L’argent!

di Walter Siti. Incontro con Goffredo Fofi

 

Il testo che segue è la parziale registrazione di una conversazione tenuta da Walter Siti a Lecce il 17 marzo scorso, stimolato da Goffredo Fofi in occasione della pubblicazione del suo agile libro Pagare o non pagare edito da nottetempo. La conversazione fa parte di un ciclo di “Lezioni italiane” organizzato dal gruppo teatrale Koreja con la collaborazione dell’assessorato alla cultura della Regione Puglia e del Comune di Lecce. Ringraziamo in particolare per la loro collaborazione Marco Chiffi, Luigi De Luca, Salvatore Tramacere.

Walter Siti, che è stato tra l’altro il curatore delle opere di Pasolini e ha insegnato a L’Aquila e ora a Milano la storia della nostra letteratura, ha scritto romanzi di assoluto rilievo nel quadro contemporaneo, che hanno saputo scavare nella realtà romana e di recente in quella milanese e nella radicale mutazione economica e antropologica della nostra società e del pianeta con la forza del narratore di qualità e del saggista involontario. Ci pare, con pochissimi altri, la conferma della convinzione di molti, me compreso, che si può essere oggi bravi romanzieri solo se si è anche grandi intellettuali, perché il mondo nuovo in cui viviamo non è più raccontabile e interpretabile con i soli mezzi dell’ispirazione e dell’esperienza. La letteratura odierna nel nostro paese è fatta di tarde commedie all’italiana e di eterni ritorni del nazional-popolare, con la sola novità di un diffuso narcisismo negli autori e di un grande cinismo degli editori, che pubblicano di tutto seguendo i dettami delle banche e sempre più indifferenti al rilievo di ciò che finirà per pochi giorni sui banconi delle grandi librerie. Tutti scrivono e pochi studiano, pensano, confrontano, sanno reagire dandosi gli strumenti adeguati all’epoca che attraversiamo, ai modelli di vita di pensiero di consumo che ci vengono imposti. Né la situazione è tanto migliore altrove. È del piccolo libro appena uscito di Walter Siti edito da nottetempo che ci incuriosisce trattare, ascoltando quel che ha da dircene il suo autore, che vi rivela o vi conferma una straordinaria intelligenza di quanto riguarda l’economia, un campo di cui subiamo le scelte ma ignoriamo perlopiù i meccanismi, pur intuendone le finalità.

 

Pagare o non pagare non è narrativa, ma è un libro che mi è stato chiesto dall’editore per fare il punto sul tema del pagare e soprattutto del gratis. Dico subito che è molto diverso scrivere un libretto di questo tipo, per il quale devi avere le idee il più possibile chiare per metterle su carta e far sì che il risultato sia il più possibile simile a quello che avevi in progetto, mentre quando scrivi un romanzo il procedimento è diverso, hai le idee molto chiare all’inizio e quando però cominci a raccontare una storia e immaginare dei personaggi accade che dopo un po’ essi ti portano anche dove non pensavi di dover andare. Da questo punto di vista il romanzo può essere più ricco di sorprese e in questo senso più “profetico”, ma anche meno controllabile e controllato. In Pagare o non pagare c’è solo un momento in cui ho deciso di lasciare il timone alla mia parte narrativa ed è nella nota finale, nelle cinque o sei righe in fondo, perché dopo aver fatto un discorso che riguarda i giovani ho capito che si trattava di un punto di vista di una persona di settantuno anni e che di conseguenza non sa più cosa i giovani pensano e desiderano oggi. Mi sentivo un po’ come un moralista barboso nel tirare certe conclusioni e mi ha invece salvato un piccolissimo episodio, di quelli che possono succederti nella vita di tutti i giorni: stavo andando verso casa e mi facevano male le gambe, come succede alle persone anziane, e così mi sono seduto su una panchina per riposarle e dopo un po’ è arrivata una ragazza, molto carina e nel fiore della gioventù, che un po’ imbarazzata ha sorriso e mi ha detto: “Ho perso una scommessa e devo baciare un vecchio”, e si è avvicinata e mi ha appoggiato le labbra su una guancia ed è corsa via con gli amici che l’aspettavano ridacchiando.

Questa mi è sembrata la conclusione giusta, perché era come se a un certo punto la giovinezza si fosse ripresa il suo spazio, come è giusto che se lo riprenda. Quindi tutti i discorsi che io ho fatto nel libro non so se poi davvero mordono su quello che sono i giovani adesso, che fanno e faranno, che sentono. Quello che mi veniva da pensare guardando i giovani dall’esterno a proposito del tema del pagare o non pagare era questo: quando io ero giovane (stiamo parlando degli anni sessanta, io sono nato nel 1947), quindi quando facevo il liceo o i primi anni di università, essendo figlio di poveri usufruivo di quello che una volta si chiamava ascensore sociale: borse di studio, e la Scuola Normale Superiore di Pisa. A un certo punto mi sono trovato a vivere, almeno superficialmente, la vita di quelli la cui mamma, se fossimo vissuti nello stesso paesino, sarebbe stata una padrona mentre la mia una serva. Ho fatto una specie di ascesa sociale, almeno apparente, perché poi è chiaro che i ricchi avevano le case e io no, avevano le librerie di famiglia e io no, anche se in apparenza vestivamo più o meno allo stesso modo, pensavamo le stesse cose, professavamo le stesse ideologie. Vivendo in un momento in cui l’ascensore sociale funzionava, ricordo molto nettamente il piacere che provavo nel pagare. I primi stipendi, che erano anche abbastanza alti perché la mia carriera universitaria è stata piuttosto veloce, avrei potuto farmeli accreditare sul mio conto, ma preferivo andare ogni fine del mese a ritirarli personalmente allo sportello della banca, guardando l’impiegato che mi contava le carte da 100 mila lire. E subito dopo, con quelli, correvo a pagarmi qualche piccolo lusso, che so?, regalare a mia madre qualcosa che lei non si aspettava, permettermi io qualcosa di un po’ sfizioso. Era veramente un piacere, pagare con dei soldi guadagnati da me. Per me era anche un rito di passaggio. La prima Cinquecento Fiat pagata con i miei soldi significava che ero davvero diventato adulto. Mio nipote, che adesso di anni ne ha già 26, che a me sembrano tantissimi mentre lui si ritiene all’inizio della vita, mi dice: “ma zio perché comprare una macchina tanto con BlaBlaCar, con le varie possibilità di avere un passaggio, qualcuno che ti porta lo trovi sempre”. Allora ho cominciato a ragionare su questo e ho cominciato a ragionare sull’ideologia del free, cioè delle cose che ti danno gratis. Con tutta l’ambiguità che in inglese ha la parola free, che significa libero ma anche gratis.

