#NeverAgain: gli studenti americani contro la violenza armata

di Lorenzo Velotti

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Il 14 febbraio Nikolas Cruz, un ex studente della Stoneman Douglas High School di Parkland, Florida, è tornato nella sua scuola e con un fucile semi-automatico ha sparato indiscriminatamente a studenti e insegnanti, uccidendo diciassette persone. Una dinamica non particolarmente diversa rispetto alle molteplici stragi compiute nelle scuole e nelle università statunitensi con una certa frequenza, se non che questa volta la sparatoria ha generato, in pochi giorni, il più grande movimento contro la violenza armata da almeno due decadi. I giovanissimi studenti di Parkland, invece di limitarsi al lutto, alla solidarietà o alle preghiere, hanno messo l’accento sul fatto politico della tragedia: hanno denunciato l’enorme influenza della lobby delle armi, la National rifle association (Nra), sul Congresso degli Stati Uniti. Hanno creato, in gran parte grazie all’uso dei social networks, un movimento in grado di produrre, a un mese dall’accaduto, una collettiva “uscita dalle classi” in tutte le scuole del paese e, il 24 marzo, una “Marcia per le nostre vite”: una gigantesca manifestazione, celebratasi in oltre 800 città statunitensi, in opposizione alla violenza armata.

Il successo mediatico del movimento è indubbio e, per quanto riguarda la lotta alla violenza armata, inedito. Lo straziante discorso della studentessa sopravvissuta Emma Gonzalez ha fatto il giro del mondo. Il problema della violenza armata è diventato protagonista del dibattito pubblico americano. Inoltre, in poche settimane, diversi (cauti) passi avanti verso un maggiore controllo della vendita e del possesso di armi sono stati fatti tanto dai governi di alcuni stati federali quanto da alcune aziende private. Gli studenti sono riusciti a raccogliere diversi milioni di dollari attraverso il crowdfunding, le donazioni da parte delle celebrità e l’appoggio di società e fondazioni private. Secondo i sondaggi, l’opinione pubblica è sempre più a favore di leggi più restrittive sulla vendita delle armi. In questo contesto, ciò che è veramente interessante sono la natura, e le potenzialità, di questo movimento.

Un movimento radicale?

Un elemento in particolare, oltre al successo mediatico, differenzia questi studenti dai movimenti per il controllo delle armi esistiti finora – nati in quartieri bianchi e “bene” come reazione alle stragi. Questa volta, infatti, i ragazzi stanno cercando – come si è potuto ascoltare in alcuni dei discorsi della March for Our Lives – di dar voce al problema della violenza armata non solo nelle scuole, ma anche più in generale nei difficile contesti delle comunità povere, in particolare afroamericane, dove il tasso di omicidi è ben più alto che quello nelle scuole, ma i cui problemi non vengono ascoltati quanto quelli di bambini bianchi. In altre parole, il movimento sta cercando di legare la protesta contro le armi a problemi più profondi: la disuguaglianza e il razzismo. L’obiettivo è molto ambizioso. Ce la faranno? Il movimento contro le armi sarà ricordato come un movimento d’opinione di estremo successo – come il movimento antifumo, che trasformò il paese del cowboy Marlboro in quello dove il tabacco è quasi un tabù – o si tratta invece, come sostiene Sarah Jaffe su “The New Republic”, di “un movimento che chiede un nuovo senso comune, capace di portare nel dibattito nazionale idee radicali”? Il problema è che, di “radicale”, fino a questo momento, non c’è stato molto. Innanzitutto, completamente escluso dal dibattito è, naturalmente, il secondo emendamento della Costituzione – il diritto a possedere un’arma – considerato inalienabile dagli statunitensi. Gli studenti hanno addirittura bollato come calunnia l’accusa, mossa dalla destra americana, di sostenere il divieto totale del possesso di armi.

Tuttavia, sarebbe ingenuo individuare o meno l’elemento radicale del movimento a partire da questo fattore, senza considerare l’importanza che questo diritto ha, e ha sempre avuto, nello spirito americano. In effetti, il diritto alla proprietà delle armi è radicato tanto nel giovane studente di sinistra – che lo sostiene in quanto eredità dell’originale spirito anarchico americano, garanzia del diritto di ribellione del popolo e mezzo per sottrarre allo Stato il monopolio della forza legittima – quanto nel vecchio cowboy repubblicano che cercò di persuadermi dicendo che, “quando hai un’arma in tasca, e sai che tutti quelli intorno a te ne hanno una, ti senti sicuro, ti senti libero”.

