Elezioni 2018. Titoli di coda

di Mauro Boarelli

disegno di Claudia Palmarucci

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Partiamo da un numero. È un numero che ci permette di leggere attraverso i risultati elettorali la mutazione antropologica del paese, ed è un numero che ci riporta a Macerata, un ritorno inevitabile. Alle precedenti elezioni politiche del 2013, nel piccolo capoluogo di provincia che conta poco più di quarantamila abitanti, la Lega ottenne 153 voti, pari a un insignificante 0,61%. Il 4 marzo scorso ne ha ottenuti quasi cinquemila, balzando al 21% (quasi quattro punti percentuali in più rispetto alla media ottenuta a livello nazionale). Macerata non è l’unico luogo in cui la Lega ha ottenuto una performance del genere, ma qui può essere letta alla luce degli avvenimenti che hanno portato la città alla ribalta nazionale strappandola per alcune settimane alla sua sonnacchiosa quotidianità. Il discorso xenofobo alimentato dopo l’uccisione di Pamela Mastropietro – del quale sono accusati alcuni uomini di nazionalità nigeriana – ha fatto presa in modo impressionante, e non è stato scalfito dall’attacco razzista messo in atto pochi giorni dopo da un militante leghista con simpatie fasciste. Questi due avvenimenti avrebbero dovuto entrare in conflitto tra loro, e invece si sono sommati l’uno all’altro. Nella sostanza, un raid razzista ha determinato le sorti del voto locale e ha rafforzato il voto leghista a livello nazionale. Un fatto inedito nella storia del nostro paese.

Abbiamo già scritto su queste pagine a proposito dell’inadeguatezza della risposta istituzionale e politica a quanto accaduto. Conviene tornarci sopra brevemente ora che i risultati elettorali hanno confermato quanto atteggiamenti, come quelli cui abbiamo assistito in quei giorni, siano gravidi di conseguenze. La saldatura tra omicidio e raid doveva essere contrastata dalle istituzioni locali, dalle forze politiche e sindacali, dall’associazionismo. Al contrario, queste si sono alleate in una congiura del silenzio che ha origine nell’incapacità, nella paura, nella povertà culturale che accomuna l’intera classe dirigente e che ha finito per favorire quella fusione. Il tentativo di separare i due avvenimenti, di metterli in conflitto tra loro per fare emergere la differenza tra la cronaca nera e la violenza xenofoba e incoraggiare una risposta collettiva in grado di impedire il consolidarsi di questo connubio perverso, è rimasto nelle mani di una base sociale abbandonata a se stessa ma ancora in grado di produrre dissenso.

Se i fatti maceratesi hanno mostrato come la fuga della politica dalle proprie responsabilità possa produrre una situazione potenzialmente esplosiva in presenza di eventi in grado di catalizzare il rancore, la frustrazione e l’odio che hanno scavato in profondità nel corpo sociale, i risultati elettorali hanno evidenziato come tutto questo possa riflettersi anche sul piano istituzionale. Non era difficile da capire, ma nonostante questo – a sinistra – nessuno lo ha voluto capire. Eppure l’ultimo campanello d’allarme era suonato stavolta in una terra in cui era più difficile scorgere un tessuto sociale incattivito e impaurito, e questo avrebbe dovuto accendere i riflettori sull’estensione del mutamento sociale, sulla capacità di diffondersi celando le sue facce più feroci, salvo poi svelarle all’improvviso. Ma quale soggetto politico è oggi in grado di leggere le trasformazioni della provincia italiana, di percorrerla attingendone gli umori profondi? Come sosteneva Alessandro Leogrande nell’ultimo editoriale scritto per questa rivista, le mutazioni politiche possono essere comprese solo attraverso un’analisi antropologica. Nulla di più distante rispetto al discorso pubblico dominante, nel quale il ceto politico, i giornalisti e i “politologi” esercitano niente altro che la propria autoreferenzialità rimanendo sulla superficie dei fatti, senza alcuna capacità di individuare i soggetti del mutamento e le loro motivazioni, di scandagliare i luoghi in cui agiscono e di proporre una lettura temporale non schiacciata sul presente.

Le elezioni certificano la fine del Partito democratico, anche se probabilmente la sua agonia sarà ancora lunga. Il Pd frana nelle regioni “rosse”, dove si concentra un quarto dei circa due milioni e mezzo di voti persi a livello nazionale. Le cifre sono impressionanti: rispetto alle precedenti elezioni politiche, perde il 24% del proprio elettorato in Toscana, quasi il 25% in Umbria, il 26% nelle Marche, oltre il 32% in Emilia Romagna. Tutte le ambiguità che lo accompagnano fin dalle origini vengono al pettine, e non solo per gli errori del suo ultimo ed effimero leader. In fondo Matteo Renzi non ha fatto altro che estremizzare da un lato l’appiattimento sulla visione neoliberista già scritto nell’atto di nascita del partito, dall’altro – rinforzato in questo dalla sua personalità narcisistica – l’affermazione di una politica basata sulla leadership personale, una deriva che nel Pd trova una declinazione peculiare nell’incontro con la tradizione centralistica che rappresenta un lascito duraturo – l’unico lascito tangibile – del vecchio Partito comunista.

Ma le elezioni hanno anche sancito l’irrilevanza di ciò che si muove alla sinistra del Pd, una irrilevanza tenacemente perseguita con spirito autolesionista da gruppi dirigenti convinti che la strategia migliore consista nell’inventare dal nulla formazioni politiche alla vigilia delle elezioni. Tutti sembrano avere smarrito la cognizione di ciò che la sinistra è stata storicamente e le ragioni per le quali ha giocato un ruolo cruciale nei primi quarant’anni della Repubblica: l’azione diffusa e radicata nei luoghi di lavoro e nei territori, la prassi del conflitto, la capacità di elaborare un quadro teorico di riferimento partendo dalle pratiche sociali, l’intreccio con la cultura del mutualismo, la capacità di produrre visioni forti e alternative a quelle dominanti. Fino a quando non si tornerà ad attingere da questo enorme patrimonio culturale disperso ma ancora vivo nell’azione delle minoranze attive dal nord al sud, fino a quando l’azione politica verrà ridotta a mero artificio elettorale di corto respiro, fino a quando il ceto politico continuerà a preoccuparsi prioritariamente della propria riproduzione, fino a quando non verrà posta di nuovo al centro del discorso la questione dell’uguaglianza, nulla – assolutamente nulla – potrà accadere a sinistra. Nel frattempo, la sua assenza sarà una minaccia costante per la democrazia.

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