Il capitalismo fa male alla salute

di Stefano Laffi

Quando leggi Realismo capitalista di Mark Fisher (2018, edito dalla neo casa editrice Nero, simbolico primo volume della collana di saggistica Not) ti rammarichi di non averlo incontrato prima, di non averlo intervistato o ascoltato in una occasione pubblica, di non aver frequentato il suo blog K-punk… Perché forse questi anni, nel loro inganno di fondo, si sarebbero svelati prima, l’ideologia latente del presente avrebbe perso la maschera, e un’idea sul da farsi ti sarebbe venuta. Dal 2017 purtroppo Mark Fisher non c’è più, morto suicida a 48 anni, ma per fortuna questo libro ci lascia una testimonianza importante di un pensiero radicale, fortemente ancorato al contesto britannico e alla critica dello stesso, con le armi della cultura tutta (cinema, musica, psicoanalisi, letteratura…) al servizio di uno sguardo non indulgente su quello che ci succede.

La tesi di fondo è fortemente inscritta in quel titolo, sulle premesse e sulle conseguenze che ne derivano: viviamo un’epoca di ammutinamento di massa a una nostra possibilità antropologica in cui si è rinunciato a pensare che le cose possano andare diversamente da come vanno, di accettazione remissiva di un imperativo economico che ha corroso la nostra salute mentale e ha corrotto la gioventù, le istituzioni, la vita civile, la produzione culturale. L’assenza di alternative, predicata da Margaret Thatcher negli anni ottanta, è passata, ci è entrata in circolo, è stata assunta come situazione normale, e a differenza del socialismo reale che si imponeva con la violenza di un regime manifestamente antidemocratico, il capitalismo è dolce, seduttivo, ispirato al codice materno, emotivo (“la televisione non ti dice cosa devi pensare, ma cosa devi sentire”). È una tesi che questa rivista più volte ha denunciato, nel ricordare che un regime vige anche nell’Occidente che si crede e si predica libero, perché il capitalismo è più subdolo, più adattivo, più furbo a esternalizzare i suoi costi, fuori dai nostri confini e dentro la nostra psiche.

Di psiche parla spesso Fisher, perché rileva – forse nella sua stessa persona – l’enorme prezzo che il regime ci chiede nel credere che questa sia la felicità, il migliore dei mondi possibili. Lo schiacciamento sul presente, l’idea del paradiso in terra finalmente realizzato, ci impedisce il sogno, il progetto, toglie intenzionalità ai nostri gesti quotidiani che non devono più tendere a nulla, perché non c’è altro da cercare, da trovare. Pensiamoci, facciamo un inventario come avrebbe fatto Georges Perec dei nostri gesti quotidiani, quanti di questi sono davvero volti a cambiar qualcosa, sono scelti e fatti perché tasselli di un nostro progetto… Succede così che i ragazzi si annoiano a morte e si possono perdere nel consumo del web o di sostanze perché non convocati a nulla, i docenti possono arrendersi alla burocrazia perché non c’è alternativa, chi sta male può andare in terapia, quando invece occorrerebbe “ripoliticizzare la malattia mentale”: non è una tesi nuova ma Fisher ha il coraggio di riproporla, di dire che occorre rompere l’impostura che qualcuno possa aiutarti a guarire non da te ma dalla realtà che ti intossica perché ti condanna a un’illusione di felicità, come la piscoanalisi più lucida ha riconosciuto da tempo. La realtà non è il reale, ricorda Fischer riprendendo Lacan, bensì la sua ideologia, il ricatto della realtà è questo, prendere il presente come l’unico orizzonte possibile, e credere che sia colpa tua se “non ci stai dentro”, come direbbero quei ragazzi. Contro un pensiero diffuso, falsamente controculturale, che predica e celebra la resilienza come la virtù del nostro tempo, che insegna ai più giovani a adattarsi al sistema per poterne cogliere le opportunità – si pensi al mercato del lavoro, ai messaggi martellanti sull’autoimprenditoria, sulle start up – Fisher ci ricorda che l’adattamento è la nostra sconfitta, che “riuscire a adattarsi con successo è la principale ideologia manageriale”.

