Povertà, lavoro, reddito di cittadinanza

di Chiara Saraceno

Per la prima volta nella storia repubblicana, la questione della povertà quest’anno è entrata in campagna elettorale, con i maggiori partiti contendenti che hanno avanzato, e contrapposto, le proprie proposte di politiche di sostegno al reddito, appunto, dei poveri. Questa convergenza sul tema, se non nelle proposte, è un fatto del tutto nuovo nel panorama politico italiano, dove per motivi diversi la questione della povertà è stata a lungo ai margini, se non del tutto assente, nelle contrapposte agende e ogni misura di sostegno al reddito (salvo che nel caso degli anziani e disabili) percepita con sospetto. Semplificando, ma non troppo, si può dire che a destra era considerata un premio ai fannulloni, a sinistra un cavallo di Troia per abbassare i salari e non pensare alle politiche per l’occupazione.

A imporre la questione della povertà nelle agende politiche non è stato solo il tema chiave della agenda del fenomeno politico nuovo di questi anni, il M5s, il reddito di cittadinanza – in realtà un reddito destinato a disoccupati sotto la soglia della povertà relativa – anche se indubbiamente esso si è rivelato un argomento di competizione politica ineludibile. Ma non sarebbe stato sufficiente senza la distruzione di occupazione operata dalla lunga crisi, la crescente quota di occupazione precaria, parziale, mal pagata che caratterizza la per altro lentissima ripresa, l’aumento della povertà, soprattutto assoluta, che coinvolge non solo individui senza lavoro e famiglie senza occupati, ma anche lavoratori e famiglie di lavoratori.

Come certificano gli ultimi dati Eurostat basati sull’indagine Eu-Silc, l’Italia, insieme a Grecia, Romania e Spagna, è uno dei paesi Ue in cui il rischio di essere poveri su base famigliare nonostante si abbia una occupazione è tra i più alti e sistematicamente in crescita almeno dall’inizio della crisi1: riguarda l’11,7% degli occupati, con un aumento del 2,2% rispetto al 2010. Le percentuali sono molto più alte tra chi ha contratti a termine (16,2%) o a tempo parziale (15,8%), specie se si tratta dell’unico o principale percettore di reddito in famiglia. Ma anche chi ha un contratto a tempo pieno e indeterminato non è del tutto esente dal rischio di povertà: ne è coinvolto il 7,8% degli occupati2. Riguarda più gli uomini che le donne occupate, perché i primi sono più spesso gli unici o principali percettori di reddito in famiglia; anche se quando sono le donne ad avere questo ruolo, il rischio di povertà è maggiore dato che i loro salari sono in generale più bassi di quelli maschili. I dati Eurostat, come quelli della Banca d’Italia pubblicati di recente3, si riferiscono alla povertà relativa, ovvero a chi ha un reddito equivalente (tenuto conto dell’insieme dei redditi famigliari e dell’ampiezza della famiglia) pari o inferiore al 60% del reddito mediano equivalente pro capite. Ancora più drammatici sono i dati sulla povertà assoluta, sulla impossibilità di consumare un paniere di beni essenziali, questa volta di fonte Istat. Nello stesso periodo di riferimento dei dati Eurostat e della Banca d’Italia, il 2016, risultava in povertà assoluta il 6,9% delle famiglie in cui la persona di riferimento era occupata dipendente, a fronte del 6,3% di tutte le famiglie (una percentuale più che raddoppiata rispetto al periodo pre-crisi), ma il 12,6% se si trattava di un operaio o assimilato.

Se non avere una occupazione e vivere in una famiglia in cui nessuno è occupato (e neppure pensionato) espone a un altissimo rischio di povertà, è evidente che avere una occupazione non sempre è sufficiente a tenersi fuori dalla povertà, neppure da quella assoluta, a meno di non potere condividere il reddito di qualcun altro. Non tutti i lavoratori poveri su base individuale, ovvero con redditi da lavoro molto bassi e/o intermittenti, infatti, sono anche poveri dal punto di vista dell’accesso ai consumi. Anche se un reddito troppo ridotto può limitare (specie le donne) seriamente la loro libertà di uscire da un matrimonio in cui non stanno bene, o la possibilità di uscire di casa e formare una propria famiglia (nel caso di giovani di ambo i sessi). Viceversa, può succedere che il reddito da lavoro sia modesto, ma adeguato se deve fare fronte ai bisogni di uno solo, o di una coppia, o altrimenti rivelarsi inadeguato, quindi non proteggere dalla povertà, se il numero dei consumatori famigliari aumenta.

I motivi per cui si può essere poveri su base famigliare nonostante si abbia un lavoro sono, infatti, diversi. Può trattarsi di salari troppo bassi in famiglie monoreddito con più componenti. È il caso delle famiglie con più figli, ove il carico di lavoro famigliare e l’assenza di servizi accessibili impedisce a una donna, specie a bassa qualifica, di stare nel mercato del lavoro. Oppure del fatto che gli unici redditi da lavoro presenti in famiglia sono parziali e intermittenti, un fenomeno sempre più diffuso, specie tra i più giovani, in un mercato del lavoro in cui ad aumentare sono stati soprattutto i contratti di lavoro a tempo determinato e/o a part-time involontario. O una combinazione delle due cose.

