Giovanni Comisso sulle strade d’italia

di Sara Honegger

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Dalle parti di casa mia c’è una statale chiamata da tutti La Saronnese. In più di cinquant’anni di vita credo di non averla mai percorsa a piedi. Nata per la percorrenza veloce attraverso quei tratti di brughiera che resistevano, fra un paese e l’altro, lungo la rotta per Milano, non ha mai avuto marciapiede. Quando ero ragazza era una strada di piccole fabbriche e di prostituzione – dal sedile posteriore dell’auto guardavo con grande curiosità i piccoli falò a cui si scaldavano le donne in attesa dei clienti. Poi è diventata una via unicamente commerciale. In meno di un chilometro, nel corso del tempo si sono succeduti negozi mamma e bambino, arredo bagno, luminarie e caminetti, rivestimenti e parquet, fino agli Obi tutto per il bricolage, i Gran Casa, le Esselunga, i Gigante, i Tigros, i ristoranti con steak, hamburger e patatine fritte (menù scontato per i piccoli), i sushi all you can eat. Non manca il gioco d’azzardo. Nello spazio di cinquecento metri, cinque edifici con le finestre oscurate o addirittura senza vetri chiamano i clienti nella loro oscurità con réclame rosse e nere. Sono invece scomparsi da poco (forse per una delle tante storie di ’ndrangheta locale) i tre Compro-vendo oro che si facevano pubblicità, e finta concorrenza, parcheggiando di fronte alle vetrine delle limousine rosa confetto.

Non so se la zona sia un campione efficace di quel che è diventato il nostro paese. Certo è che fra centri commerciali, palazzi e luoghi di perdizione vera non solo ormai è scomparsa del tutto la brughiera, ma sono scomparsi anche i piccoli negozi e, con loro, l’andare a piedi, che rimane forse l’unico vero modo per conoscere un territorio. Un altro, a esso affine per tempo e misura, è la lettura, soprattutto quando un racconto ha la capacità di portarti dentro la sostanza delle cose, dentro una lingua. Accade con la raccolta Viaggi nell’Italia perduta di Giovanni Comisso (Edizioni dell’asino 2017), che racchiude scritti dagli anni trenta agli anni sessanta: penso alle “o” e alla “a” accentate, prive di h; ai termini desueti come gombine, che il lettore del pc segnala come errore; ma penso anche ai paesaggi, agli orti di carciofi, alle pesche, alle arance, ai fiori di mandorlo, ai declivi e alle lagune in cui si è innesta la vita degli uomini e delle donne: pescherie galleggianti, preti che preparano liquori, pescatori che afferrano con la punta delle dita pezzi di polenta bollente, suonatori di armonica, carcerati che cantano, albergatori che contemplano antichi templi col telescopio.

I racconti riuniti percorrono, seppur a sbalzi, la geografia italiana, dalla natia Treviso alle isole: ci sono i treni, talvolta le auto o le barche, ma è nell’andare a piedi, nel cercare luoghi dove dormire o mangiare, nel seguire i desideri degli amici, nell’incontro con le lingue locali o nel prestare ascolto ai rumori che giungono oltre la porta di una stanza d’albergo, che i sensi di Comisso si fanno attentissimi. Ogni casualità diviene materia di racconto; ogni incontro prelude o conclude un nuovo viaggio di scoperta. Così la Sicilia gli si fa accanto prima della partenza nei panni di una ragazza ammalata; e il cinese di passaggio sembra dare senso e profondità a un viaggio in Oriente da cui si torna pieni di ricordi.

Nella necessaria introduzione, Nicola De Cilia definisce l’errare di Comisso come un nodo che lega eros e viaggio, inquietudine e desiderio. Simile nodo lega alla pagina anche il lettore: poche scritture sanno essere al tempo stesso così concrete e ariose; poche, hanno il medesimo impasto linguistico, la medesima tensione narrativa per umanità e territorio. L’Italia perduta non è, insomma, solo quella dei paesaggi, ma anche quella dei linguaggi e, soprattutto, delle relazioni, degli incontri, sì che alla fine, di tutte le cose perdute, forse quella che grida di più è la varietà, degli esseri umani come degli ambienti, delle voci come della natura.

Viaggio e scrittura sono compagni da almeno tre secoli, cioè da quando proprio l’Italia era una delle mete dei Grand Tour: una letteratura che è finita per diventare genere, in Italia ricostruito soprattutto dal paziente lavoro di Luca Clerici, a cui si devono anche due Meridiani dedicati all’argomento. Ulteriore taglio di indagine potrebbe essere quello del rapporto fra letteratura e cammino, ovvero fra passo dei piedi e passo della scrittura, legame che, in molti casi, ha assunto un tono politico di protesta e di rifiuto dell’esistente, a partire dagli scritti di Thoreau e dai versi di Whitman. Non si tratta, ovviamente, dei pur faticosi cammini oggi quasi istituzionalizzati (per restare all’ambito italiano, si può dare uno sguardo il sito del Mibact, www.turismo.beniculturali.it/home-cammini-ditalia), ma del bisogno, spesso solitario e conflittuale, di mettersi e mettere alla prova alleggerendosi progressivamente di tutto, anche del poco ingombrante denaro, per sfidare se stessi e il residuo senso di comunità qua e là presente. Comisso, che viene considerato anche uno scrittore di viaggio e che pur ha molto viaggiato a piedi, al tono della protesta preferisce quello dell’imprevisto abbandono a un destino guardato con fiduciosa irriverenza. Si va, talvolta anche solo per accompagnare un amico o per sfuggire alla noia, e accada quel che deve accadere. E chissà se sarebbe ancora così, ma nelle sue pagine alla fine una camera si trova sempre; e se la propria presenza suscita timori, si è in tempo a scappare alle prime luci dell’alba, ancora intirizziti di notte. Prendono così sempre vita grazie agli incontri, allo stimolo di amici, a curiosità fatte lievitare al caldo, le partenze che, seppur talvolta progettate e a lungo, paiono alla fine scaturire dall’improvvisazione. È forse questo il tratto più anarchico ed estraneo alla cultura del controllo oggi dominante, il tratto che ci fa gustare questi racconti scalzando la malinconia sempre in agguato. Comisso, che soprattutto nelle chiuse dà pennellate di nostalgia, ci invita al tempo stesso a diffidare del più immobile dei sentimenti umani e ci trasmette senza ambiguità alcuna un’insopprimibile voglia di andare, che nella sua narrativa è sinonimo di capire.

 

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