Un’insolita intellettuale. Ricordo di Giacometta Limentani

di Luca Zevi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Nell’incontrare Giacometta Limentani si percepivano immediatamente due delle sue qualità più preziose: la leggerezza e l’accoglienza. Una leggerezza che metteva da parte, temporaneamente, le ragioni contingenti dell’incontro stesso, per lasciar trionfare la gioia del contatto fra due esseri umani. Un’accoglienza che si esprimeva nella creazione, da parte sua, di uno spazio specifico che quell’interlocutore – e nessun altro – avrebbe potuto occupare. Lo spazio si attivava allo scattare di una condivisione di idee, sentimenti, esperienze. Altrimenti svaniva, perché non c’era posto per rapporti non significativi. Parafrasando Benjamin, si potrebbe sostenere che per Giacometta ogni incontro – foss’anche l’ennesimo con lo stesso/a amico/a “… era la piccola porta da cui poteva entrare il Messia” (Walter Benjamin, Angelus novus, Einaudi 1976).

Questa modalità originale ha partorito rapporti affettivi e intellettuali numerosi e personalizzatissimi, che hanno accompagnato Giacometta fino alla recente conclusione della sua vita, immediatamente dopo il compimento dei novant’anni. C’è stato spazio per celebrarli, quei novant’anni, con un’affollata festa in casa di amici – nel corso della quale non si è risparmiata al canto e alla danza – e con due incontri, intellettuali ma anche musicali, alla Casa della Memoria e alla Casa delle Donne di Roma.

 

Trauma, silenzio, “ricostruzione”

La disponibilità e la serenità che emanavano da Giacometta non erano frutto di un’esistenza serena. Al contrario, scaturivano da un’esperienza dell’orrore fascista vissuta all’età di undici anni e non comunicata neppure ai genitori, per evitare di generare sensi di colpa nel padre, attivo nella resistenza romana e per questo oggetto a sua volta di maltrattamenti e torture.

Da quell’orrore, subìto in un’età nella quale il processo di elaborazione è ancora fragile, Giacometta saprà trarre, nel corso di un’esistenza viva e laboriosa, non quella che Tzvetan Todorov chiama una “memoria letterale” tendente alla “monumentalizzazione” della tragedia, ma una “memoria esemplare”, fondata su una lettura del passato mirata alla costruzione di un’umanità capace di superare – o quantomeno ridurre – le pulsioni all’intolleranza e alla sopraffazione da cui l’orrore stesso era scaturito (Tzvetan Todorov, Gli abusi della memoria, 1996). Dunque la trasformazione dell’ingiustizia subita – oltrechè nel rigetto e nella denuncia sistematica delle ingiustizie in atto – in un prototipo di esistenza collettiva fondata sull’ascolto, lo scambio e la condivisione, realizzato a partire dalla sua casa e dal suo immediato intorno.

Un percorso di elaborazione tutt’altro che lineare: all’indomani della fine della guerra Giacometta ha necessità di rimuovere quanto ha subito. Al pari degli ex-deportati, che nella maggior parte dei casi non parlano della loro esperienza traumatica per una quarantina d’anni; al pari dell’amico artista Fabio Mauri, che non ha subito direttamente alcun torto ma, alla vista di una foto di Auschwitz, infligge liberamente a se stesso la punizione terribile di cessare di vivere con il trascorrere ben sette anni della sua giovane esistenza in varie cliniche psichiatriche europee (un modo di affermare, in forma afasica, il rifiuto di quell’esistenza “normale” che, con la sua indifferenza verso la mostruosità, aveva reso possibile Auschwitz e dintorni); al pari dell’intera popolazione europea, che avviava un processo di ricostruzione accelerato incompatibile con il guardarsi indietro a riflettere su un passato ancora troppo incandescente. Dunque una difficoltà a raccontare da parte delle vittime, coniugata a un’insofferenza ad ascoltare da parte di chi verso i carnefici era stato complice o quantomeno acquiesciente.

Giacometta si lancia nel crogiuolo della Roma post-bellica con l’entusiasmo di un’adolescente incantata da una vita quotidiana che si svolge soprattutto nelle strade e nei bar, ma anche in case di amici la cui porta d’ingresso, a quel tempo, viene lasciata frequentemente aperta. E canta e balla e, per sbarcare il lunario, scrive romanzi rosa delle cui piccanti ma in fondo innocenti copertine, nel corso della festa dei novant’anni, fa dono civettuolo agli amici. E legge, e ascolta musica, e segue gli sviluppi dell’arte contemporanea della quale Roma, per l’ultima volta negli anni cinquanta e sessanta, è una delle capitali internazionali. Il tutto intrecciando amicizie, profondissime e spensierate con i protagonisti della vita culturale romana, a partire dal primo mattino con la mitica telefonata quotidiana – densa quanto ridanciana – con Angelo Maria Ripellino.

