IL VIAGGIO IN ITALIA DEI PROF. DEL MULINO

di Piergiorgio Giacché

Ma si può viaggiare senza muoversi? Ebbene, quei “presuntuosi de Il Mulino” – come li chiamava Piovene e come da soli si definiscono – si sono proposti un “Viaggio in Italia” stando ciascuno a casa sua. Quasi tutti gli autori dei sessanta ritratti di altrettante città e regioni italiane che fanno mostra di loro nel numero monografico della rivista (“Il Mulino” 6/17, anno lxvi, n. 494, 15 euro), sono residenti ovvero operanti nel posto da cui hanno inviato la loro cartolina-precetto. Niente di male si dirà: meglio testimoni esperti che viaggiatori distratti, anche perché il “viaggio” nelle duecento sessanta pagine se lo faranno i lettori – devono aver pensato – ma allora avrebbero dovuto scusarsi per il disagio, che francamente si prova in molte delle stazioni o delle loro recensioni, che infine sono più saccenti che curiose: non ci sono aperture, incontri, dialoghi con la gente ma si preferisce definire “territorio” quello che una volta si chiamava “popolo”, come se l’Italia si potesse ridurre a “un’espressione geografica”.

I paesaggi e i miraggi dell’economia sono sovrabbondanti e certo inquadrano anche le persone e le loro attività e talvolta perfino la mentalità, ma con fotografie fatte da fermo e con firma, per lo più da docenti delle locali università o affidate a giornalisti più agili e dunque più abili nel comporre schede brevi e rapidi commenti, “come volevasi dimostrare…”. E appunto la prima ma anche l’ultima impressione del lettore è che le firme e gli sguardi degli autori contino di più delle tanto declamate peculiarità di un’Italia – “difficile e bellissima”, cita il sottotitolo della rivista – che infine appare al contrario piuttosto omogenea e/o omologata.

Da sempre, si può dire, il particulare è la caratteristica del nostro universale, e per di più – come “Il Mulino” conferma – l’attuale colore grigio e sapore amaro della crisi economica e politica e sociale, accentua l’uniformità dei problemi a dispetto delle grandi bellezze e dei mille campanili in cui l’Italia si vuole e si vede divisa. Ovunque arranca l’agricoltura e soffre l’industria e dimagrisce il terziario, e infine la famiglia non si sente troppo bene. Le nascite diminuiscono anche nel profondo sud e i giovani emigrano anche dalle terre del nord, la politica nazionale non sa governare il locale e nemmeno interpretare il globale, l’economia avrebbe ancora carte in “natura” e “cultura” e “turismo” – dice l’introduzione – ma non può abusarne e non sa ancora usarle…

Viene di fare un quadro di tutti i sessanta ritratti, e magari non è giusto; e però questa non è solo la tentazione del lettore ma l’ambizione del “Mulino”, a cui ciascun autore porta la sua farina in analoga confezione e concezione, obbedendo alla linea di un’osservazione sociologica messa al servizio di una valutazione economica che infine chiama la politica alle sue responsabilità.

Niente di più ragionevole, si dirà, ma anche niente di più scontato. E perfino sbagliato, se è vera la prevalenza di una Sociologia senza immaginazione (antico e ormai abbandonato comandamento di Wright Mills), la prepotenza di un’Economia che la fa da padrona (quando ancora si discute se sia una scienza e se abbia una coscienza) e la scontata impotenza di una Politica che diventa l’oggetto di un rimprovero e di un rammarico, che “Il Mulino” sente come “presuntuoso” dovere. Fra le righe però, si scopre non la sua presunzione ma la sua vocazione che è quella di barcamenarsi fra l’innovazione e la moderazione: un atteggiamento da partito di governo piuttosto che da strumento di critica e interpretazione dei dati. Si dichiara in premessa di voler superare la dittatura dei grafici e tabelle e percentuali, ma infine il vecchio Censis, che di dati viveva, aveva più fantasia e soprattutto più coraggio, e ne estraeva ragionamenti sulle correnti di valori e sulle mode culturali.

In effetti, è la Cultura la grande assente nel Viaggio de “Il Mulino”, o almeno il suo fraintendimento.

Ancora una volta, per via di una docenza che si sovrappone all’esperienza. Così, i sociologi accertano e accettano lo stato di cose presenti, mentre gli storici non lesinano racconti sulle origini e sulle vicende locali…magari pescando nella storia antica del sud ovvero in quella contemporanea del nord o in quella medievale del centro. E infine non c’è quasi nessuno – fra i docenti – che dimentichi di citare e celebrare il ruolo e la funzione di una delle cento università italiane. Davvero non sapevamo che le università si fossero moltiplicate così tanto da Udine ad Ancona a Foggia, passando per l’Università del Piemonte Orientale o dell’Università dell’Insubria (per non parlare delle 40 università straniere con sede a Firenze o degli infiniti Istituti di ricerca che spaziano dalla Scuola europea ufficiale di Varese alla Strategia nazionale aree interne…), ma quello che stupisce è che molti atenei nati come funghi siano spesso scambiati per alberi maestri della cultura locale. Fino a dare al lettore l’impressione che il “capitolo cultura” dell’intero Viaggio sia tutto accademico, sia pure con l’aggiunta delle tante benedizioni dell’Unesco al Paesaggio e all’Arte del Belpaese. E per fortuna nel Viaggio de “Il Mulino” non si sono imbarcati gli antropologi, che avrebbero aggiunto le tradizioni immateriali e celebrato la eno-etno-gastronomia del Made in Italy!