Alcune cose ti fanno pensare: ci sono delle grandi aziende che hanno degli uffici apposta per pensare a cosa si può dare gratis alla gente. Il fatto che i ragazzi per esempio possano crackare i programmi e quindi averli gratis mentre invece dovrebbero pagarli – e quindi tutto lo spettro della pirateria – era nato fortemente antagonista rispetto al potere. Lo stesso Steve Jobs aveva cominciato con una cosa che si chiamava BlueBox che consisteva nel fare un numero verde, che era gratuito, per poi dirottare la telefonata su un altro numero, facendo uno scherzo alla AT&T, la grande compagnia dei telefoni americana. Tu potevi telefonare anche lontanissimo, e gratis. Lo stesso Jobs ha detto che senza BlueBox non ci sarebbe stato Apple. All’inizio c’era dunque l’idea che avere le cose gratis fosse un atto di insubordinazione rispetto al potere, ma quando hanno detto al proprietario di Microsoft che in Cina stavano piratando tutti i loro programmi, Bill Gates ha detto: “Preferisco che rubino i nostri piuttosto che quelli dei nostri concorrenti”. Perché effettivamente dare delle cose gratis significa fidelizzare le persone a cui dai le cose gratuitamente. Da una parte i giovani possono avere molte più cose gratis di quelle che potevo avere io, possono scaricare la musica gratis, possono avere i film gratis, possono viaggiare gratis con le tecniche del couch surfing, e qualcuno che ti permette di dormire a casa sua in cambio di un po’ di compagnia lo trovi a Instanbul come a Bogotà… Certe forme di compartecipazione, di condivisione, BlaBlaCar e cose del genere, siti tipo “te lo regalo se te lo vieni a prendere”… Cosa però ti chiede in contraccambio questa società? Noi ti diamo molte cose gratis, ma in compenso non ti paghiamo per molte cose che tu fai, come le varie forme di stage, di apprendistati dove effettivamente tu lavori per ore e ore e non vieni pagato. E ci sono tutti i contenuti che fornisci a internet: Google sta facendo il suo megadizionario traduttore in tutte le lingue da tutte le lingue utilizzando il materiale che man mano noi forniamo tutte le volte che facciamo degli interventi sulla piattaforma, o tutte le volte che forniamo contenuti a Youtube, tutte le notizie che diamo alle varie aziende quando mettiamo i nostri profili su Facebook. Per cui, a un certo punto, loro sanno quali pubblicità conviene mandarti e insomma entri in una banca dati che costerebbe un sacco di soldi se l’azienda dovesse farsela di punto in bianco mentre tu gliela fornisci gratis… Tutte le volte che fai il check-in on-line ovviamente fai risparmiare alla compagnia aerea una persona che dovrebbe stare lì a farlo… È come se ai giovani dicessero qualcosa come: “è vero che non ti paghiamo per il lavoro che fai, ma in compenso puoi avere molte cose gratis e dunque non ti lamentare troppo perché se rovesci questo sistema, in realtà sarà peggio per te”.

Una delle cose che oggi mi colpisce sono le contraddizioni del tipo “non mi pagano”. Forse bisognerebbe tassare quelli che fanno i big data, oppure cercare di capire quanto costano veramente le cose, il prezzo di una cosa non è mai chiarissimo, perché nel prezzo ci devi mettere dentro tutti i suoi costi sociali. Ci sono molti libri che trattano il tema del “true cost”, per esempio quanto costa davvero una maglietta se conti lo sfruttamento minorile nel posto dove la fanno, se conti il fatto che le aziende delocalizzano lì, e che questo comporta dei licenziamenti nei paesi diciamo sviluppati. Qualcuno avrà notato che ad esempio il salmone nei supermercati da un po’ di tempo costa meno, e costa molto meno perché non lo fanno più in Norvegia ma lo fanno in Cile, perché i fiordi del Cile sono più o meno come i fiordi della Norvegia e i salmoni ci si trovano bene lo stesso e si riproducono uguale, salvo che la società americana che produce salmoni in Cile se ne frega dei fondali e di tutto il veleno che ci va a finire, del cibo marcio che ci va a finire e che li sta avvelenando, e non ci pensa minimamente a fare pulizia e che di conseguenza il costo sociale del fatto che le coste del Cile diventeranno invivibili dovrebbe ovviamente essere messo sul costo del salmone ma questo non avviene, e dunque ho l’impressione che tutta una serie di cose nascoste, questo sistema ci tenga a mantenerle tali, non dicendoti mai: “guarda, questa è la situazione, ti sta bene o no?”.

Il patto non viene formulato apertamente, e tutto passa sotto silenzio. Come tu dici ai giovani: “guarda, io non ti pago, però ti cedo un po’ di cose gratis”, così a tutta una serie di persone puoi dire: “guarda, io ti do dei servizi scadenti, però dato che non paghi le tasse non faccio ricerche approfondite” e quindi si trova un aggiustamento: “io sto zitto e tu stai zitto”. Mi pare che questa sia una società dove domina questa specie di omertà condivisa, ed è un fatto curioso perché questa omertà condivisa coincide con un discorso pubblico dove invece si esalta lo streaming, il fatto che tutto deve essere alla luce del sole, che siamo in una casa di vetro, che bisogna mettere in chiaro le telefonate quando vengono registrate e che vanno subito rese pubbliche, e quindi c’è un’apparenza di democrazia e di pubblicità in ogni cosa… “Intercettateci tutti” era diventato a un certo punto uno slogan, ed è una follia perché se mi intercettassero per davvero mi metterebbero in galera. Credo che sia un diritto di ciascuno conservare una zona segreta di se stessi, così come in politica è del tutto evidente che non la si può fare in streaming, perché se devi fare dei compromessi non li puoi fare davanti a una macchina da presa, li devi fare in separata sede, in silenzio. Di conseguenza è come se ci fosse una cappa enorme di ipocrisia che copre i reali meccanismi di funzionamento di questa società.

