Birmania: il dramma dei rohingya

di Stefano Vecchia

Otto mesi fa, la svolta verso quello che per molti è stata la “soluzione finale” alla presenza in territorio birmano di una minoranza non solo esclusa, ma addirittura disconosciuta. Dal 25 agosto 2017, sono stati 800mila i musulmani di etnia rohingya a essere costretti a lasciare lo Stato occidentale birmano di Rakhine (Arakan), dove storicamente sono concentrati, verso il confinante Bangladesh. Un esodo le cui caratteristiche hanno fatto dire all’Onu che si è trattata della “crisi umanitaria più improvvisa della storia”, i rastrellamenti dei militari e paramilitari birmani, condotti non solo con metodo ma anche con una ferocia che ha espresso con pochi dubbi la volontà di procedere alla fase finale della “pulizia etnica” denunciata dall’Onu e da altri che ha avuto un precedente nell’estate 2012 e si è riaccesa nell’autunno 2016, ma che ha radici profonde. Nella presunta “estraneità” religiosa, etnica e culturale di una popolazione per lingua e tradizioni prossima ai vicini bengalesi, presente sul territorio birmano attuale in parte come conseguenza del controllo coloniale britannico e che occupa aree insieme coinvolte nei progetti di sviluppo e nei piani di nuova occupazione governativi ma dove i militari hanno forti interessi propri. Una “diversità” sfruttata e amplificata dai nazionalisti e dall’estremismo religioso in una popolazione di 56 milioni al 90 per cento buddhista, anche per incentivare instabilità sociale e politica di cui molti si avvantaggiano. La fede islamica dei rohingya, poi, con le aree di ribellione anche armata al suo interno e legami incerti con il jihadismo internazionale ha facilitato il processo di esclusione che i birmani approvano in grande maggioranza e che pone anche il loro debole governo civile davanti a scelte scomode.

In Bangladesh, i profughi si sono uniti a altri 300-400mila rifugiati accolti da tempo, sebbene costretti in maggioranza in condizioni esistenziali assai difficili. Il dato complessivo, come pure i 500mila rohingya ospitati in Arabia Saudita e gli altri 200-300mila in vari paesi, asiatici e no, ha ridotto a non più di mezzo milione i superstiti sul suolo birmano dove è sempre stata loro negata la condizione di etnia autoctona a fianco delle decine di altre che formano un mosaico di tradizioni su cui i birmani (Bamar) emergono con quasi il 70 per cento. Di conseguenza la cittadinanza e ogni diritto, se non quello della sopravvivenza sotto tutela internazionale viene costantemente erosa e minacciata dai vicini buddhisti e dai nazionalisti, ma anche dai concreti interessi dei militari e dei gruppi religiosi e economici a essi associati anche dopo la fine ufficiale della dittatura nel 2011, e due anni fa la cessione formale del potere a un governo civile abilitato dalla Costituzione a liberarsi di una pesante tutela delle forze armate.

Non si sa, se non con terribile approssimazione, quante siano state le vittime, in molti casi seppellite in fosse comuni o bruciate nel rogo di intere comunità. Quello che invece si sa per le innumerevoli testimonianze dei sopravvissuti è che la violenza non ha risparmiato nessuno, con un accanimento particolare su donne e bambini. Una ferocia che ha come scopo di convincere i rohingya a accettare una soluzione che non sia quella del rientro oppure, nel caso di un ritorno in terra bimana, di accettare una sostanziale segregazione in campi e la perdita di abitazioni, beni e mezzi di sostentamento.

I militari hanno negato e accusato non solo i militanti musulmani armati del Arakan rohingya salvation army (Esercito per la salvezza dei rohingya dell’Arakan) di essere all’origine della crisi con gli attacchi coordinati contro diversi posti di polizia confinaria con otto morti ma anche di essere responsabili di molti degli atti attribuiti ai soldati, inclusi i roghi che hanno devastato numerose comuntià rohingya. Negli ultimi mesi con una motivazione ulteriore: la cancellazione delle prove di eccidi perpetrati dagli uomini in divisa in modo indiscriminato.

In questa situazione, è difficile anche solo immaginare un ritorno quando, come ha comunicato Mainuddin Khan, il capo della polizia della città bengalese di Teknaf prossima al confine, “gli ultimi arrivati descrivono un’insicurezza permanente, minacce e pressioni persino dentro casa, torture, villaggi ormai abbandonati”.

È in stallo il piano di rientro in Myanmar, approvato a novembre e che si sarebbe dovuto avviare il 20 febbraio per completarsi entro un biennio. Sono almeno 80mila i rohingya entrati in Bangladesh alla firma dell’accordo per il rimpatrio il 23 novembre: un segnale chiaro che le condizioni per il ritorno sono ben lontane da concretizzarsi.