Il nome che i media italiani hanno dato alla protesta, “movimento contro le armi”, non è dunque corretto. Traducendo alla lettera Movement against gun violence, il nome rispecchia più fedelmente i suoi obiettivi reali: “Movimento contro la violenza armata”. Il manifesto del movimento, infatti, non accusa le armi in quanto tali o il possesso delle stesse, ma propone diverse misure preventive nei confronti della violenza armata, come vietare il possesso di armi semiautomatiche e gli accessori che simulano armi automatiche, creare un registro delle vendite di armi e un registro universale degli antecedenti penali, cambiare le leggi sulla privacy affinché gli istituti di salute mentale comunichino con la polizia, vietare le ferie di armi e la vendita di armi di seconda mano, alzare l’età minima per comprare armi ai 21 anni e aumentare i fondi per la sicurezza nelle scuole. Tutte proposte molto pragmatiche, volte alla prevenzione delle stragi mediante un maggior controllo della popolazione.

#NeverAgain nel contesto dei movimenti sociali dell’era Trump

“Il movimento studentesco contro la violenza armata è inseparabile dalla più ampia serie di movimenti sociali sorti nell’era di Trump”, sostiene Nicolaus Mills su “Dissent”. È vero, a partire dalla notte stessa delle elezioni del 2016, una nuova stagione di movimenti studenteschi e di protesta ha invaso gli Stati Uniti. La sinistra radicale è tornata, dopo diversi decenni, ad acquisire un peso all’interno della vita politica americana. Non solo grazie a personaggi come Bernie Sanders, che in campagna elettorale non ha avuto paura a definirsi socialista – un tabù negli Stati Uniti – ma anche grazie alla nascita, per esempio, del movimento Antifa, che si propone di praticare un antifascismo militante, sostenitore dell’azione diretta spesso anche violenta, e che per questo è minacciato di essere inserito nella lista dei gruppi terroristi dal governo federale. In generale, secondo uno schema classico, lo spostamento a destra del partito repubblicano ha provocato una parziale rinascita della sinistra radicale nel fronte dell’opposizione. Inoltre, le Women March – nate come reazione al maschilismo presidenziale – hanno riportato all’ordine del giorno il femminismo e la lotta al patriarcato in tutti i suoi aspetti. In questo senso Trump ha il merito di aver resuscitato, grazie al suo estremismo di destra, importanti temi di sinistra che erano spariti dal dibattito quotidiano.

Ciò nonostante, tanto la Women March e la rinascita del femminismo in America, quanto la March for our lives, non possono certo essere considerati movimenti di sinistra radicale, ma fanno parte delle classiche battaglie della sinistra democratica liberale: i diritti civili. L’uguaglianza di genere nel primo caso e il diritto civile per eccellenza, il diritto alla vita, nel secondo. Infatti, come sottolinea Mills su “Dissent”, la protesta contro la violenza armata non ha, negli intenti degli organizzatori, un “finale aperto”, come aveva Occupy Wall Street nel 2011, ma si richiama invece al movimento per i diritti civili degli anni ’60, che lottava per cambiare le leggi, non il sistema. Nelle parole di uno dei giovani protagonisti di #NeverAgain: “se i politici non cambiano le leggi, li cacceremo votando”. Considerate dunque le differenze esistenti tra i movimenti di protesta, la cui nascita o il cui rinvigorimento sono dovuti alla presidenza Trump, non è affatto scontata la visione secondo cui questi, radicali o liberali che siano, possano essere considerati una sola forza e possano davvero cambiare, in senso radicale, gli Stati Uniti. Conosciamo bene quella sensazione – che la mia generazione ha vissuto con Berlusconi – dell’avere un nemico comune e di cercare un filo che unisca tutte le lotte, per poi ritrovarsi ben lontani dal trovarlo non appena questa forma così evidente di nemico scompare.

Un movimento generazionale?

