A Cuba, dopo i Castro

di Lucia Capuzzi

Il 19 aprile, si è conclusa formalmente l’era Castro. Quel giorno, i 605 deputati dell’Assemblea nazionale cubana – appena designati alle elezioni non competitive dell’11 marzo ­– hanno scelto i 31 componenti del Consiglio di Stato, tra cui il presidente di quest’ultimo, nonché presidente della Repubblica. Per la prima volta da mezzo secolo, il designato non è un Castro. Raúl – che dal 2008 ha sostituito ufficialmente il fratello Fidel nell’incarico –, 81 anni, ha deciso di non ripresentare la propria candidatura. Anche per lui – ha detto – vale la regola di un massimo di due mandati consecutivi decisa nel VI congresso del Partito comunista del 2011, su sua stessa proposta. L’unico figlio maschio, il colonnello Alejandro ­– figura cruciale nel riavvicinamento con gli Usa e a lungo indicato come il successore –, inoltre, non è un parlamentare e, pertanto, non poteva aspirare alla carica. L’altra figlia attiva in politica, Mariela, lei sì deputata, si era detta non disponibile.

Sarà questo cambio della guardia, programmato a tavolino dallo stesso leader (non più Máximo), a mettere fine all’egemonia del “cognome rivoluzionario” per antonomasia? O forse la stagione del castrismo è terminata nel 2006, quando il Comandante, ormai malato, ha passato il timone al fratello minore? O ancora prima, quando la crisi brutale del “periodo speciale”, successiva allo sgretolamento dell’Urss, ha sancito il divorzio tra la società allo stremo e il mito della Revolución? O solo dopo, quello storico 25 novembre 2016, quando il Líder Máximo s’è spento a 90 anni, il giorno del 60esimo anniversario della partenza dal Messico del Granma, con 86 uomini a bordo decisi a iniziare la Rivoluzione contro il dittatore Fulgencio Batista? O, forse, l’epilogo è ancora lontano, dato che Raúl continuerà a guidare, fino al 2021, le redini del partito, organismo quest’ultimo superiore allo Stato in base alla Costituzione del 1976? Sul successore, dunque, l’attuale vice Miguel Díaz-Canel, aleggerà l’ingombrante ombra del Castro minore. Quali margini di autonomia gli saranno concessi?

Sono molti gli interrogativi che accompagnano la “transizione”, vera o presunta, in atto. Un dato, però, è certo: è in corso perlomeno il primo ricambio generazionale al vertice del socialismo tropicale. Il che, come Samuel Huntington ha sottolineato, implicherà necessariamente dei sommovimenti interni. Il nuovo arrivato, chiunque sia, non ha la legittimità tradizionale di cui hanno goduto finora i Castro. Dovrà, pertanto, costruirsi un proprio autonomo consenso. Muovendosi in bilico tra la vecchia guardia ­– abituata “al miele del potere”, secondo la celebre espressione fidelista, e restia a farsi da parte – e la generazione post-rivoluzionaria. E, dunque, – sottolinea l’analista Arturo López-Levy –, sarà costretto a trasformare la leadership carismatica in una sorta di dirigenza collettiva dentro il ristretto ma non troppo, club della nomenclatura. Uno stile che ha cominciato a emergere già nella “fase raulista”. Tale mutazione implicherà necessariamente una ridefinizione degli equilibri. Con possibili nuove ascese e rovinose cadute da parte di quanti erano più vicini ai Castro.

Se, come tutto indica, il nuovo presidente fosse proprio Díaz-Canel si avrebbe, inoltre, un ulteriore “strappo”: il potere sarà consegnato a un civile. L’autorità dei Castro si è forgiata nella lotta rivoluzionaria al regime di Batista. Fidel era prima di tutto un guerrigliero, come la sua divisa verde-oliva, orgogliosamente ostentata, doveva ricordare. Raúl, addirittura, è stato per decenni il capo delle Forze armate, le potenti Far. Queste ultime giocano un ruolo chiave non solo nell’ambito della sicurezza. Tramite il consorzio Gaesa, esse gestiscono alcune delle principali aziende cubane, dal porto del Mariel alla catena turistica Gaviota. Finora l’identificazione tra Stato e caserme è stata totale. La divisione, ora, comporta per entrambi la necessità di costruire un canale di comunicazione – e negoziazione -, più o meno fluido.

C’è, tuttavia, un’ulteriore variabile da tenere in conto. I “giochi di palazzo” sono solo una parte della “partita politica” che si disputa a Cuba. Le riforme degli ultimi dieci anni per “attualizzare il modello”, come più volte ripetuto da Raúl, hanno, nel bene e nel male, modificato in modo irreversibile la società. Le nuove libertà, da quella di viaggiare all’estero senza la “tarjeta blanca” (l’autorizzazione governativa) all’accesso a Internet – per quanto distribuite con il contagocce – l’hanno resa maggiormente plurale. E anche diseguale, con un tasso di povertà intorno al 20 per cento, rispetto al 6,6 di trent’anni fa. Al contempo, i cittadini sono diventati più esigenti nei confronti dei dirigenti. Questi ultimi, dunque, dovranno in qualche modo adeguarsi, cercando perlomeno di rispondere alle domande più immediate di maggiore sviluppo e benessere economico.

Un ultimo fattore, infine, non va sottovalutato. Il ruolo che può svolgere il vecchio nemico ormai buon vicino “Yankee”. Gli Stati Uniti, del resto, sono stati sempre, spesso loro malgrado, co-protagonisti nelle evoluzioni cubane. L’embargo del 1961 e la successiva e maldestro invasione della Baia dei Porci sono state fondamentali nello spingere il nazionalista Fidel tra le braccia, spalancate, dell’Urss. Ci sono voluti 53 anni per mettere fine a un anacronistico “muro contro il muro”, sopravvissuto alla Guerra fredda. Tanto che quando, il 17 dicembre 2014, i presidenti Barack Obama e Castro hanno annunciato in contemporanea la “normalizzazione”, gli stessi analisti sono rimasti spiazzati. Da allora, s’è prodotto un lento processo di apertura reciproca, culminato nel viaggio nell’isola di Obama dal 20 al 22 marzo 2016. L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, da sempre ostile “all’accordo sconsiderato” del predecessore, ha impresso una brusca frenata al riavvicinamento. A partire dal divieto per le imprese americane di fare affari con le compagnie dell’isola controllate dalla citata Gaesa.

L’ultima giravolta è stato il rimpatrio dei diplomatici di stanza all’Avana. Gli stessi che erano tornati con la riapertura dell’ambasciata il 14 agosto 2015. Nella sede, ridotta a “posto”, dal 5 marzo scorso, ormai ci sono solo i funzionari indispensabili. Come ai vecchi tempi. La motivazione ufficiale del dipartimento di Stato sono “misteriosi attacchi acustici” subiti da 22 diplomatici e dai loro familiari tra la fine del 2016 e la metà del 2017. Del sabotaggio, non dimostrato scientificamente per il momento, non sono state accusate direttamente le autorità cubane. L’ormai ex capo della diplomazia statunitense Rex Tillerson, però, ci ha tenuto a precisare che queste non “sono state in grado di proteggere i cittadini Usa”. Al di là dell’episodio, il giallo degli “attacchi acustici” va, però, inquadrato nel clima di nuovo gelo. Il quale arriva con un tempismo notevole. Proprio in uno dei momenti decisivi della storia cubana – il ritiro della dinastia Castro – Washington sceglie di chiudersi a riccio. Ancora una volta.

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