Chiediamoci perché Putin piace ai russi

di Fulvio Scaglione

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Nell’eterna polemica tra l’Occidente e la Russia non si capiscono tante cose. Ma una, in particolare, pare assurda: perché i politici e i media “nostri” siano così refrattari ad ammettere che Vladimir Putin gode di un consenso reale nel suo Paese, che vincerebbe le elezioni presidenziali anche se avesse di fronte avversari politici veri e non figurine come quelle dell’ultima tornata elettorale, che gli ha regalato il quarto mandato presidenziale con il 76,6% dei voti scrutinati su un’affluenza di circa il 68% degli aventi diritto.

L’affermazione di cui sopra non viene smentita dalle considerazioni che, a mo’ di litania, ricorrono con grande frequenza sui media europei e americani. Giornalisti scomodi e oppositori fanno spesso una brutta fine? Vero. Ma la coraggiosissima Anna Politkovskaja, trattata da star all’Ovest, era semi-sconosciuta alla grande maggioranza dei russi e famosa solo presso la borghesia illuminata di Mosca e San Pietroburgo. Dal punto di vista elettorale poca roba. E Boris Nemtsov, l’ex ragazzo prodigio della politica russa, vice-premier nel 1997 a 38 anni, ucciso a Mosca nel 2015, strenuo oppositore del Cremlino, era ormai solo un elenco di belle speranze mai realizzate.

Poi, certo, c’è Aleksej Navalnyj, il blogger che mobilita i giovani, un altro oppositore che l’Occidente magnifica e che non ha partecipato alle presidenziali perché tagliato fuori dalle liste da una condanna per corruzione. La condanna sarà stata pure pretestuosa (ma non è obbligatorio che sia così), resta il fatto che Navalnyj ha partecipato a una sola corsa elettorale, quella del 2013 per la carica di sindaco di Mosca, quando era all’apice della popolarità, perdendo clamorosamente contro Sergej Sobyanin, sindaco in carica e personaggio detestato dai moscoviti. O forse crediamo che Putin vinca perché sono finiti in galera il petroliere Khodorkovskij e le Pussy Riot?

È vero, il sistema dei media è ossequiente e controllato. Ma per diventare Presidente basta il 50,1% dei voti. E Putin ne prende il 76%, con un indice di popolarità che per tutto il 2017 è stato sopra l’80%.

A dire cose come queste ci si prende subito del “filoputiniano” o quando va peggio, del “rossobruno”. Ma se non si parte da lì diventa quasi impossibile capire non tanto il putinismo e il suo successo, che sarebbe il meno, ma non si capiscono i russi. Il che è un po’ più rischioso.

In primo luogo la Russia, da quando è lecito chiamarla così, ovvero più o meno da quando la Rus’ di Kiev si affermò come entità statale intorno all’880, ha sempre avuto una tradizione di centralismo e di potere forte e verticale. Il “fenomeno Putin”, in sostanza, risponde perfettamente a quella lunga e coerente storia. A noi non piace, ovvio. E fin qui ci sta. Il problema è che, per ragioni tuttora misteriose, crediamo non tanto e non solo che il nostro sistema sia migliore (e fin qui, ci sta) ma che tutti gli altri popoli non facciano altro che desiderarlo, che vogliano solo diventare come noi. Quando questo non succede, come in Russia, pensiamo in automatico che la colpa sia di qualcuno che lo impedisce. Nel caso specifico, che sia Putin a impedire ai russi di mettersi sulla retta via. Non è così e faremmo bene a rendercene conto.

E non è così non solo perché la storia ha il suo peso. Putin ha un forte e vero consenso interno, ha promesso ai russi di realizzare i loro desideri e in buona parte ha mantenuto la promessa.

Nessuno sembra rendersi conto di che cosa sia successo ai russi nel periodo che va dalla morte di Leonid Brezhnev (1982) alle dimissioni di Boris Eltsin (1999). Un ventennio scarso di scossoni e colpi di scena, con la fine di un mondo noto e l’avvio di un mondo nuovo, sconosciuto e imprevedibile. Perestrojka, oligarchi… Per noi sono categorie politiche. Per i russi, a prescindere da qualunque altra valutazione, furono incertezza, miseria, disoccupazione, malattie, precarietà in una misura mai vista prima. In quegli anni, la speranza di vita dei russi, soprattutto dei maschi, crollò a livelli tragici. Per gli uomini, passò da 65 a 57,5, tredici anni sotto la media dell’Europa occidentale, per la donne da 74,5 a 71,2. In poche parole, fu una strage.

Per dire quant’acqua è passata sotto i ponti, possiamo ricordare questo. Nell’estate del 1999, quando il semi-sconosciuto (agli elettori, almeno) Vladimir Putin fu nominato primo ministro, la Russia post-sovietica era reduce da uno dei suoi momenti più drammatici: pochi mesi prima, infatti, aveva dichiarato il default, ovvero l’impossibilità di onorare i debiti contratti con gli altri Paesi. Nel 2017 lo stesso Putin ha annunciato che la Russia aveva estinto il proprio debito estero, compreso quello contratto ai tempi dell’Urss.

Altra storia: due mesi dopo essere diventato primo ministro, Putin dovette confrontarsi con l’invasione del Daghestan da parte delle milizie islamiste uscite dalla Cecenia e con l’incubo della disonorevole pace firmata da Mosca nel 1996, alla fine della prima guerra. Certo, per noi è facile provare disgusto per quella campagna militare crudele e senza scrupoli. Ma alla luce di quanto è successo in Siria e in Iraq, o di quanto succede nel Sinai e in Libia, ci sentiamo davvero di giudicare assurdi i timori della Russia di allora, che vedeva nell’islamismo caucasico un progetto di disgregazione territoriale dello Stato?

Solo un paio di esempi per raccontare che Putin ha dato ai russi ciò che loro più chiedevano dopo i “torbidi” del 1982-1999: stabilità, ordine, gerarchia. Se volete, anche prevedibilità e noia. È facile, per noi, fare ironia sui treni che arrivavano in orario quando c’era lui. Ma se ad arrivare puntuali, dopo anni di stenti, sono i salari degli operai e dei dipendenti pubblici, le pensioni e gli stipendi dei militari, il discorso cambia non di poco. Soprattutto in un Paese in cui la piccola e media borghesia delle arti e dei mestieri è meno diffusa che da noi.

Stabilità, ordine e gerarchia che hanno poi permesso al Cremlino di condurre un’altra operazione graditissima ai russi: ricostruire l’orgoglio nazionale riportando la Russia al centro del dibattito politico internazionale. Non più zimbella di tutti, accattona che andava chiedendo prestiti portando sulle spalle l’onta di un fallimento storico, ma nazione potente e combattiva. Con il vantaggio, per Putin, di innestare un meccanismo infernale dal nostro punto di vista ma assai virtuoso per il suo rating. Quella “nuova Russia” (in realtà mai così “antica”) dà molto fastidio all’Occidente e ogni nostro segnale di fastidio si trasforma in un sorriso di trionfo per i russi, che detestano essere guardati dall’alto in basso e quindi premiano chi, nel nostro caso Putin, dall’alto in basso non si fa guardare da nessuno.

Sono queste le ragioni per cui Putin raccoglie in patria un largo consenso. Possiamo anche fregarcene e contare sulla potenza economica, politica e militare, che certo non ci mancano. Ma ce ne sono stati altri, in passato, che ragionavano così e hanno raccolto solo grane. Con la Russia è sempre meglio provare a capire prima. Dopo è spesso tardi.

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