Un’altra frase che si sente sempre dire è che “la vita non ha prezzo”: “la morte di un bambino vale tutti i quadri del Louvre più tutti i quadri del British Museum”, “niente può pagare una vita umana”… Poi se vai a vedere tutte le vite hanno un prezzo! Una cosa che non sapevo, e che ho imparato facendo questo libro, è che quando gli americani si sono trovati a dover ricompensare le famiglie che avevano avuto dei morti nel crollo delle Torri Gemelle, pur avendo a disposizione un budget illimitato, perché così aveva deciso il Congresso, hanno dovuto darsi delle regole. C’è un libro del tipo che dirigeva questa commissione, che ha per titolo Quanto costa una vita umana dove dice che la regola che si erano dati era di ricompensare le famiglie in ragione di quanto il congiunto morto avrebbe guadagnato nel resto della sua vita. Di conseguenza i giovani sono stati ricompensati più dei vecchi, i maschi più delle femmine, i dirigenti più delle persone che lavoravano in ruoli di secondo grado… e c’è stata dunque una vera e propria graduatoria di quanto costavano le singole vite umane. Anche questo è un dato, come dire, di ipocrisia totale.

Un altro dato di cui non si dice è quello sul lavoro, che mancherà sempre di più perché con lo sviluppo della tecnologia tantissimi lavori potranno essere fatti dalle macchine e non dagli uomini, non solo i lavori materiali, come sta già accadendo. Non solo ci sono le macchine che si guidano da sole, ma ci sono anche molti lavori intellettuali per cui hanno già provato a far fare alle macchine degli articoli sportivi che risultano assolutamente indistinguibili da quelli che potrebbe fare una persona in carne e ossa, perché vengono fatti più o meno standard. Lo stesso per il lavoro dei medici o dei giuristi. È chiaro che, se un avvocato deve esaminare una causa e ha a disposizione nella sua testa, con i suoi studi, ad esempio 1.500 precedenti su cui lavorare, un computer che ne ha a disposizione 800mila senza mai sbagliarsi, è evidentemente più efficiente; ed è lo stesso se deve fare una diagnosi basandosi su un’anamnesi avendo a disposizione 200 volte i dati a disposizione di un medico vero e proprio. Di conseguenza i lavori saranno sempre di meno e sempre più aleatori, più strani e curiosi. Ad esempio due ragazze americane hanno inventato una app, e ci hanno fatto dei soldi che dice alle donne che vanno in giro per le città americane, non qual è il percorso più breve o più veloce per arrivare a casa, ma quello più sicuro… Anche questo è un lavoro, ma mi chiedo quanto sia un lavoro produttivo. Evidentemente siamo in una fase in cui o diminuiscono drasticamente le ore di lavoro, oppure la disoccupazione sarà sempre maggiore. Però la politica non ce lo dice, e via col concertone del Primo Maggio! E con tutti che dicono: “il lavoro ci sarà, ce ne sarà di più, ci sarà la ripresa, basta trovare la strada giusta, fare prodotti di alta gamma perché quelli di bassa gamma li fanno i paesi meno sviluppati di noi eccetera eccetera”, ma si tratta di palliativi e nessuno va a vedere le cause alla radice.

Il mio è dunque un libriccino che non ha nulla a che fare con la parte che io considero veramente creativa, quella dove vai a esplorare delle cose che tu stesso non sai di te stesso o della società, però mi andava di farlo, perché da romanziere mi interessa cosa sta diventando il cervello delle persone e quindi quell’enorme rimozione collettiva a proposito del denaro, per cui sembra che se ne possa fare a meno, sembra che si sia volatilizzato, che sia evaporato, che stia diventando una specie di cosa intangibile, ed è questo infine che veramente ci frega, che non ci fa vedere l’enorme divario economico esistente tra le classi sociali. Venendo da povera gente io ragiono ancora in termini di denaro tangibile, e parlando con un amico ricco che è poi quello che mi ha aiutato quando ho scritto il libro sulla finanza, lui mi dice che più o meno gli entrano in tasca ogni anno tra gli 8 e 9 milioni di euro, che a me sembra tantissimo. Ma lui mi dice: “Guarda che rispetto ai miei compagni di squash, io sono un miserabile!” e ha probabilmente ragione perché è tutta gente che ragiona in termini di 300 milioni di euro l’anno, o perfino di un miliardo di euro l’anno. E tutto questo non è tangibile, perché circola nelle banche, perché è denaro detto e non visto. Nessuno di loro tocca mai un soldo, il denaro liquido non sanno più cosa sia, vivono in un mondo in cui il denaro è diventato qualcosa di puramente nominale o appunto virtuale, come si dice adesso delle macchine eccetera. Mi interessava vedere che riflesso può avere tutto questo nella testa delle persone. La gente come mio nipote che denaro non ne vede, però può fare delle cose che gli danno quasi l’illusione di essere un benestante perché se ne va in giro per l’Europa e per il mondo spendendo pochissimo, quando torna a casa non ha una macchina, non si è pagato niente di veramente suo, continua a vivere con i genitori. Lo so, certo, che alla fine troverà probabilmente il modo di avere i suoi bravi riti di passaggio molto diversi da quelli che sono stati i miei, però mi chiedo come, e mi pare che effettivamente ci si dovrebbe fare questa domanda.

C’è l’illusione della globalizzazione felice per cui tutti i ragazzi del mondo si possono unire in una specie di anelito di libertà, ma se poi andiamo a toccare come è davvero questa realtà constatiamo che è un disastro. Una cosa che mi colpì molto quando era di moda l’“occupy”, Occupy Wall Street e poi i vari Occupy London o altro, fu che i ragazzi dicevano: “siamo il 99% e la finanza è solo l’1%”, tutti uniti e la finanza finirebbe in fumo. A Londra c’era un’occupazione sotto la Cattedrale di Saint Paul, e ricordo di aver visto un’intervista dove una ragazza finlandese era lì con la tenda e stava occupando, bellissima e piena di speranza, con dei fantastici occhi azzurri. Diceva che grazie a internet si era fatta un’amica in Siria che viveva quotidianamente sotto le bombe nella periferia di Damasco. Si sentiva “sorella” di questa ragazza, ma quando le hanno chiesto se si sarebbe fermata a dormire lì la notte ha detto: “Mah, no, resto fino alle dieci di sera perché poi vado a dormire da una mia amica perché qui c’è la campana di Saint Paul che suona tutte le ore e non mi fa dormire”. Ed era ovvio chiedersi se questa ragazza che viene disturbata dalla campana di Saint Paul che batte una volta all’ora, e l’amica siriana che è sotto le bombe fossero poi così sorelle! È come se ci fossero due strati, uno ideologico di ottimismo volontaristico e uno dove invece la tenaglia tra poveri e ricchi si sta disperatamente allargando, suscitando l’impressione che mai più possa ricongiungersi.

