P.t. Anderson. Il genere, la coppia

di Emiliano Morreale

illustrazione di Lorenzo Mattotti

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

In mezzo a un cinema che bada ormai quasi solo alla narrazione o con autori spesso privi di progetto estetico, anche quando magari sostenuti dal talento, si resta ammirati dai risultati di Il filo nascosto, uno di quei film che immediatamente ci fanno riscoprire la forza del cinema. Eppure, il rischio è di prenderlo per un esercizio di stile, il pezzo di bravura di quello che è probabilmente il maggior regista americano di oggi. Il film di Paul Thomas Anderson, con il suo tema così distante, può sviare: storia di un sarto d’alta moda negli anni cinquanta, e del suo rapporto con una giovane musa, è un’opera conchiusa e perfetta, quasi fuori dal tempo, che non vuole innovare o proporre nuove strade; in dialogo con la storia del cinema precedente, più che con il presente. E non cerca di sedurre, nemmeno con la forza comica del film precedente, il grandissimo Vizio di forma.

Ci si può certo sbizzarrire alla ricerca delle parentele e delle fonti, tutte ben presenti al regista. Hitchcock, ovviamente, e Max Ophüls (Il piacere anzitutto); ma anche un altro grande film sulla moda, il Falbalas di Jacques Becker, che, come ha scritto qualcuno, conteneva in sé già qualcosa della Donna che visse due volte. Il confronto diretto però è con Stanley Kubrick. Le scene in auto di notte sono girate come quelle di Arancia meccanica, durante una sfilata c’è lo stesso trio schubertiano di Barry Lyndon, e soprattutto la visione del mondo sembra ripartire da Eyes Wide Shut. Che però buttava la sua coppia borghese nel mondo, ordiva una parabola esplicitamente politica sul potere e sul dominio dei corpi. Tutto questo è lasciato fuori campo da Anderson, ma non è completamente assente, anzi sembra premere sordamente dietro l’inquadratura. Pur avendo eliminato la sottotrama che chiariva la provenienza della protagonista femminile (un’ebrea profuga), l’attenzione agli intrecci di sesso e di classe torna di quando in quando, come nella scena in cui lei, tornata di nuovo semplice lavoratrice, osserva le clienti ricche e cerca di essere da loro riconosciuta. Come i classici hollywoodiani degli anni quaranta, il film parla dei fondamenti della società umana (ed è, in questo senso) ambiziosissimo, da un punto di vista teorico eppure, come vedremo, non intellettualistico.

All’inizio sembriamo dalle parti di un cinema in costume classico, increspato da uno stile fatto di primi piani frontali, di escursioni non vistose della macchina a mano, di un uso molto fisico della pellicola. Ma il film, che entra ed esce di continuo dal realismo, spiazza di continuo lo spettatore, perseguendo un’ambiguità di fondo. Anche nei confronti dei personaggi: la storia dell’artista altero sfuma in quella di Galatea se non della Bella e la bestia, finché lei non diventa qualcosa di diverso, un’agente dell’autodistruzione di lui o una strega con tanto di filtro d’amore; forse una reincarnazione della madre, che pone l’uomo in una condizione di bambino bisognoso di cure.

In realtà, le donne si sono rivelate sempre più il cuore segreto del cinema di Anderson, la pietra d’inciampo che rischia di far crollare tutto o che apre letteralmente una luce (come nel finale di Vizio di forma). Al centro di Il filo nascosto c’è un mito, come in The master, che era in fondo una variazione sulla Tempesta di Shakespeare, con un Ron Hubbard/Prospero, un Calibano e una Miranda, a bordo di un’isola semovente, cioè un battello (su cui incombeva anche il modello melvilliano del Confidence man). Qui la matrice letteraria è invece con ogni evidenza Henry James, specie quello più ascetico e allegorico di certe variazioni giovanili o tarde sull’arte, la vita e la donna, gli artisti e i loro fantasmi: racconti come La lezione del maestro, romanzi come La coppa d’oro. Lo stesso titolo, volendo, è quasi una citazione dalla Cifra nel tappeto.