E, soprattutto, incontra Walter Cantatore, musicologo, a quel tempo direttore di un negozio-scrigno per i cultori della musica, che le svela tutti i risvolti delle sonorità di cui è ghiotta. Walter, esperto di arte contemporanea (dirige la mitica galleria Marlborough e poi la galleria Giulia), che la guida nei meandri delle vicende figurative contemporanee, anche attraverso la frequentazione edonistica dei principali protagonisti. Walter, figlio e nipote di artisti e artista egli stesso – la cartella che Giacometta ha predisposto e distribuito anno fa ne testimonia il talento – che accompagna con la sua attività creativa le notti di scrittura di Giacometta. Walter, sodale di idee-letture-progetti-passeggiate-viaggi-vacanze-angosce-depressioni. Walter, compagno di una vita alla ricerca di qualità, gentilezza, accoglienza.

 

Memoria in parole e musica

Il vivere con pienezza ed entusiasmo il presente consente a Giacometta, dopo oltre vent’anni dai fatti, di tornare a fare i conti con la violenza subita e con un’identità ebraica tanto vessata negli anni dell’infanzia: la rimozione, strumento di sopravvivenza all’indomani del trauma, si trasforma in amputazione quando cancella definitivamente la memoria.

In sintonia con Fabio Mauri che, dopo un tortuoso processo di identificazione della realtà dopo il baratro, con l’allestimento Ebrea (1971) torna pienamente sull’argomento che l’aveva schiantato – scavandolo anche al fine di farne uno strumento di formazione contro le intolleranze in corso – Giacometta inaugura l’attività di narratrice “seria”, ricostruendo la propria storia a partire dall’esperienza dell’orrore con In contumacia (1967) per continuare, con cadenza tutt’altro che accelerata, con Dentro la D (1992) e con La spirale della tigre (2003), raccolti successivamente nella Trilogia (2013). Queste narrazioni, come sottolinea Adriana Chemello, “non raccontano – pur selezionata e rivisitata dal punto di vista della scrivente – una vicenda biografica scomposta in tre registri narrativi. Raccontano piuttosto con un procedere a spirale tanti episodi, tanti eventi le cui estremità finiscono per toccarsi o meglio per incastrarsi, ma la cui collocazione sull’asse temporale non produce continuità e contiguità bensì una forma elicoidale, perché l’andamento è ondivago proprio come un flusso di memoria che procede discontinuo, per associazioni spesso chiastiche di idee, di situazioni e di personaggi” (AAVV, Il mosaico della memoria. Omaggio a Giacoma Limentani, Roma 2017, pag.22).

Un’autobiografia in parole che corre parallela a quell’autobiografia in musica custodita dalle “canzoni (francesi e inglesi) da cui si è sempre sentita cantata”, il cui intero repertorio, attraverso il sodalizio con il musicista ma soprattutto complice di gusti musicali Alfredo Messina, viene inciso in due cd nel 2008, destinando il ricavato delle vendite all’associazione Saving children, impegnata nell’assistenza ai bambini israeliani e palestinesi bisognosi di aiuto.

 

Tradizione come invenzione

Comincia così un percorso di studio, riflessione e narrazione sui testi della tradizione ebraica, con lunghi anni di studio al Collegio Rabbinico di Roma e in Israele.

Ne nascono affascinanti riscritture di racconti biblici come Gli uomini del Libro. Leggende ebraiche (1975), Il grande seduto (1979), la traduzione del libro di Nachman di Brezlav La principessa smarrita (1981), L’ombra allo specchio. Racconti (1988), Nachman racconta, Azione scenica in due atti (1993), nonché i due deliziosi volumetti Giona e il Leviatano (1998) e Regina o concubina. Ester (2001), illustrati da Francesco Pennisi.

Ne nascono i saggi poi raccolti in Scrivere dopo per scrivere prima. Riflessioni e scritti (1997), fondamentale per la comprensione del ruolo assegnato alla scrittura.

Ne nasce un’”attrazione fatale” per la chiave di lettura narrativa che offre il Midrash, illustrata in Il Midrash. Come i Maestri ebrei leggevano e vivevano la Bibbia (1996). Una chiave di lettura che, nel perseguimento di un’interpretazione originale e creativa da parte di ciascuno di noi, contrasta le tentazioni all’irrigidimento cui la “sacralità” del testo è inevitabilmente esposta.

Straordinario era in Giacometta lo sposalizio fra rigore, originalità e indipendenza. Uno sposalizio che l’ha resa figura-ponte fra mondi anche molto diversi, che ha sempre invitato a confrontarsi piuttosto che a combattersi, a comprendere le ragioni dell’altro piuttosto che ad “accontentarsi” delle proprie.

 

Fedeltà senza complicità

Emblematico a questo proposito il rapporto intensissimo con lo stato di Israele, vissuto non solo e non tanto come realizzazione di un sogno lungo due millenni di diaspora; non solo e non tanto come necessità di autodifesa di un popolo che dall’ostinata fiducia nella civiltà europea aveva appena ricavato sei milioni di vittime; non solo e non tanto come possibilità di misurarsi in tutti i campi della vita sociale e soprattutto in quelli che negli ultimi due millenni agli ebrei erano stati conculcati; ma soprattutto come vitalissimo crogiuolo delle molte “diversità” ebraiche.