In quel bellissimo saggio di E. M. Forster, Aspetti del romanzo (1927), i primi aspetti sono del tutto comprensibili – la trama, l’intreccio, i personaggi, eccetera – ma a un certo punto c’è un capitoletto che si chiama Profezia che io non avevo capito, perché mi ero detto: “ma che diavolo è la profezia in un romanzo?”. Rileggendolo di recente per delle lezioni in una scuola di scrittura, credo di avere finalmente capito, forse perché nel frattempo avevo fatto il percorso di questo librettino. Forster mette a confronto due passi, uno di George Eliot e uno di Dostoevskij. Sono due passi che riguardano il perdono, uno in Adam Bede di Eliot, ed è un passo religioso, molto convinto, in cui c’è una peccatrice che sta in carcere e una signora credente la va a trovare e le dice che per ottenere il perdono deve davvero essere convinta delle sue colpe, le offre una specie di consolazione ed è tutto molto funzionante, è un’ottima cosa da romanzo realista dell’Ottocento. Poi c’è il passo famoso del finale dei Fratelli Karamazov di quando Mitja sta andando verso la Siberia: i forzati si fermano per dormire una notte, lui si addormenta, e svegliandosi la mattina si accorge che un’anima buona gli ha messo un cuscino sotto la testa e dice: “Allora ci sono ancora delle persone buone a questo mondo”, e racconta il sogno che ha fatto, che è il sogno di un villaggio di gente poverissima, di un ragazzino morto in sostanza di fame e di miseria e di lui che continua a chiedersi come un pazzo, sempre nel sogno: “Ma perché devono esserci dei bambini che muoiono di fame, perché ci devono essere queste disuguaglianze, perché c’è la povertà?”. E non riesce a darsi una risposta, ma avverte dentro di sé la sensazione di qualcosa di enormemente vivo che si sta muovendo, che si sta agitando. Si sveglia, si accorge del cuscino che gli hanno messo e con un sorriso, sapendo di essere stato condannato ingiustamente, che è preda di un errore giudiziario, che a causa di questo errore giudiziario se ne andrà in Siberia a scontare i lavori forzati, sorride e dice: “Signori, ho fatto un bellissimo sogno.”

Cos’è dunque la profezia? È questo, è il cominciare a porsi domande martellanti anche senza sapersi dare una risposta ma sapendo che non potrai mai smettere di porti queste domande. Mentre nell’altro testo, che non era profetico, ma era semplicemente molto convintamente religioso, George Eliot lo sapeva quali erano le verità, e sapeva di conseguenza quale parte far fare a ciascun personaggio. Dall’altra parte c’era invece una domanda posta ossessivamente in modo angosciante. Credo che la profezia sia questo, il fatto che se tu affronti dentro un tuo romanzo una cosa che ti ha continuamente assillato, devi fare lo sforzo di inventare un personaggio che si butti a capofitto dentro questa cosa e senza sapere cosa succederà. Dopo che ho fatto fare a quel prete di Bruciare tutto la fine che ha fatto, ho capito che non potevo evitare di scrivere dopo una cosa, che è quella che sto scrivendo adesso, che sarà molto più breve, un racconto lungo o un romanzo breve, e che però non può intitolarsi che Bontà.

La scommessa che hai fatto nel tuo ultimo libro, ma in qualche modo anche negli altri, è stata anche quella, fondamentale in altre epoche storiche, di come raccontare i soldi, la ricchezza, come si diventa ricchi. La molla della Storia con la S maiuscola è l’avidità umana o il bisogno di migliorare le proprie condizioni, raccontare il denaro, i soldi, l’economia.

I soldi o anche che rapporto esiste tra il desiderio e i soldi.

Su questo, sul tema del soldi, l’Ottocento ha molto insistito, da Balzac a Dickens a Hugo, su fino a Dreiser e a Verga e a tanti altri. Nel cinema è un tema più raro, ma mi viene in mente il capolavoro di Bresson, L’argent, tratto peraltro da un racconto di Tolstoj. Ma c’è anche alle spalle una storia ancora più antica: a un certo punto tu tiri in ballo il Faust, e Faust vende l’anima al diavolo sostanzialmente per due cose: la gioventù (per conquistare Margherita) e il potere, il denaro, che gli viene dalla scienza, da una che vuol dire trasformare in oro i metalli volgari, vuol dire l’oro e il potere che te ne viene. E tu dici, partendo da Faust e arrivando all’oggi, che il nuovo, il meraviglioso, è la tecnologia. Il denaro è il soprannaturale dei moderni. Mi sembra che in questo ci sia una sintesi di quello che tu sei capace di fare da romanziere e da persona che sa guardare riflettere pensare…

Alludevo a un passaggio preciso del Faust che è una specie di elogio del denaro, un passaggio che tra l’altro è stato ripreso da Marx nei Manoscritti economico-filosofici del 1843-44. Cosa dice Faust? Dice: il denaro è la merce per eccellenza, quella grazie alla quale si possono avere tutte le altre merci. E quindi se io posso comprarmi quattro cavalli che corrono veloci, che mi importa di essere io lento, visto che è come se avessi sedici gambe che corrono per me. Facendo questo discorso Faust usa il verbo comprare, zahlen. Allo stesso modo, se posso comprarmi chi mi rende bello allora sarò bello come quelli che sono nati belli. La domanda che mi faccio adesso è: se però qualcuno questi quattro cavalli me li regala, e io posso effettivamente correre come se avessi sedici gambe ma non so chi è il padrone che me li ha regalati, siamo sicuri che posso essere davvero libero? Dice Faust: “e finalmente sarò libero come un uomo”. Ma sono sicuro che sarò veramente libero come un uomo se non so chi me li ha dati, questi cavalli?

Allora ho l’impressione che quel che la tecnologia oggi fa è esattamente questo: tu hai in mano un oggetto, un telefono cellulare con cui si può fare ormai quasi tutto meno che friggere le uova, ma con cui posso informarmi su Dante Alighieri, posso parlare con un amico che sta a New York, posso andare a cercare un ragazzo o una ragazza disponibili per venire a letto con me questa sera, posso fare veramente le cose più assurde, si può fare di tutto. Solo che se questo coso si rompe, io non so veramente cosa fare, perché non so cosa c’è dentro, non so nemmeno chi l’ha fabbricato né dove, e soprattutto non so chi possiede il know-how e i soldi per costruire questi oggetti. Dunque non è mica vero che questo strumento mi rende libero, questo strumento mi rende più schiavo che mai, perché appunto non so più chi comanda. Come avviene se io non imparo il prezzo delle cose, perché i prezzi oscillano con una varietà che non ha più senso, e nel libretto faccio alcuni esempi perché vivendo a Milano ed essendo figlio di poveracci tendo ancora a chiedere quanto costano le cose. E una volta mi è capitato di fronte al museo di Brera di vedere una valigia esposta in vetrina, una vetrina di Gucci, con scritto sotto 44mila euro. E io come un cretino ho detto: mi son sbagliato, saranno 4.400 euro, e già mi sembrava moltissimo per una valigia. Così sono entrato e a un signore che io ho chiamato commesso ma che mi ha corretto dicendo di essere uno shop assistant, ho chiesto se quel prezzo era vero e lui e mi ha detto che “ sì, 44mila euro, ne vendiamo molte ai russi”. E io gli ho chiesto il perché di questo prezzo e lui mi ha detto: “perché, come vede, è coccodrillo bianco ma non decolorato, è un coccodrillo albino che vive in un raro lago vicino al Tanganica”.

