Sciascia, i gialli, Maigret

di Marcello Benfante

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Leonardo Sciascia, com’è noto, nutriva una spiccata predilezione per il romanzo giallo, sia come lettore che come scrittore. Va pure aggiunto che nella sua vasta produzione saggistica e giornalistica egli dedicò una particolare attenzione alla narrativa poliziesca. Né va trascurato l’interesse per questo genere che mostrò anche come consulente editoriale.

Tutto ciò gli procurò un controverso attestato di sdoganatore del romanzo poliziesco, ossia di autorevole garante della sua dignità letteraria e del suo transito al mainstream culturale.

È forse in questa direzione che si orienta il recupero di una serie di suoi “scritti sul giallo” proposta ora da Adelphi con il titolo di Il metodo di Maigret e la curatela di Paolo Squillacioti.

A quest’ultimo si deve una esauriente e dettagliata postfazione che si apre proprio rievocando la passione di Sciascia come lettore di centinaia e centinaia di gialli in un’epoca in cui “il romanzo poliziesco non godeva di buona stampa in Italia” ed era considerato come “un mero sottobosco rispetto alle realizzazioni della cultura alta”.

In questa propensione dello Sciascia lettore, che avrà poi un preciso riscontro nella sua attività di scrittore e di critico, Squillacioti individua però una contraddizione: due fondamentali “figure di riferimento per il giovane Sciascia”, ossia Vitaliano Brancati e Albero Savinio, scrissero “in termini riduttivi del giallo”, come di una letteratura mediocre e volgare.

Squillacioti ne deduce una sorta di rispettosa obiezione da parte di Sciascia:

“Verrebbe quasi da pensare che lo sforzo critico di Sciascia sul romanzo poliziesco, testimoniato in particolare dagli scritti degli anni Cinquanta, nascesse anche dal desiderio, beninteso mai espresso, di smentire due scrittori peraltro venerati”.

In realtà, se è vero che Sciascia ne corregge il tiro e il tono, non si discosta però sostanzialmente dall’opinione dei suoi maestri, di cui dirotta lo sdegno, pressoché col medesimo gusto e gli stessi argomenti, soprattutto verso quel filone del giallo d’azione sadico e semi-pornografico che a suo avviso consiste in una degradazione e corruzione dei canoni classici.

L’interesse di Sciascia è infatti riservato quasi esclusivamente a quel repertorio che potremmo sussumere sotto la definizione di mystery, fin dagli esordi amato e praticato come un “vizio segreto” da numerosi intellettuali: lettori espertissimi che Sciascia definisce “di natura filologica”.

È la sfida logica, sottomessa a un’armonia formale e all’abilità della costruzione narrativa, a risultare coinvolgente in modo gradevole, ironico, arguto. Cioè a costituire un peculiare e gioioso piacere della lettura (a cui talora corrisponde un analogo piacere della scrittura parodica).

Le eccezioni a questo schema sono poche e vanno tutte nel senso di un’eccellenza che sovente travalica i limiti del genere.

Ma anche in quest’ottica benevola e rispettosa, il giudizio complessivo di Sciascia sul romanzo poliziesco non perviene mai a una rivalutazione totale: si tratta pur sempre della “zona più interessante” di un “sottobosco letterario”, che occorre tuttavia esplorare “con spregiudicatezza e intelligenza” poiché può riservare “le sorprese più autentiche”.

Queste parole, poste praticamente in apertura del volume, risalgono al 1953, e certamente esprimono, per quel tempo, una posizione molto più moderna e aperta di quella condivisa dalla gran parte dell’intellighenzia italiana (e non solo).

Non di meno Sciascia affida il suo gradimento a un “gusto del gioco” in cui individua i tratti dell’evasione infantile, ovvero di una fuga e di una regressione.

Con l’eccezione probabilmente del solo Poe, nobile capostipite, siamo cioè sempre nell’ambito di un sottoprodotto letterario che ha per lo più funzioni di mero intrattenimento.