Sia chiaro, di “culturale” si parla in ogni relazione e in tutte le salse, poiché è l’aggettivo qualificativo italiano per eccellenza, ma non ci sono interventi che trattano la cultura con la profondità e l’autonomia che gli è dovuta. Ormai, sia l’intellettuale di rango che la casalinga di Voghera riconoscono la cultura quando dà valore, ma non perché lo ha. Da quando “il Sole 24 ore” ha lanciato e fatto firmare il patto che riconosce alla cultura anche valore economico (contro la sventurata battuta del povero Tremonti, ricordate?), quell’anche è sparito, ovvero ha finito per mangiarsi il tutto. Da allora e fino a ora, se la cultura non fa Bene Cuturale e se poi il Bene non attira il Turismo e se infine il turista non è straniero e non si ferma abbastanza (perfino a Roma è di passaggio, si nota con un certo scandalo), perché e soprattutto come parlarne?

Un percome ovvio sta nel punto di partenza che è Bologna la dotta, sede dell’Alma Mater di tutte le università del mondo, ma anche sede della rivista “di cultura e di politica” all’emiliana: da lì il “giro d’Italia” prende il via e fa tappe a cronometro a Modena e Parma prima di allargarsi verso Pistoia-Prato-Firenze-Siena; poi un primo tuffo a sud e nelle isole, da cui si risale via mare e finalmente si gira tutto il settentrione, per poi discendere l’adriatica e risalire per la via appia antica a Roma: non più ladrona ma sempre cialtrona e vera capitale del vizio nazionale, il degrado. Tutte le strada portano al degrado, si dovrebbe dire da onesti viaggiatori d’Italia, ma quasi solo su Roma (che è davvero “difficile e bellissima”) piovono le critiche dell’ex-ministro Fabrizio Barca – la firma più autorevole e insistente di questo numero de “Il Mulino” – che francamente avrebbe potuto scavare e pensare di più. 

Ma infine questo strano “giro” sembra essere proposto per fare giustizia degli stereotipi o delle abitudini che contrappongono il nord avanzato al sud arretrato, aprendo vie nuove verso città minori e periferie e valli che fino a ieri si discendevano con orgogliosa sicumera. Certamente è un merito allargare il Viaggio fin dietro le “quinte teatrali” dell’Umbria o dentro la Murgia dei trulli e Ragusa e gli Iblei e le Madonie e su su fino al Cuneese e l’innominata Val Borbera… E però l’attenzione verso le “aree interne” dilata lo sguardo ma finisce per appannarlo, se è vera – ed è vera – una certa benevolenza (da nordista) che incoraggia tutti i piccoli segnali e le neonate realtà di una Italia centro-meridionale non più minore ma ancora minorenne. Così si va alla ricerca delle start-up tecnologiche o si festeggiano i neo-agricoltori intenti a recuperare il carrubo o aspettare la manna (“linfa estratta dalla corteccia del frassino”), ma il “largo ai giovani” forse infiamma i viaggiatori ma non contagia né convince i lettori…

No, la pars construens o quella che dà speranza e senso al Viaggio sta in altre pagine e in alcune relazioni o eccezioni fino in fondo “critiche”, che non confermano le regole fin qui appunto criticate. Finisco quindi con l’autocritica: è stato davvero “presuntuoso” tentare una recensione di sessanta recensioni, ed forse è ancora peggio – lo ammetto – truccarsi da docente dei docenti scegliendo gli interventi da promuovere o da ringraziare, ma non si possono non segnalare il diario di viaggio in metropolitana nella Napoli del Vomero, le note sui cinesi di Prato ma anche di via Sarpi a Milano, le relazioni di Vittorio Mete sulla Calabria e il “voto di vendetta”, o di Domenico Cersosimo su Cosenza divisa dall’università contesa… per citare al volo qualche “ritratto” che rimane impresso e qualche critica che non si fa stemperare dall’accademismo o dal giornalismo.

Infine non si tratta di dare voti, ma non si può negare che – a fronte di un’alta aspettativa che “Il Mulino” si merita – il racconto complessivo delude e il raccolto sia scarso. Forse troppa staticità di posizione e troppo equilibrio “di governo” non aiuta il lettore e certo non spinge la critica dove farebbe male, cioè bene al Paese.

La moderazione non sempre è virtuosa ma più spesso pietosa, se ci si atteggia a medici dell’Italia malata. Un po’ di amarezza in più non guasterebbe e ce ne si accorge leggendo in mezzo al Viaggio una “lettera da Bari” dell’unico sociologo che non la butta in economia, ma ci racconta per filo e per disegno la cultura politica della sua città. Un sociologo che dell’immaginazione ovvero della sua mancanza è cosciente, e ci offre una sintesi istruttiva e finalmente “d’autore”. Così conclude il suo reportage: “la visione di lungo periodo, l’idea generale di sviluppo della città cedono il passo al riempimento delle buche per le strade e alla rimozione delle deiezioni canine… Deriva tutta ‘barese’? – si chiede Onofrio Romano – no, Bari riflette fedelmente come sempre l’umore del tempo. L’assenza di visione che attanaglia il Paese.”

Non si può non essere in accordo e in identico sconforto. E magari si può trarre – sia per noi Asini dell’ultimo banco che per i professori del Mulino – un insegnamento: non è sempre necessario che un intellettuale veda più chiaro del politico, ma è pur sempre obbligato a rimproverargli la sua sfacciata cecità. Ci sono momenti e viaggi in cui la critica ha la precedenza sull’etica: altro che travi e pagliuzze e parabole buoniste…

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