Dunque ammazzano questi poveri coccodrilli albini e ci fanno queste valigie da 44mila euro. Ma se una valigia costa 44mila euro e puoi mangiare con 3 euro, cosa che a Milano si può fare trovando il posto giusto, allora vuol dire veramente che non c’è più un rapporto tra il valore d’uso di un oggetto e il suo valore di scambio. A Dubai, quando ci sono stato c’era un gelato che costava 6mila euro. I prezzi sono diventati una cosa totalmente aleatoria, decisa da un mercato finanziario molto più di un mercato di quelli che abbiamo conosciuto: queste sono le merci, questi sono i soldi che hai, vediamo quanti soldi mi puoi dare per la merce che io ti do. Questo era il mercato quando la gente si parlava faccia a faccia, oggi una cosa può costare o niente o delle cifre che non hanno, come si dice in Toscana, né babbo né mamma, completamente avulse dall’utilità dell’oggetto. Però se tu a un certo punto ti ritrovi in un mondo dove non sai quanto le cose costano, non sai nemmeno quanto costi tu, non sai nemmeno qual è il tuo di prezzo! Nelle cose che scrivo di narrativa, nel romanzo sulla finanza che si intitolava Resistere non serve a niente, parlavo di quelli che cercano di resistere ai meccanismi della finanza per esempio cercando di condannare i paradisi fiscali, di cercare di capire che i soldi sporchi non devono essere lavati dalle banche eccetera, e dicevo che poi si rendono conto che far questo è praticamente impossibile. Quando ho cominciato a scrivere quel libro ho cominciato con una cosa che riguardava il sesso, perché anche il sesso e il denaro hanno molto a che fare tra loro, e anche quella è un’altra ipocrisia, dire che l’amore non costa niente, che tra sesso e denaro non c’è nessun rapporto eccetera, se non con la prostituzione. Ovviamente non è vero, esistono le doti che le donne dovevano portare al marito, esistono le possibilità che una coppia si organizzi con uno che guadagna e l’altro che invece si occupa della casa. Ci sono sempre problemi economici che hanno a che fare col sesso, con l’amore, e che sono ovviamente più numerosi nel caso della prostituzione. Il capitoletto iniziale di quel libro si intitola La prostituzione percepita, così come si dice la temperatura percepita, perché durante un lavoro che stavo facendo con Matteo Garrone e che non è andato in porto, io mi sono reso conto che alcune delle ragazze che venivano a parlare con Garrone per fare una parte nel film, non sapevano se si stavano prostituendo o no. E la cosa mi ha abbastanza colpito perché uno dovrebbe saperlo, no? Se ti prostituisci, lo sai! E a me, che spesso ho dovuto purtroppo ricorrere a rapporti mercenari, piaceva che il rapporto fosse molto chiaro: io ti do tanto e in compenso dobbiamo fare queste cose e per questo la cifra è tot. (Una delle cose per cui non mi stava molto simpatico Pasolini è che lui ha sempre pagato i ragazzi ma non ha mai parlato di soldi in vita sua.) A parte questo, perché parlavo di “prostituzione percepita”? Perché queste ragazze venivano e dicevano: “io sono andata a letto con un calciatore perché una rivista lo voleva incastrare e volevano fotografarlo quando uscivamo la mattina dall’albergo, e io quella notte ci sono stata insieme sono stata pagata, ma sono stata pagata dalla rivista non dal calciatore e quindi la mia è stata una prestazione da attrice e non da prostituta”. Oppure c’erano ragazze che dicevano: “io vendo la mia immagine ma non il mio corpo, faccio la table dance però non gli faccio allungare le mani”, e c’erano ragazzine che venivano e dicevano: “io mi faccio fotografare nuda nei bagni e poi vendo le fotografie ai miei compagni e loro mi danno le ricariche telefoniche”, e però non percepivano minimamente tutto questo come una forma di prostituzione. Proprio partendo da lì, da questo rapporto elementare che è quello del “tu mi dai una prestazione, in questo caso sessuale, e io ti do un’altra cosa”, ho l’impressione che tutto sia andato sfumando in una specie di nebbia dove ciascuno se la canta e se la suona come gli torna più comodo.

I discorsi chiari su queste cose, sarà che sono vecchio, li sento fare solo da signori di una certa età. Quando scrivevo Il contagio una signora che faceva le pulizie nei palazzi e viveva a Tor Bella Monaca, ed era stata da giovane una bellissima donna, a un certo punto mi ha detto: “Ma sa quante ne ho avute di proposte, dove andavo a fare le faccende in casa di questi signori? Che quando non c’era la moglie mi dicevano, ‘Guarda io trovo un posto a tuo marito e ti do un sacco di soldi’. E io ci ho pensato seriamente, e mi sono detta, metterei a posto tante cose. Poi però ho anche pensato: ma se io faccio così, dopo, quelle altre volte che invece voglio fare l’amore sul serio, sarà la stessa cosa? E mi sono detta, forse no. E mi sono rifiutata”.

Questa idea che il tuo corpo sei tu, che sembrerebbe una banalità, ho l’impressione che sia una cosa sempre meno presente nella testa delle ragazze o dei ragazzi, tant’è vero che molte di loro quando parlavano del proprio corpo ne parlavano in terza persona. Dicevano: “Lui lo sa come deve diventare quando vado in palestra”. Una delle differenze dal tempo di Pasolini a quando ho scritto Il contagio e sono tornato nelle borgate, è per esempio che ai ragazzi di vita, come si chiamavano quelli di Pasolini, non gli sarebbe mai passato per la testa di farsi prima il fisico per potersi poi vendere, perché non vendevano la loro immagine, vendevano se stessi, e se al signore gli andava bene, bene, e se non gli andava bene, ciccia. Mentre adesso basta che tu vada in qualunque borgata e le palestre sono piene, perché sia uomini che donne si fanno prima l’immagine e dopo possono vendere quella.