Nonostante l’entusiasmo tipico dell’età in cui si pensa davvero di poter cambiare il mondo, a ben vedere questo non sembra un movimento che si lascia trasportare dall’utopia, come facevano in gran misura i loro coetanei di mezzo secolo fa’. Al contrario, si tratta di un movimento che si fonda su concrete proposte legislative da realizzare attraverso un’incredibile campagna mediatica per portare dalla propria parte la maggioranza dell’opinione pubblica. Degli obiettivi così concreti, insieme all’abilità con cui questi giovani si destreggiano tra le strategie di marketing contemporanee, sono gli elementi nuovi di questo movimento, che rispecchiano le caratteristiche di questa generazione. Secondo alcuni, siamo infatti di fronte alla politica fatta dalla “Generazione Z” (i veri nativi digitali, successivi ai “Millennials”). Pragmatici, concreti, informati, benestanti, abili esperti di informatica e di marketing online, con il quale ottenere risultati tangibili, seppur non rivoluzionari. I protagonisti della protesta hanno voluto dare un’impronta generazionale al dibattito, dichiarando di voler riparare “i danni fatti dagli adulti”. Nonostante ciò, i sondaggi mostrano che i giovani statunitensi non sono necessariamente più sfavorevoli alle armi che i loro genitori. Forse, quella del movimento non è altro che un’intelligente strategia politica e comunicativa per convincere i propri coetanei facendo leva sulle fratture generazionali, reali o meno che siano. Eppure, non è del tutto convincente l’identificazione della protesta come un movimento generazionale, perché la lotta è perfettamente conforme alle regole e ai mezzi forniti dal sistema liberale costruito dai loro padri. Visto da questo punto di vista, il movimento non può certo essere considerato né generazionale né radicale, ma piuttosto un efficace movimento d’opinione che agisce come un gruppo di pressione.

Tuttavia, se questi giovani riuscissero veramente a rendere la battaglia contro la violenza armata la causa occasionale per un più ampio movimento che identificasse e combattesse le radici socioeconomiche – come la disuguaglianza economica e il razzismo – del problema delle armi e non solo, allora avrebbe veramente delle vere potenzialità, radicali. Superare questa linea di confine è fondamentale. Una linea di confine che non determina solo le sorti del movimento, ma in qualche modo il futuro del concetto di sinistra. La politica contemporanea negli Stati Uniti e in gran parte del mondo occidentale vede la sinistra e la destra come concetti ormai offuscati e confusi, i cui elementi classici vengono mescolati a piacere dai politici di turno, con una forte tendenza ad adottare il seguente modello: da una parte una sinistra liberale che si batte per i diritti ma che in campo economico e sociale ha sposato il neoliberismo selvaggio, nutrendosi principalmente dei voti dei benestanti istruiti che vivono in contesti urbani, mentre la destra maschilista, intollerante e xenofoba, oggi vive e si nutre della classe operaia, dei contadini, e di tutti coloro che sono stati dimenticati dalla società globale. Tra i dimenticati parliamo dei bianchi. I neri, i latinos e i migranti in generale, non hanno alcuna rappresentanza politica. Senza addentrarci in un’analisi che non sarebbe possibile approfondire in questa sede, questo divario è rappresentato dagli ex candidati presidenziali Clinton e Trump, che hanno spaccato in due la società statunitense come mai lo era stata nell’ultimo secolo. Da una parte le belle parole, i bei princìpi, i diritti civili – insomma, il politically correct – a fare da copertina a un neoliberismo selvaggio, alla guerra, eccetera. Dall’altra la capacità di parlare (seppur, in gran parte, mentendo) a coloro che da questo neoliberismo sono stati massacrati, e che sono oggi vittime della società urbana e globale che per questo rifiutano, rifugiandosi in vecchie certezze: un’America grande, bianca, lavoratrice, armata. È questa destra che, infatti, ha accusato la protesta di non essere spontanea, ma di essere finanziata dai “miliardari che odiano le armi”.

Se la linea divisoria che oggigiorno tiene separata la sfera dei diritti civili da quella dei diritti sociali ed economici non verrà spezzata, il movimento non farà altro, nel migliore dei casi, che rendere più severa la legislazione sulle armi. Se invece questi giovani riusciranno a coinvolgere gli esclusi e a unire la causa civile con quella socioeconomica, allora questo movimento passerà alla storia come una radicale rivolta generazionale.

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