Oltreconfine, dove il governo ha allestito alcuni campi per ospitare i rohingya che dovessero rientrare, l’assistenza umanitaria resta limitata. Solo le agenzie Onu e la Croce rossa possono operare tra i 400mila musulmani di questa etnia rimasti nel Rakhine nonostante i ripetuti appelli alle autorità ad aprire gli aiuti oltre le strette necessità alimentari.

Dall’avvio della nuova crisi nel Rakhine, il mondo ha guardato a Aung San Suu Kyi, eroina del lungo braccio di ferro del movimento democratico e nonviolento con il regime militare dal 1989 al 2010, premio Nobel per la Pace per quell’impegno e oggi con un ruolo-guida nell’esecutivo civile costretto a condividere il controllo del Paese con un apparato militare che ha diritto di veto su ogni sua decisione. Attonita, la comunità internazionale ha dovuto constatare il voltafaccia della premio Nobel per la Pace, arrivata al punto di negare a se stessa, al Paese e persino al Papa in visita lo scorso novembre l’utilizzo del termine “rohingya”. Sposando all’apparenza le tesi dei nazionalisti buddhisti che si tratti di immigrati illegali dal Bangladesh e quindi senza diritto alla cittadinanza, alla sicurezza e alla dignità chiesti per loro dalla comunità internazionale e dalla Chiesa.

Sconcertante il silenzio della statista, consigliere di Stato e ministro degli Esteri, a cui molti, per ultime il 27 febbraio tre illustri “colleghe” di Nobel (la yemenita Tawakkol Karman, l’iraniana Shirin Ebadi e l’irlandese Mairead Maguire, in visita ai profughi) hanno chiesto di intervenire apertamente contro i massacri e la persecuzione oppure di rinunciare al riconoscimento prestigioso e prepararsi a affrontare un giudizio internazionale per genocidio, insieme ai generali che essa stessa ha combattuto fino a pochi anni fa e che oggi non contrasta.

Interessante come la stessa Aung San Suu Kyi, figlia del “padre della patria birmano” Aung San, attivista comunista, poi esponente nazionalista collaborazionista con le autorità militari giapponesi in funzione anti-britannica durante il conflitto mondiale e ucciso da una congiura militare nel luglio 1947, stia dimostrando che la democrazia nel suo paese, sottoposto per oltre mezzo secolo a una dittatura feroce debba essere “con caratteristiche birmane”. Ovvero ignorare gli standard internazionali e scavalcare chi birmano non è per nascita. Il processo di riconciliazione su cui lei stessa sembra avere puntato per restituire una qualche base al futuro sviluppo di una nazione ricca di potenzialità finora negate dall’incertezza e dalla violenza, resta al palo nonostante impegni e incontri tra governo, minoranze e militari. Bloccato dal sospetto delle etnie e da interessi che ignorano la popolazione nel suo complesso.

Pochi ignorano, infatti, che alla radice del persistente conflitto tra forze armate birmane e militanza etnica di varia consistenza sta il mancato riconoscimento della cittadinanza di molti gruppi. E non è un mistero che i militari, che hanno nel tempo avuto ampi interessi sulle risorse e sulle popolazioni “marginali”, in particolare ai confini settentrionali e orientali, hanno in queste aree interessi talmente consistenti da superare le esigenze di pacificazione e condivisione propagandate dal governo civile, le pressioni internazionali e la ribellione arma ta. Interessi sulle risorse naturali, sui traffici e sugli investimenti mai venuti meno. Non a caso, tra i ministeri che la Costituzione scritta dal regime e approvata con un referendum guidato nella devastazione del tifone Nargis nel maggio di dieci anni fa assegna “di diritto” ai militari vi è quello delle Frontiere, insieme lucroso e strategicamente determinante. India, Cina, Thailandia e altri partner hanno nei generali un interlocutore più utile del governo di Naypyidaw per concretizzare i loro interessi sulle risorse, sulle infrastrutture e sulla manodopera birmane, mentre gli investimenti occidentali restano al palo rispetto alle potenzialità evidenziate all’avvio della stentata democrazia del Myanmar.

Le prospettive sono sicuramente poco confortanti e nemmeno l’arrivo alla presidenza, a marzo, di Win Myint, fedelissimo alleato di Suu Kyi, sembra avere cambiato l’atteggiamento ufficiale mentre nel Rakhine i comandi militari birmani continuano a ribadire che la loro azione vuole solo garantire la sicurezza della popolazione e dei fuggiaschi e che le notizie di uccisioni sommarie, torture, stupri, sepolture di massa e roghi sono solo propaganda dei ribelli musulmani, parte di una strategia per screditare il paese. Ma chi ancora arriva nei campi in Bangladesh racconta di interi villaggi abbandonati dagli abitanti che vengono spianati dalle ruspe e presidiati dai blindati a indicare che ai profughi sarà esclusa ogni possibilità di rivendicare un passato e che le vittime saranno per sempre negate alla pietà dei congiunti.