Stranamente, in questa prima fase della sua riflessione, i crediti più lusinghieri vanno invece a Dashiell Hammett, cioè a quel filone d’azione (denominato hard boiled) che Sciascia non ama, ma a cui riconosce una certa influenza su Hemingway e su Faulkner.

Sciascia, ricorrendo alla mediazione di O’Neill, non solo corregge un’intuizione (un’agudeza) di Malraux (“Sanctuary è l’intrusione della tragedia greca nel romanzo poliziesco”, commentata ironicamente da Emilio Cecchi come “una francesata”), ma estrae da questa fitta rete di scambi tra alti e bassi profili un giudizio sintetico di grande importanza:

“Chi vorrà ancora dire la sua sul realismo e sul neorealismo, dovrà affrontare il suo bravo capitolo sul ‘giallo’, riflettere sulle ragioni più o meno sotterranee, per cui nacquero i racconti del ragionamento di Edgar Poe”.

Il giallo, sia quello cerebrale, sia (ma ancora di più) quello della scuola dei duri e della giungla d’asfalto, è così intimamente coinvolto nelle istanze del realismo da esserne divenuto una componente irrinunciabile per chi intenda analizzarle. In questo senso va valutata l’ispirazione verghiana dei principali romanzi di William Riley Burnett.

È una dichiarazione importante, ma che non si spinge, né mai si spingerà, fino a una piena equiparazione.

In Francia, è vero, il prestigio del romanzo poliziesco è alimentato dal consenso e dall’entusiasmo di una significativa schiera di grandi intellettuali e scrittori. Fin dai tempi della scoperta di Poe da parte di Baudelaire “il ‘genere’ ha avuto battesimo e cresima letteraria”. Malraux e Gide hanno sostenuto la grandezza di Hammet (che per Sciascia invece “non è un grande scrittore”) e Cocteau addirittura quella di Spillane (che Sciascia detesta e aborre).

Per un verso Sciascia polemizza implicitamente con la spocchia aristocratica dei critici italiani, ma per l’altro sembra lasciar trapelare dalle sue parole un certo scetticismo nei confronti della supervalutazione d’oltralpe. Soprattutto quando accenna a un incontro col poeta americano Allen Tate al quale domanda un giudizio su Hammett, ricevendo in risposta un moto di insofferenza forse eccessivo, sebbene in ultima analisi condivisibile (“… ma un po’ di ragione a Tate, e a tutti i critici americani che sistematicamente ignorano la letteratura poliziesca, bisogna pur darla”).

Alla domanda di Cocteau se esistono capolavori sconosciuti e se possano essere scovati in quel territorio dove non si suppone alligni la letteratura, Sciascia si limita a rispondere che la “tecnica del romanzo poliziesco è certamente esemplare; la documentazione che offre della criminalità e del costume politico di determinati paesi è notevole; un certo soffio di poesia (le ‘vie della città’ di New York e di Chicago, la Parigi di Simenon, la campagna inglese) a volte non manca – ma parlare di capolavori sconosciuti pare eccessivo”.

Tant’è che chiude la sua nota (del 1957) affermando che “in definitiva, il più grande romanzo poliziesco che sia mai stato scritto resta I fratelli Karamazov di Dostoevskij”, lasciando intendere che stiamo parlando di tutt’altra cosa, di un livello inarrivabile.

C’è dunque una costante ambiguità nel discorso di Sciascia sul giallo: da un lato un apprezzamento sincero delle sue qualità; dall’altro una resistenza a inserirlo tout court nell’alveo della grande letteratura.

I lettori di gialli, “un pubblico vastissimo”, sono a suo avviso più che altro dei consumatori nei quali opera l’effetto di una “fuga dei pensieri” nelle forme di un “passatempo”, cioè in una condizione psicologica di “assoluto riposo intellettuale” più riconducibile alla fruizione cinematografica che a quella del lettore propriamente inteso.

