Un giornale a Genova

di Amedeo Gagliardi

A Genova nasce ad aprile: “La città” – giornale di società civile.

L’idea è di Luca Borzani che negli ultimi anni è stato protagonista di una stagione di grande rinnovamento alla Presidenza di Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura. Un’esperienza importante per la città dove la “cultura” non è stata esclusivamente elitaria o al servizio dello spettacolo, ma capace di riportare i cittadini al centro, aprendo il Ducale non solo a mostre e appuntamenti di carattere internazionale, ma anche ai tanti contributi di impegno sociale, riconoscendo loro valore culturale, e dando quindi forza a un’idea di cultura che è soprattutto formazione di responsabilità civile.

In continuità con questo approccio al lavoro, e dopo aver lasciato l’incarico, in conseguenza alla storica sconfitta elettorale del centro-sinistra, Borzani non ha rinunciato a questa sua vocazione, a questa sua capacità di ricucire divisioni e visioni, avvertendo ancor di più la necessità di rimettersi al lavoro per comprendere le cause della sconfitta, da ricercarsi nell’incapacità di riconoscere le trasformazioni compiute dalla città negli ultimi trent’anni.

Da queste premesse nasce il progetto “La città”, presentato lo scorso mese ai tanti amici e compagni di viaggio di questi anni, circa 150 persone. Il giornale avrà come focus la città di Genova: Genova che come tante altre città vive in modo drammatico i danni della globalizzazione. Una globalizzazione che dispiega le sue contraddizioni attraverso una grande forza omologatrice, guidata dal consumo e dall’utile, capace di scavare profonde diseguaglianze, di accendere guerre tra i poveri esasperando la ricerca di capri espiatori.

Il sottotitolo del giornale è “giornale di società civile”: “di” e non “della”, con l’intenzione di costruire un punto d’incrocio di rappresentazioni della città, per diventare strumento di relazione, di comunità che da sinistra tenti non solo di raccontarla ma di comprenderla, di studiarla, di conoscerla e soprattutto di amarla.

Sarà un giornale retto dal lavoro volontario di tanti esperti in diversi settori e di pochi giornalisti militanti, un giornale che cercherà di vivere della sottoscrizione di abbonamenti, Luca ne indica 1000, indispensabili per mantenere autonomia e sostenibilità economica. Anche in questo il progetto propone una sfida nel coinvolgimento delle persone, nel provare a diventare comunità che sta al passo con la contemporaneità, una comunità che condivida un orizzonte ma che contestualmente provi a tracciare una rotta per una città diventata difficile da decodificare, interpretare e comprendere. Una comunità che provi nuovamente ad avere l’ambizione di formulare e proporre progetti a lungo termine.

Un giornale in fondo è fatto di parole. Può sembrare un’operazione piccola, l’ennesima proposta editoriale. È possibile. Ma in un tempo in cui la parola diventa spesso chiacchiericcio, la sfida è farla diventare qualcosa di diverso: uno strumento di scavo e di setaccio per tentare di far riemergere processi di conoscenza. Una parola capace di essere umana, per gli umani, per costruire umanità, una parola capace di fertilizzare una sinistra incapace di rigenerarsi.

La sfida in fondo è quella della ricerca di una rinnovata dimensione sociale. È in questa dimensione di giornale politico, che guarda alla città, che speriamo si possa creare un’azione di collegamento tra diverse buone esperienze. L’obiettivo in fondo non è nuovo: tenere insieme sguardi diversi, dare forza a nuove istanze collettive che siano in grado di comprendere quello che succede, provare a stare insieme nel rispetto delle diversità, superare l’isolamento e il senso d’impotenza nei confronti della Storia.

In un momento in cui tutti sembrano sempre “aver capito”, aprendo spazi a una destra sempre più inarrestabile, proporre un giornale di questo genere può essere un modo per mettersi al servizio, per ricostruire un tessuto relazionale nel quale radicare studio, analisi, conoscenza. Dare priorità alle relazioni piuttosto che ai contenuti per costruire fiducia e riconoscimento reciproco cercando di uscire da quel processo di dilatazione del proprio sé che spesso ci tiene prigionieri. Anche un semplice giornale “di città” può diventare un luogo dove avviare un percorso di appartenenza, per provare a competere sul terreno dell’egemonia nella rappresentazione del reale, per far fare un passo indietro alla dimensione individuale e un passo in avanti a quella collettiva.

Una buona occasione insomma per non abbandonarsi alla sconfitta, alla rassegnazione e alla solitudine. Nell’aridità del panorama della politica genovese ci sembra un’opportunità da cogliere al volo.

 

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