Il deterioramento della funzione protettiva dell’occupazione rispetto al rischio di povertà, anche assoluta, è testimoniato dall’ aumento, documentato con fonti e strumenti diversi sia dall’Indagine della Banca d’Italia sia dall’Istat, dell’incidenza della povertà sia tra le famiglie giovani, dove maggiormente concentrati i contratti di lavoro precari, e tra le famiglie con figli minori, ove maggiore è il rischio di uno squilibrio tra reddito e consumatori. In queste famiglie il rischio di povertà è massimo quando nessuno è occupato. Ma rimane alto anche quando è occupato un solo genitore e persiste, sia pure in minor misura, anche quando sono occupati tutti e due. Nel 2016 si trovava in povertà assoluta il 23,3% dei minori in famiglie con nessun occupato, il 13,2% di quelli con un solo genitore occupato (in aumento rispetto sia all’8,3% del 2010 sia al 12,8 del 2013) e il 5,2% (in aumento rispetto al 2,6% del 2013) di quelli con entrambi i genitori occupati4.

Questi dati dovrebbero rendere cauti sia nel pensare che solo i disoccupati si trovano in povertà (e che tutti i disoccupati sono poveri), quindi eventualmente meritevoli di sostegno economico, sia che l’unica via di uscita dalla povertà sia una occupazione. L’esistenza di lavoratori poveri e di famiglie di lavoratori povere pone diverse questioni difficili. Una prima questione riguarda la qualità e remunerazione del lavoro, del potere dei lavoratori di contrattare le proprie condizioni di lavoro e di ottenere le qualificazioni necessarie a rimanere con relativa sicurezza in un mercato del lavoro in trasformazione. Una seconda questione riguarda le difficoltà che molte donne ancora incontrano, specie se hanno forti carichi di lavoro famigliare, a entrare e rimanere nel mercato del lavoro. Una terza questione riguarda il sistema di trasferimenti intesi ad alleggerire il costo dei figli, che in Italia è poco generoso, molto frammentato e spesso sfavorevole ai più poveri. Se ci fosse un trasferimento continuativo, sufficientemente generoso e inversamente proporzionale al reddito famigliare, molte famiglie di lavoratori poveri con figli uscirebbero dalla povertà. Infine, nell’attesa più o meno fondata che la situazione migliori non in generale, o in media, ma specificamente per loro e le loro famiglie, l’esistenza di lavoratori poveri su base famigliare impone di pensare alle politiche dell’occupazione e alle politiche di sostegno al reddito in modo integrato, non contrapposto. È invece una contrapposizione che si trova non solo tra coloro che sono ostili a ogni forma di garanzia di reddito minimo, ma anche nella stessa proposta del M5s impropriamente chiamata reddito di cittadinanza. Benché, infatti, essa si riferisca a chi si trova in povertà relativa, non assoluta, quindi in linea teorica a una platea molto ampia e garantendo importi relativamente (e irrealisticamente) generosi, essa è concepita come destinata alle sole persone disoccupate, quindi né ai lavoratori poveri su base individuale né a quelli su base famigliare. Non solo, il reddito da lavoro eventualmente goduto da un (altro?) componente della famiglia verrebbe dedotto, euro per euro dal sussidio, con un effetto di scoraggiamento del lavoro ufficiale e di incoraggiamento del nero. Ancora più “lavoristica” è il compromesso offerto da Salvini per un’eventuale alleanza con il M5s: un prestito triennale ai disoccupati poveri, da restituire quando abbiano trovato lavoro, con il rischio che, posto che siano così fortunati da trovare un lavoro di una qualche durata, si impoveriscano per ripagare il debito. La restrizione ai soli disoccupati non è presente nel Reddito di inclusione (Rei) appena avviato in Italia, un primo embrione di reddito minimo, destinato per ora, stante la inadeguatezza del finanziamento, alle più povere tra le famiglie in povertà assoluta. A differenza delle altre due proposte, inoltre, il Rei è integrato da un sistema di servizi e misure di accompagnamento non limitate alla ricerca del lavoro e tanto meno affidate esclusivamente alle agenzie dell’impiego. Rimane tuttavia il principio che da ogni euro guadagnato tramite il lavoro viene sottratto l’importo erogabile. L’effetto di disincentivo è qui ridotto solo perché la soglia di povertà per avere accesso al sussidio è così bassa che difficilmente un lavoratore regolare e la sua famiglia, per quanto poveri assoluti, possano accedervi, mentre rimane l’incoraggiamento di fatto al lavoro nero, stante l’esiguità del sussidio. Se e quando, sperabilmente, vi sarà uno stanziamento sufficiente per coprire tutti i poveri assoluti, questa dimensione andrà affrontata, come avviene da tempo in molti altri paesi, per fare sì che “darsi da fare”, trovare e accettare una occupazione per quanto parziale, consenta di stare meglio rispetto al dover dipendere esclusivamente dal sussidio.

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