana “Children’s corner” sostituendo del tutto le illustrazioni del Vamba con una serie di immagini in bianco e nero, eseguite a lapis, che pur rifacendosi al testo e punteggiandolo risultano un inno alla modernità.
Curioso, interessante, è ancora l’adattamento a fumetti realizzato da Claudio Nizzi nei testi e da Gianni De Luca per i disegni e pubblicato poi per la Black Velvet di Bologna nel 2008 sotto il titolo di Gian Burrasca e altre storie. Qui la vicenda editoriale del capolavoro di Vamba pare ripetersi in quanto, nel 1983, esordisce come fumetto a puntate nelle pagine dello storico settimanale per ragazzi delle Edizioni Paoline intitolato, per ironia della sorte, “Il Giornalino”. A ogni episodio fu assegnato un titolo, sebbene la storia costituisse un’unica avventura. Pubblicati dal n. 38 del “Giornalino” al n. 47, presentati a colori, con interessanti scelte cromatiche che staccavano i personaggi principali dagli sfondi o dai personaggi secondari, gli episodi furono successivamente raccolti in un’unica pubblicazione a disegni in bianco e nero con il titolo variato da Giornalino di Gian Burrasca a Il diario di Gian Burrasca.
De Luca presenta, dunque, una versione di Gian Burrasca dal segno lineare, di bel volume, in uno stile umoristico alla Jacovitti; accurato nelle ricostruzioni, ricco, facendo anche un sorprendente uso del lettering, reinvenzione del più tradizionale balloon! Discutibile, invece, l’adattamento proposto da Nizzi che si concede molte libertà rispetto al testo di Vamba tra le quali, roba da “sgranar tanto d’occhi”, la maturazione finale del protagonista, che decide di mettere la testa a posto dopo le esperienze vissute nel collegio!
Che cosa mai ne avrebbero pensato e detto i suoi antesignani, tutti quei personaggi-bambini-monelli che, in qualche modo sono stati un po’ la piattaforma su cui il fumetto è cresciuto? Da Yellow Kid a Buster Brown agli inafferrabili Bibì e Bibò (Katzenjammer Kids ovviamente), tutti a loro volta discendenti da Max & Moritz e dai Gemelli di Corinto di Wilhelm Busch e, al tempo stesso, antenati di quella sterminata schiera di bambini fumettistici che, attraverso evoluzioni e derive, ha portato a Charlie Brown e a Calvin&Hobbes, affini e parenti tutti del “nostro” birbante.
Perché Giannino è una metafora d’infanzia: omaggiato da film (nel 1943 ebbe regista Sergio Tofano e Cesare Zavattini sceneggiatore, film in verità assai tristanzuolo, e nel 1982 visse, purtroppo, il flop di Pingitore), portato brillantemente in scena da Marco Morandi, figlio del Gianni Nazionale, e reso indimenticabile negli anni Sessanta dalla trasposizione televisiva di Lina Wertmüller con le musiche di Nino Rota, i costumi (perfetti) disegnati a mano da Irene Monti e una giovanissima e scatenata Rita Pavone che conquistò il mercato discografico con l’intramontabile W la Pappa col pomodoro.
Una metafora d’infanzia, una dimensione bambina che correla Gian Burrasca alle presenze che gli somigliano.
Coetaneo di Sussi e Biribissi e di Pel di Carota; di Edward, Harold, Selina, Charlotte, i bambini dell’Età dell’oro di Kenneth Grahame e dei ragazzi della via Pál; di Peter Pan e dei piccoli combattenti della Guerra dei bottoni, tutti diversamente ma irriducibilmente avversi al mondo degli adulti e terrorizzati all’idea di diventare “cretini” come loro, Giannino Stoppani, alias Gian Burrasca, fa parte visceralmente della nostra immaginazione, di quel “cinema mentale” di cui parlava Calvino nelle sue Lezioni americane, un “cinema” sempre in funzione, che mai cessa di proiettare immagini alla nostra vita interiore.

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