La condizione dei rohingya è quindi sospesa. I loro leader non vogliono il ritorno in una terra ostile dove sarebbero, nella migliore delle ipotesi, segregati; le Nazioni Unite spingono per il rimpatrio volontario ma il governo birmano rifiuta ogni riconoscimento legale. Infine, il governo bengalese – che teme le conseguenze di una convivenza prolungata dei rohingya con la popolazione locale per la pressione su terre e risorse limitate, per l’aumento accelerato dei prezzi, per lo sfruttamento criminale che già si fa strada e per la possibilità di infiltrazioni jihadiste – spinge per l’uscita e, mentre apre le porte al rientro di 100mila profughi riconoscendone identità e condizione, sta predisponendo l’accoglienza sull’isola di Bhasan Char, nel delta del Meghna, individuata come possibile soluzione semi-permanente per altri 100mila.

Ormai i profughi guardano con apprensione all’avvicinarsi della stagione monsonica che potrebbe portare non solo immensi disagi a una popolazione assiepata in rifugi provvisori in aree collinari, disboscate massicciamente e aperte all’azione violenta di acqua e fango. Il governo di Dacca e le molte organizzazioni presenti nei campi vanno rafforzando le strutture di accoglienza e non solo in vista delle piogge imminenti. Il timore degli operatori umanitari, a cominciare da Medici senza frontiere che ha lanciato l’allarme, è per il diffondersi di malattie già presenti, come dissenteria e gastroenterite, ma anche e soprattutto il colera.

Quella delle piogge è una minaccia che nessuno sottovaluta, date le condizioni già al limite sul piano dei rifugi e dei servizi sulle colline un tempo ricoperte da foreste e ora desertificate dalla massiccia presenza umana nella regione di Cox’s Bazar limitrofa al confine che sono diventate la nuova patria per i rohingya ma che altri nel povero e sovraffollato Bangladesh da tempo reclamano.

L’arrivo del monsone porterà precipitazioni torrenziali e fango in una regione critica per collocazione geografica e per questo le autorità locali stanno cercando di alleggerire la pressione umana avviando l’esodo dall’area. Si temono in particolare il blocco delle vie d’accesso ai campi e una maggiore incidenza di malattie come diarrea o epatite. Spaventa soprattutto il colera, che ha già fatto capolino a più riprese tra le folte comunità di profughi.

A lanciare l’allarme è stato Medici senza frontiere, il cui coordinatore di progetto a Cox’s Bazar conferma come “l’elevata densità abitativa e la precarietà delle condizioni igieniche mettono i rohingya a rischio di un’emergenza sanitaria. Le nostre squadre mediche trattano quotidianamente infezioni del tratto respiratorio e malattie gastrointestinali, ma anche infezioni o malattie croniche che non sono mai state curate correttamente”. “A breve distanza – ricorda Andrea Ciocca – sono già scoppiate due epidemie: una di morbillo e una, inaspettata, di difterite. Questo conferma che i rohingya in Myanmar avevano già prima della fuga un ridottissimo accesso alle cure mediche di base, incluse le vaccinazioni. Ci sono poi gli esiti, sia medici che psicologici, delle ferite e degli stupri”, che restituiscono per il nostro operatore umanitario “un quadro di aggressioni sistematiche e particolarmente brutali”. “È evidente che siamo di fronte a un’emergenza umanitaria destinata a generare sofferenza per lungo tempo”, conclude Ciocca. Intanto, si fanno strada anche i timori per i bambini, oltre 340mila tra i quali a decine sono sono già caduti nella rete dei trafficanti mentre a migliaia sono utilizzati nella manifatture o nella pesca locali, spesso in cambio della pura sussistenza, ma tolti alle famiglie che non possono garantire loro alcunché. Una casistica evidenziata anche da Save the children, che denuncia una situazione che aggiunge tanti rischi e traumi a quelli subiti durante la fuga.

È in stallo intanto il piano di rientro in Myanmar, approvato a novembre e che si sarebbe dovuto avviare il 20 febbraio per completarsi entro un biennio. Sono almeno 80mila i rohingya entrati in Bangladesh alla firma dell’accordo per il rimpatrio il 23 novembre: un segnale chiaro che le condizioni per il ritorno sono ben lontane da concretizzarsi.

Oltreconfine, dove il governo ha allestito alcuni campi per ospitare i rohingya che dovessero rientrare, l’assistenza umanitaria resta limitata. Solo agenzie Onu come il Programma alimentare mondiale (Pam) e la Croce rossa possono operare tra i 400mila musulmani di questa etnia rimasti nel Rakhine nonostante i ripetuti appelli alle autorità ad aprire agli aiuti oltre la stretta sopravvivenza.

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