 

Tu lo hai raccontato in quel libro, e hai continuato a ragionare sul romanzo, sulla letteratura come uno strumento privilegiato per poter affrontare questi cambiamenti… Ma anche per parlare di te, di quel che andavi capendo di te e del mondo…

Quello che mi ha sempre un po’ interessato nel mio lavoro è stato proprio capire quanta cattiva coscienza c’è nel momento in cui noi, come dire, introiettiamo, introduciamo dentro di noi un sistema mercantilistico, consumistico di vita, continuando però a pensare che restiamo sempre noi stessi, che la nostra individualità non ce la toglierà mai nessuno, che facciamo quello che bisogna fare in questa società ma che la nostra autenticità non verrà mai meno. Io ho l’impressione che invece è proprio l’autenticità che viene messa a dura prova e non si sa nemmeno più cosa significhi, ammesso che una volta lo si sapesse. Ricordo quando ero giovane e studiavo di essere rimasto colpito dal libro di un francese che poi si è dedicato sempre meno alla letteratura e sempre più all’antropologia, Menzogna romantica e verità romanzesca di René Girard, dove l’autore faceva un discorso a proposito del romanzo che mi è rimasto impresso al punto da farmi dire: “ecco cos’è che può fare il romanzo”. Diceva: mentre i romantici, facendo poesia, o pensando comunque, diciamo così, romanticamente, pensano che il desiderio sia qualcosa di innato, di naturale, che va verso l’alto immediatamente perché ti trasporta verso la persona amata e ci siete soltanto tu e lei, due cuori e una capanna, il romanzo mette sempre in crisi questa cosa, ti fa sempre capire che in realtà il tuo desiderio non è mai diretto ma è sempre triangolare, che tu desideri una persona o una cosa perché ci sono degli altri che la desiderano, e che se nessun altro la desiderasse non la desidereresti nemmeno tu. Di qui la gelosia, l’invidia, e tanti altri meccanismi… Ecco, a pensarci bene il desiderio delle merci funziona così. Se noi usassimo solo le cose che ci servono, e comprassimo solo le cose che ci servono, compreremmo molto meno e non avremmo bisogno dell’ultimo modello di ogni cosa. Abbiamo bisogno dell’ultimo modello perché il vicino ha l’ultimo modello e a quel punto anche noi lo dobbiamo desiderare. Da allora, ho sempre pensato che se il romanzo vuol dire qualcosa lo deve fare in una funzione critica. Il romanzo è fatto apposta per smontare tutte le ideologie di tipo naturalistico, di tipo ingenuo che noi abbiamo. E siccome mi sembra adesso che il potere, chiamiamo pure così il sistema economico che ci comanda, ha tutto l’interesse a fare in modo che ognuno di noi nutra delle mitologie che mettano in ombra i veri rapporti di forza, allora penso che il romanzo debba fare oggi soprattutto questo adesso, cioè frantumare il più possibile, o mettere in crisi, o segare i piedi della sedia su cui stanno sedute queste forme di ingenuità, come dicevi tu, consolatorie. E io ho cominciato a pensare che parlare di me in un romanzo fosse possibile, perché sennò mi vergognavo come un cane – ma erano altri tempi, erano gli anni settanta quando ho cominciato a pensare di scrivere il mio primo libro e poi ci ho lavorato dodici anni e il libro è uscito effettivamente tardi, nel 1994, ma io avevo cominciato a scriverlo nel 1982 e avevo cominciato a pensarlo alla fine degli anni Settanta – come omosessuale strano, perché non ero un omosessuale normale ma uno che desiderava solo dei corpi super gonfi dal punto di vista culturistico, tant’è vero che i miei amici omosessuali mi dicevano: “fatti curare, c’è qualcosa che non funziona”.

Mi sentivo un mezzo mostro, per cui figuriamoci se da professore universitario mi sarei messo a scrivere di queste cose, non ce l’avrei fatta, mentre con il romanzo… Ho cominciato a pensare che valesse la pena scriverlo in un viaggio a Parigi perché lì era proprio come se fosse tutto insieme. C’era il Beaubourg, cioè l’arte diventata merce, c’era Rue Saint-Denis, cioè il sesso diventato merce, e c’erano Les Halles, cioè la merce merce, che stavano nel raggio di cento metri. E allora ho detto: “Cavolo, questa cosa del bisogno di avere sempre più muscoli è esattamente come quando vado a Les Halles e voglio sempre l’ultimo modello delle cose, le cose che compro devono essere sempre più performanti eccetera, questo bisogno del ‘sempre di più’ funziona esattamente allo stesso modo”. Poi, a un certo punto, ho capito che anche la droga funzionava nello stesso modo, che la cocaina funzionava nello stesso modo (da lì è nato poi Troppi paradisi, tra cui ci sono appunto i paradisi della droga). Mi sono detto: ma vuoi vedere, che invece che essere un mostro sono invece tipico? E siccome sapevo dalle mie letture che essere tipici funziona con i romanzi, e soprattutto con i romanzi realisti, ho detto: “Proviamo, buttiamo lì tutto quello che io posso dire di me e vediamo cosa c’è che invece vale anche per la società”. Da allora tutti i miei libri si sono mantenuti su questo doppio binario, come giustamente dicevi, di usare la biografia, l’autobiografia, molte volte fingendo e spingendola molto al di là di quello che avevo davvero vissuto, facendo finta che ci fosse un Walter Siti più audace, che faceva cose che io non avevo mai fatto in vita mia, proprio per sperimentare fin dove mi potevo spingere e fin dove un’autobiografia così immaginata poteva essere un rispecchiamento di quello che stava contemporaneamente accadendo nella società, di come per esempio la cocaina veniva usata nelle borgate, di come la finanza veniva usata nell’alta borghesia milanese, eccetera. E anche nel piccolo libro delle edizioni nottetempo è come se in qualche modo questi due livelli non riuscissi ad abbandonarli. Non riesco a fare un discorso puramente teorico se non mettendoci dentro qualcosa di me e non riesco a parlare di cose che ho vissuto se non hanno una rispondenza in qualcosa che succede là fuori, perché se no mi sembrerebbe solo narcisismo.