A questa ricezione semi-onirica e meccanica da parte di un pubblico passivo e subalterno al vincitore, che s’identifica col ruolo ottuso della “spalla” del detective, corrisponde una forma del poliziesco basata sulla descrizione intesa come scopo in sé, in cui la realtà è “centrifugata” e resa “gratuita”, ossia insignificante.

Il realismo è dunque svanito in una serialità astratta. E, come nella Commedia dell’arte, il protagonista è appena una maschera, una funzione narrativa estremamente semplificata: “Sono propriamente, gli investigatori, tipi; e soltanto raramente riescono a essere personaggi. E tipi sono i loro aiutanti (non discepoli, mai): senza età, senza variazione di stato civile”.

Se la regola è questa, esistono tuttavia le eccezioni. Simenon, soprattutto, il cui Maigret è “diverso da tutti gli altri investigatori” ed è un personaggio con una vita così vera “che a un certo punto è arrivato a sdoppiarsi, ad assumere una duplice esistenza: personaggio reale e personaggio fantastico, come quelli di Unamuno e di Pirandello”.

Nelle sue espressioni migliori, il romanzo poliziesco sa essere “anche letteratura del sottosuolo umano”, della “nevrosi” di una società desacralizzata, denuncia di una impossibile trascendenza.

“Nella sua forma più originale ed autonoma, il romanzo poliziesco presuppone una metafisica: l’esistenza di un mondo ‘al di là del fisico’, di Dio, della Grazia – e di quella grazia che i teologi chiamano illuminante”.

C’è una corrente morale che scorre nella narrativa poliziesca e si può evincere dall’incorruttibilità dell’investigatore – che è il pendant della sua infallibilità – o da un certo suo ascetismo, dalla sua capacità di interpretare e rappresentare la legge fuori da ogni ufficialità, leggendo e giudicando il delitto nell’intimo segreto del cuore umano come chi è eletto a questa funzione di redenzione ed espiazione.

Ma insieme a questa sublimazione c’è pure l’aspirazione a un ordine sociale e storico, che è intrinseca al genere stesso, alla sua tecnica rigorosa del raccontare, che è poi, a dirla con Borges, l’ordine stesso del suo raccontare.

Ma se nel giallo “classico”, problematico, tale ricerca di un ordine si poneva nel “conflitto tra polizia ufficiale (sempre incapace e spesso corrotta) e investigatore privato”, nelle sue evoluzioni o involuzioni pragmatiche e violente si trasforma in “un conflitto tra polizia ufficiale e magistratura”, ossia tra la forza che reprime il crimine e la Legge che con i suoi cavilli garantisti e i suoi giudici progressisti lo rimette in gioco.

In questo dissidio, che provoca “effetti di usura e di logoramento del sistema democratico”, prende campo la figura del giustiziere vendicatore alla Mike Hammer, pronto allo sterminio eslege di ogni devianza, criminale o politica o sessuale con macabro e scellerato furore maccartista, per il quale Sciascia prova una repulsione che è insieme etica ed estetica.

Altra cosa sono le sue idiosincrasie e anche certe sue incomprensioni (tra cui forse la meno spiegabile è quella di Sherlock Holmes, autentico personaggio in cerca di autore, di cui coglie l’estetismo dandistico alla Oscar Wilde e il perfetto paradigma, insieme a Watson, del binomio, ancorché sminuito, di Don Chisciotte e Sancio Panza, ma non sopporta lo scientismo positivista e l’arroganza vittoriana, sorvolando sul suo lato notturno, il suo spleen schizofrenico).

Ma su tutti svetta l’adorabile Simenon, le cui inquietudini vitali, a partire dal suo irrefrenabile erotismo, vengono rasserenate, sistemate e per così dire disinnescate attraverso il “metodo, la categoria e il principio del commissario Maigret”, quel modo umanissimo, da tenace Bertoldo, di compenetrarsi nell’altro e nella sua colpa per comprenderla internamente, profondamente.

Simenon è l’autore attraverso cui Sciascia soppesa il provincialismo della cultura italiana, la miope supponenza del suo accademismo.