L’eterno presente rimuove la morte come destino comune, ma soprattutto cancella il futuro, facendo danni incalcolabili: Fisher si chiede quanto possa durare una cultura senza il nuovo, come sia condannata alla sua museificazione, e riprende Eliot per ricordarci che “l’esaurimento del futuro ci lascia anche senza passato: quando la tradizione smette di essere contestata e modificata, smette di avere senso”. Per questo, tornando ai temi cari a questa rivista, è così importante tornare alla disobbedienza civile, al conflitto e alla critica radicale, perché è l’unico modo per fare davvero cultura, persino per dare un senso al passato. “Cosa succede se i giovani non sono più in grado di suscitare stupore?” si domanda, cogliendo in pieno una tragedia del nostro tempo – che io credo dipendere solo in minima parte dai giovani – e forse la risposta è nell’Italia di oggi, trasformata in un parco a tema per turisti, nel folclore e nella nostalgia del passato, lucidato fino a consumarlo, per farlo brillare e farne l’unica nostra economia possibile. Quel che è a tutti evidente è certamente il paradosso della nostalgia di ogni cosa appena trascorsa, di un fenomeno di “invasione zombie” che attraversa la musica riportando in vita tutti quelli che (giustamente) appartenevano al passato, di distopie letterarie che non immaginano mondi nuovi ma il presente portato all’estremo delle sue conseguenze. E Fisher, da critico musicale, conosce bene anche quella scena, ha assistito in prima persona all’onda d’urto del punk negli anni ottanta e alla potenza della jungle e della drum and bass negli anni novanta, sa riconoscere cosa annuncia il nuovo e cosa invece finge di contestare il presente, e avverte nella moda hip hop di oggi proprio quel rischio: la si potrebbe scambiare – lo si fa, anche nel mondo educativo – come la nuova voce in versi della protesta contro il sistema, della cultura dal basso e di strada di giovani che chiedono spazio e potere, ma così non è, è l’adesione a una versione hobbesiana del reale, è una resa a un mondo diviso in due in cui i poveri vogliono diventare ricchi, senza illusioni sentimentali, senza sogni di eguaglianza, in cui la corruzione non fa più scandalo, esattamente come vuole il realismo capitalista. Tanto meno si può credere alla beneficenza dei vip, da Live Aid del 1985 in poi, le kermesse di protesta sono “burleschi rumori di fondo”, assolutamente innocui, i concertoni come quelli organizzati da Bono sotto l’insegna di una giusta causa sono basati sull’ingenuità o l’impostura che il “consumismo occidentale, anziché essere parte integrante delle disuguaglianze che sistematicamente segnano il pianeta, possa addirittura risolverle”, semplicemente perché “basta comprare i prodotti giusti”.

Da radicale, Fisher non lascia scampo, perché ogni critica che sia rivolta al sistema non concede al singolo comportamento l’onore della salvezza, l’illusione della via d’uscita. Il libro fa l’esempio del riciclo, imperativo morale cui tutti siamo chiamati, incontestabile azione personale di salvezza del pianeta: ma perché tocca ai singoli consumatori l’onere del riciclo, perché non c’è un sistema che si faccia carico di un altro modo di produrre, perché non c’è il soggetto di una responsabilità collettiva, perché riesce impossibile prendersela con qualcuno se il mondo è corrotto, inquinato, perché il male ci pare così ineluttabile? E ancora, a cosa servono tutti questi call center di cui il sistema capitalistico si dota, se non appunto alla finzione terapeutica di un ascolto, visto che poi non sono quasi mai utili, che le persone al telefono non hanno potere, vittime loro stesse della finzione del mercato come risposta ai nostri bisogni?

Fisher non ci regala un happy end, non c’è il capitolo finale con le soluzioni. Era un insegnante, faceva lezione ogni giorno in classe, scriveva, aveva antenne molto sensibili sulla produzione culturale contemporanea, leggeva molto, prendeva sul serio la musica, andava al cinema.Tenere lo sguardo vigile su tutto, diffidare della comunicazione e delle seduzioni, non usare la pancia come antenna, chiedere conto di chi trae vantaggio da ogni cosa, chiudere gli occhi e ballare jungle per non arrendersi al ricatto del presente, per sognare altro: si potrebbe ripartire da qui.

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