 

Di Pagare o non pagare mi pare sbagliato il titolo. Leggendolo ho pensato a quale titolo avrei scelto io se fossi stato il tuo editore, e l’ho trovato nell’ultimo capitolo, che cita un altro libro che mi ha molto impressionato da ragazzino e segnato, un libro di H. G. Wells che è uno dei capolavori della fantascienza iniziale, diciamo l’anti-Verne, perché Verne incarnava l’ottimismo positivista assoluto, mentre Wells sapeva immaginare gli orrori che ci aspettavano nel futuro, perché Wells aveva letto e studiato Darwin e persino Marx… Il titolo del tuo libro avrebbe dovuto essere secondo me Morlock & Eloi, che è il titolo dell’ultimo capitolo. (Di La macchina del tempo è uscita di recente da Einaudi una nuova traduzione di Michele Mari, con una sua bellissima introduzione.) I Morlock e gli Eloi sono, in un futuro lontano, perché la macchina del tempo va dalla preistoria a un futuro lontano, i primi il popolo sotterraneo che produce, delle bestie, i proletari ridotti a schiavi, ad animali. Sopra, alla superficie, ci sono invece gli Eloi che sono, come dire, borghesi colti e angelicati, che danzano, giocano, si danno alle arti, recitano, disegnano… e però ogni notte i Morlock escono da sotto terra e si cibano dei fragili, esangui Eloi perché non hanno altro cibo. Forse tu dovresti provare a scrivere un romanzo di fantascienza, a scrivere una versione romanzata di questo libro intitolandola Morlock & Eloi.

Sai cosa? È che non sono capace, perché ho capito che ho bisogno di fare i conti sempre con la realtà che mi sta sotto gli occhi. Non riesco a prescinderne. È una specie di seduzione strana, come se la realtà fossi costretto ad amarla svisceratamente pur odiandola, e siccome sono preso da questo doppio vincolo non riesco a metterla da parte, ne sono come ossessionato. Ci ho anche provato ma non ce la faccio, non ci riesco a mollarla. Ma pur restando sempre ancorato alla realtà che mi sta sotto gli occhi, succede sempre più spesso che abbia ogni tanto delle immagini che mi sembrano davvero somiglianti a quello che, in termini non fantascientifici ma dolorosamente veri, Jack London dice della Londra di fine Ottocento, primi Novecento, quando scrive nel 1903 Il popolo dell’abisso. Il popolo dell’abisso sono appunto i poveri di Londra, che comparivano già nell’ultimo Dickens: gente che vive in un mondo sotterraneo, che vive di notte e non vede mai il sole, lavorando quindici/sedici ore al giorno, e così via. Noi abbiamo considerato per molti anni come un punto di arrivo una specie di equilibrio tra le classi superiori e le classi inferiori, la famosa socialdemocrazia nordica, ma ho sempre di più l’impressione che si sia trattato di una meravigliosa illusione e che quel tempo sia davvero finito, ho l’impressione che la classe dei ricchi veri sta diventando sempre più piccola, senza che se ne faccia un gran rumore. Anche qui scoviamo un altro divertente meccanismo della comunicazione, secondo il quale i poveracci devono fare più rumore possibile mentre i ricchi veri devono tenere un profilo il più basso possibile. Mi diceva uno di coloro che governano la Borsa di Milano: “ Se a me avessero chiesto quarant’anni fa quali erano i veri ricchi del mondo io avrei fatto un elenco e non ne avrei sbagliato quasi nessuno, mentre se me lo chiedono adesso ne posso elencare un 10% perché gli altri non so chi sono, neanche io che dovrei saperlo…, perché sono nascosti dietro sigle, cifre. Tra l’altro ormai criptano le comunicazioni, perché non si possono permettere che quel che fanno avvenga alla luce del sole. Comincia a esserci una classe di super ricchi che vive veramente nel segreto. Nella mia immaginazione malata, non so perché, mi fanno pensare a delle cose che ho visto in Guatemala quando ci sono andato, alle mansiones che stanno lontano dalla città, piccoli agglomerati con tanto di guardie private con il mitra che controllano che non entri nessun estraneo. I ricchi che ci vivono mandano i loro figli a studiare negli Stati Uniti, non gliene importa niente se le scuole del Guatemala vanno a pallino perché loro i figli non ce li manderebbero neanche morti. Sembra esserci una specie di ceto, mi verrebbe da dire una razza, anche se ovviamente si cadrebbe nella fantascienza. C’è una categoria di persone che possono permettersi di fregarsene della vita com’è intorno a loro perché vivono a un piano sopra, e si tratta di una classe internazionale che ha tutto da godere dalla mondializzazione. Esiste poi un ceto medio che non sa che pesci pigliare; e sotto c’è invece sempre più spesso una classe di schiavi che vengono utilizzati al posto delle macchine semplicemente perché costano meno delle macchine. E mentre una macchina che raccoglie i pomodori, se si rompe, ripararla è costoso, un nigeriano che si rompe non ti costa niente perché puoi subito prenderne un altro. In alto e in basso si stanno costruendo dei meccanismi di questo tipo, e non prenderne atto mi sembra un atto di grave ipocrisia, perché se il ceto medio non ne prende atto è come se si condannasse a una eterna nebbia.

 

Nel finale del libro paragoni quest’epoca con la fine del Settecento, con la nascita della società moderna.

Un’idea che viene tra l’altro dal bellissimo libro di Ortega y Gasset La ribellione delle masse.

 

Un libro fondamentale del secolo scorso ma oggi pochissimo letto…

Perché adesso le masse si chiamano popolo.

 

Tu dici che quella rivoluzione, quel cambiamento provocò anche cose straordinarie: la nascita delle moderne democrazie, del romanzo moderno, di una nuova romantica concezione dei sentimenti, e dici che forse anche in quest’epoca, nel gran travaglio del mondo contemporaneo, forse stanno nascendo cose di questo tipo. L’unico dubbio è che invece si tratti di un’epoca, come dicono certi ecologisti, pre-finale… e che non ci sia tempo perché cose simili possano crescere, perché le nuove generazioni producano un tipo di coscienza e di sentimenti e di intervento all’interno della realtà che sia paragonabile a quella di allora.