E ad Alberto Savinio che lo riteneva “un Dostoevskij mancato” contrappone la diade Gogol-Cechov: “lo scrittore che vede e lo scrittore che ama”. Lo scrittore, in sintesi, compromesso con la vita.

“Ci sarà magari in lui qualcosa di mancato: sarà un Gogol mancato, un Cechov mancato: ma è certo uno degli scrittori del nostro tempo più vicino alle ragioni umane, all’uomo com’è”.

Sbaglieremmo tuttavia a estendere questa aperta ammirazione per Simenon al genere giallo, pur esaminato nei suoi componenti migliori (Agatha Christie, per esempio, per la quale Sciascia dimostra particolare simpatia e apprezzamento).

Il romanzo poliziesco resta per Sciascia puro e (più o meno) semplice intrattenimento, magari sottile e a suo modo aggraziato, ma niente più che un sano diporto: “Il ‘giallo’ è sempre stato il mio viatico ferroviario”, confessa, la distrazione dalla noia del viaggiatore. A conti fatti, a dispetto della sua apologia, un genere minore. E forse un genere che non può elevarsi troppo senza tradirsi e smarrirsi.

Si prenda per esempio la sua Breve storia del romanzo poliziesco che risale al 1975 ed è inserita in Cruciverba. Si tratta di un excursus sintetico in cui si avverte la competenza del lettore appassionato. La conclusione di questo saggetto rivela tuttavia una significativa presa di distanza, come si evince da quel fugace rimando finale che Sciascia fa ai “grandi scrittori che, per divertimento o congenialità, hanno scritto dei gialli”, come Greene o Bernanos (o Borges). E soprattutto come Gadda. Autore del giallo “più assoluto”, ossia di “un giallo senza soluzione, un pasticciaccio”.

In questo senso Sciascia, la cui prosa è lontanissima dal pastiche gaddiano, è uno scrittore di gialli che in qualche modo potremmo definire gaddiani. Di anti-gialli che non pervengono mai alla verità o quanto meno alla piena verità. E pertanto non pervengono alla giustizia. Che sono uno scacco alla ragione, come sostiene Moravia parlando di un illuminismo paradossale che procede dalla razionalità al mistero. E quindi uno scacco al diritto e allo stesso giallo.

In Sciascia, come in Dürrenmatt, si formula sempre e disperatamente un requiem per il poliziesco. Paradossalmente, da questo de profundis è sortito un filone fin troppo prospero che è al tempo stesso pseudo-sciasciano e pseudo-poliziesco.

Sciascia ne ebbe un presagio, in qualche modo, ferroviario (il treno è per eccellenza un luogo di epifanie e rivelazioni) che racconta in una nota del 1989 a La fine è nota di Geoffrey Holiday Hall.

Provvisto della sua scorta da viaggio di romanzi gialli, è costretto dalla noia ad abbandonarne la lettura dopo le prime pagine.

Il commento è sconfortato: “… sarà una decadenza di questo genere di racconto, il suo estenuarsi e ripetersi, ma il fatto è che raramente, molto raramente ormai, riesco a trovarne uno che più o meno straccamente mi invogli a leggerlo sino allo scioglimento, alla soluzione”.

Nel suo momento di massima espansione editoriale, di pieno riconoscimento e successo, il giallo sembra dunque avere esaurito ogni inventiva, ogni possibilità di innovazione: “… e bisogna aggiungere che se, per così dire, il genere commerciale e di consumo va a esaurirsi, il genere propriamente letterario, quella materia, quella tecnica, quel modo di raccontare, si può dire vada invece affermandosi: vale a dire che il ‘giallo’ è passato di mano, dagli scrittori di ‘gialli’ agli scrittori tout court”.

Ma in questo passaggio, in questa promozione, è intanto divenuto illeggibile.

Non si può, quindi, non avvertire una nostalgia, un rimpianto, nelle parole di Sciascia. La sensazione struggente di un bene perduto, di un gioco che è stato distrutto nell’atto stesso di sottrarlo alla sua innocenza.

 

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