Ovviamente il film è anche un autoritratto ironico, a cominciare dalla rivendicata alterità del protagonista, che si riverbera in quella dello stile del film stesso. ma in fondo, se fosse solo questo, si tratterebbe di poca cosa. Il “phantom thread”, la traccia fantasma, è un fantasma maschile, la storia della creazione di una donna da parte di un uomo, finché questa storia non si trasforma in quella di un riconoscimento. I vestiti sono una costrizione, in questo film claustrofobico, imbustano e non valorizzano i corpi: questa donna avrà un seno, dice il protagonista, “if I choose to”, se scelgo di darglielo; l’equivalenza tra tessuto e film vuol dire al tempo stesso che, tradizionalmente, anche il cinema è stato cucito addosso ambiguamente alle donne; la sua fabric, la pellicola, le ha avvolte in uno sguardo maschile. Insomma, l’autoritratto di Anderson ha valore soprattutto perché viene messo in gioco a confronto con qualcosa di assolutamente lontano, basilare, come confronto quasi archetipico tra il maschile e il femminile. Il filosofo Stanley Cavell ce lo aveva spiegato qualche decennio fa: molti mélo hollywoodiani (Lettera da una sconosciuta, Perdutamente tua, Gaslight) sono “drammi della donna sconosciuta”, melodrammi della conoscenza, in cui la comprensione di sé e del mondo esterno è anche la lotta per il riconoscimento, ed è una conoscenza già da subito pericolosamente morale, un chiedersi qual è il proprio posto nel mondo.

La lotta per il riconoscimento è però, nel film, tutt’altro che la parabola di una liberazione. È la storia di un rapporto ancora una volta ambiguo, sadomasochistico, in cui le parti si scambiano. La cosa interessante è come Anderson cuce insieme l’ambiguità di ciò che accade sullo schermo e la densità delle inquadrature, il senso avvolgente e multiforme di ogni scelta di regia, il rifiuto del manicheismo, lo spaesamento che ricorda allo spettatore di guardare ciò che c’è oltre. Film chiuso quanto altri mai, Il filo nascosto è fatto a strati, sembra prevedere e inscenare il proprio limite, il fallimento di quell’ipercontrollo che regista e protagonista condividono. In fondo la storia di Pigmalione e Galatea era la metafora alla base della conoscenza attraverso i sensi (l’esempio della conoscenza attraverso i sensi, nei filosofi di un tempo, era il risvegliarsi di una statua, poco a poco, al mondo), e Il filo nascosto è un film, se non sensuale, per lo meno “sensista”, e cerca di rendere sinesteticamente il tatto (la stoffa, la pellicola), l’olfatto, il gusto. Già qui il film segue una sfida impossibile, accarezza il proprio limite, mentre inscena un confronto, una conoscenza, un’armonia, che sa impossibili, perché il conflitto tra il maschile e il femminile rimane irriducibile, e l’unico equilibrio è agonistico, all’interno di una performance, di una recita (anche un po’ ridicola). L’epilogo (che non si sa se immaginato o reale) arriva alla fine di alcuni finti finali, che danno l’impressione di una storia che non fa che ripetersi; uno svolgimento circolare, di una coazione a ripetere, in cui l’impulso di morte abita già pienamente dentro il principio di piacere, e il matrimonio borghese, come scriveva Mario Soldati, può essere il luogo della perversione più abissale e in fondo squisita. Alla fine di tutto forse non c’è nemmeno un gran mistero: “No great mystery”, conclude la donna. Un finale beffardo, che può ricordare addirittura certi apologhi matrimoniali di Marco Ferreri, ma che richiama il “to fuck” finale di Eyes wide shut. Come alla fine il suo protagonista, Anderson sembra aver presente il limite proprio e del cinema, ci parla anche di quello, e il suo iper-controllo è insieme una lezione di stile e di ambizione, ma anche di ironica coscienza. Gettati nel caos post-’68 del film precedente, o ritirati nel chiuso delle proprie perfette ossessioni come in questo, i suoi personaggi sono guide alla scoperta di qualcosa che non immaginavamo; senza dare risposte, i suoi film ci fanno sentire la vertigine e la difficoltà di capire il mondo, e insieme la necessità e la possibilità della ricerca di un ordine e di un senso, almeno estetico.

 

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Comments (1)

  • Francesca

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    Troppo complicato leggere un commento su un film così tortuoso e
    pieno di rimandi articolo macchinoso

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