Questo è il grande problema: quanto durerà l’umanità. È chiaro che se gli dai un tempo molto lungo altre strade si trovano, è evidente. Ma il nostro è un tempo in qualche misura apocalittico, che ha a che fare con dati, ambientali e non solo, estremamente presenti, per esempio il riscaldamento, l’inquinamento. Ed è come se ci fosse una specie di pudore nell’ammettere che l’umanità potrebbe a un certo punto aver fatto una specie di grande gesto di appropriazione del mondo che però è poi andato in una direzione sbagliata e che forse bisognerebbe tornare al bivio da cui si era partiti. A un certo punto del mio testo parlo di una bellissima ballata di Goethe che si chiama L’apprendista stregone. Lo stregone ha inventato una scopa meravigliosa che pulisce da sola, in tutti gli angoli. Lavora da sola e abolisce la fatica di chi doveva scopare. Quando lo stregone è assente il servo prova a metterla in azione e la scopa comincia a pulire dappertutto ma il servo non riesce più a fermarla, e siccome questa scopa deve rovesciare dell’acqua per pulire, l’acqua invade tutto. Alla fine il saggio stregone ritorna e riesce a fermare la macchina. Ma se appunto avessimo messo in moto qualcosa che poi non sappiamo più fermare? Si tratta di un’ipotesi possibile. Le persone che hanno letto il mio librettino e me ne scrivono la cosa che notano più spesso è quanto dico del pamphlet di Paul Lafargue che si chiama Le droit à la paresse… Paul Lafargue era il genero di Marx, ne aveva sposato la figlia. Tra l’altro poi si sono ammazzati tutti e due a settant’anni per evitare la vecchiaia… Paresse in francese vuol dire una via di mezzo tra l’ozio e la pigrizia, il dolce far niente. E la sua tesi è che i sindacati dell’epoca, siamo a fine Ottocento, stiano sbagliando propagandando il diritto al lavoro e dimenticando che il lavoro è una maledizione, mentre dovrebbero propagandare il diritto all’ozio e al non far niente. Siamo alla fine dell’Ottocento e lui dice: le condizioni produttive sono già talmente avanzate che lavorando pochissimo si potrebbe tranquillamente produrre il necessario per tutte le persone che ci sono al mondo senza bisogno di lavorare, ma siccome c’è questa mistica del lavoro colpevolmente sottolineata dai sindacati, gli operai sono costretti a produrre cose completamente inutili. C’è una specie di superproduzione dell’inutile solo per dar da lavorare a questa gente. E tra l’altro, anche lì una cosa buffa che faccio notare nel librettino, è che questa tesi fa pensare al reddito di nascita, come lo chiamerebbe Grillo, per il fatto stesso di nascere uno ha uno stipendio assicurato per tutta la vita. Questa cosa è allo stesso tempo un’utopia portata avanti da quelli che si presentano come rivoluzionari, ma è anche un desiderio da parte delle grandi multinazionali. Ho trovato per esempio una dichiarazione del capo della AT&T, la grande azienda telefonica americana, che dice: se le persone ci garantissero la pace sociale a noi converrebbe dargli un tot tutti i mesi purché stessero quieti, ci costerebbe di meno. Se le borse potessero non avere alti e bassi, se non si fosse minacciati da guerre o da ribellioni del cavolo, da rivoluzioni che scoppiano qua e là, a noi questo converrebbe. La coincidenza tra quello che vogliono le grandi multinazionali e quello che vogliono i rivoluzionari è curiosa, e varrebbe la pena di rifletterci.

 

Abbiamo parlato poco di letteratura, sinora…

Perché la letteratura bisogna leggerla. Sulla letteratura c’è una cosa che mi preme dire. C’è da una parte una specie di delirio della comunicazione, tutti comunichiamo con tutti e ci scambiamo una quantità enorme di parole tutti i giorni. E c’è un diluvio di storie, di storie di tutti i generi, sia vere e proprie fiction, sia quella cosa che, ahimè, chiamano storytelling, per cui tutte le ditte di pubblicità devono inventare le narrazioni, come le chiamano loro, per invitare la gente a comprare dei prodotti. Di questo due o tre volte ne ho approfittato perché certi dirigenti d’azienda, di aziende pubblicitarie, vogliono sapere da me come funziona la retorica, e io gli ammannisco un po’ di retorica antica e un po’ di retorica moderna da Barthes in poi, e per una cosa di due ore mi danno mille e cinquecento euro, per cui qualche volta ho detto di sì. Anche loro sono alla ricerca di storie perché tutto si narrativizza, oggi. Se c’è una cosa che non manca sono le storie, ma io continuo ad avere l’impressione che più aumenta la presenza reale di una comunicazione impazzita e di storie sempre più invasive, meno alla gente gliene importi delle parole, cioè di come le cose sono materialmente scritte. Intanto perché viene subito tutto tradotto, e quindi ovviamente appena traduci una cosa, di come è scritta in originale non te ne importa più niente. Un giovane editor di una importante casa editrice, che ha studiato in America mi ha detto: “Ma lei scrive ancora in italiano?” Si ha l’impressione che la “materia verbale” interessi sempre meno anche perché queste storie hanno ormai dei supporti che vanno oltre la parola: parola più immagine, parola più musica, parola più musica e immagine… Quando diciamo che “da giovani leggevamo sotto un albero I fratelli Karamazov e questo mi cambiava la visione del mondo”, credo si tratti di nostalgia e basta. Quello che mi chiedo sul serio è che cosa si perde perdendo l’attenzione alle parole, e ho l’impressione che si perde soprattutto il fatto che le parole hanno degli spessori, non è che una parola può essere sostituita con un’altra, ogni parola ha la sua storia, ha la sua profondità e soprattutto vuol dire delle cose, di cui solo alcune sono in primo piano mentre altre sono sotterranee e si richiamano alla storia di quella parola, a come tu l’hai sentita, a chi l’ha detta. Le parole come le usano gli scrittori veri hanno uno spessore e un’ambiguità e spesso dicono una cosa ma anche il suo contrario, o una parola dice una cosa mentre la frase successiva invece la nega. L’ambivalenza è una cosa caratteristica della letteratura, nella letteratura non sai mai chi ha ragione e chi ha torto, spesso hanno torto e ragione due personaggi allo stesso tempo, e perdere questa dote delle parole è brutto, una dote che ogni tanto causa in letteratura una cosa che secondo me è benedetta, e cioè che gli scrittori dicono delle cose che non sanno di voler dire. Engels ha detto che Balzac ha scoperto in realtà il meccanismo del capitale, ma Balzac non ci pensava neanche, da bravo reazionario conservatore, ma vedi caso nelle sue storie l’unica cosa che permane sono i soldi che passano da una parte all’altra, una cosa che lui non sapeva di voler dire. Certe cose che Leopardi ha detto non sapeva affatto di volerle dire, però a un certo punto le ha dette. La capacità che hanno le parole, quando le prendi nel loro spessore, di scavare in ciò che è sconosciuto, in quello che non si sa ancora, la capacità che hanno di portare in superficie sia l’inconscio personale che l’inconscio collettivo, se non ci fosse sarebbe come smettere di sognare, e si sa che quando si smette di sognare si crepa. Il fatto che adesso in televisione e sui media quando si pubblica un romanzo immediatamente te ne raccontano il contenuto, ma di come tu lo hai scritto non gliene importa a nessuno, io credo che questa sia una grossa perdita culturale.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 51 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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