Ebbene, neppure quel rapporto d’amore diviene mai incondizionato, né la difesa intransigente delle ragioni dell’esistenza dello stato di Israele si trasforma in complicità con le politiche di singoli governi pur democraticamente eletti: nel corso degli anni ottanta e novanta del secolo passato, quando la ricerca di un dialogo fra Israele e Palestina si confronta duramente con le tendenze al rifiuto nell’uno e nell’altro campo, Giacometta non esita a contrapporsi alle politiche annessionistiche dei territori conquistati con la Guerra dei sei giorni. In ciò attirando su di sé non pochi strali di coloro che ritengono compito prioritario degli ebrei della diaspora il sostegno “senza se e senza ma” – assai poco inscritto nella tradizione ebraica – a qualunque scelta delle classi dirigenti che si alternano al potere nello stato ebraico.

Una posizione scomoda, certamente, che non la induce a ricercare il consenso di una sinistra condizionata da una visione terzomondista della situazione mediorientale e, di conseguenza, incapace di riconoscere la necessità e la complessità della società israeliana. Al contrario, a tentare di “educare” questa sinistra schematica dedicherà molte energie, rendendosi disponibile a collaborare con i gruppi ebraici pacifisti soprattutto negli anni in cui sembrava praticabile una prospettiva di risoluzione del conflitto, prospettiva che oggi appare assai più difficilmente perseguibile.

Una posizione che spiega il riferimento ricorrente nelle sue opere alla figura di Giuseppe Flavio, leader carismatico della rivolta ebraica contro il dominio romano nel I secolo dell’era volgare, storico dell’ebraismo e della resistenza ebraica e, una volta presa coscienza dell’impossibilità di contrapporsi ai Romani sul piano militare, strenuo propugnatore di una trattativa. Una trattativa mirata alla salvaguardia dell’autonomia culturale del popolo ebraico, pur prendendo atto, pena la sopravvivenza, dell’inevitabile egemonia di Roma sull’intera area del Mediterraneo. Di Giuseppe Flavio Giacometta non nascondeva i risvolti opportunistici e cortigiani, a lei del tutto estranei, ma al tempo stesso ne sottolineava la capacità di allontanarsi da una posizione “dura e pura” nel momento in cui questa rischiava di condurre, come poi effettivamente avvenne, alla cancellazione dell’indipendenza nazionale ebraica per ben due millenni.

 

Insegnamento come disvelamento

Singolarmente, la pratica dell’insegnamento di Giacometta – le famose lezioni nella sua casa romana – nascono proprio per soddisfare un’esigenza maturata all’interno del “movimento” di dissidenza del 1982.

Alcuni dei firmatari dell’appello contro l’invasione del Libano, infatti, provenivano da famiglie in parte o in tutto ebraiche, ma erano completamente estranei alla realtà comunitaria e, fino ad allora, disinteressati alla cultura ebraica. Si erano schierati in quell’occasione perché avvertivano una qualche forma di appartenenza al mondo ebraico, che risultò fortemente stimolata dalla presenza della pluralità di posizioni che si confrontavano e scontravano drammaticamente in quel periodo. Ne derivò una domanda nuova di conoscenza della cultura ebraica cui le istituzioni ebraiche, fortemente impegnate sul fronte “interno”, non erano preparate a rispondere.

Chi avrebbe potuto andare loro incontro con conoscenza appropriata della tradizione ebraica e, contemporaneamente, capacità di dialogare con persone che con tale tradizione prendevano contatto per la prima volta? L’opzione Giacometta si presentò, oltrechè la migliore, l’unica “sul mercato”.

Attraverso questo strano percorso nacque il primo corso di Giacometta, che naturalmente si svincolò subito dall’origine “politica” per dare vita a quello straordinario laboratorio di trasmissione e di elaborazione che si sarebbe sviluppato, trasformandosi, per quasi quarant’anni – interrotto soltanto dalla sua recente, dolorosa scomparsa – e che ha segnato in maniera così importante la vita di tante persone appartenenti a più generazioni.

Mentre i testi e i canti di Giacometta, fortunatamente, si possono e si potranno leggere e ascoltare, l’atmosfera di quelle riunioni è consegnata alle testimonianze di quanti hanno avuto la fortuna di parteciparvi, ciascuna delle quali sa mettere in luce declinazioni diverse di quell’unica avventura.

Di specialissimo, e molto ebraico, c’era la compresenza di una forte dimensione corale che, lungi dall’appiattire le differenze (spesso enormi) fra i singoli, esaltava le originalità individuali, che andavano poi sovente sviluppandosi nel corso della settimana in colloqui con Giacometta, vis a vis o telefonici.

Tutte le tessere del mosaico si ricomponevano nelle riunioni allargate di inizio e fine corsi che, su una splendida terrazza traboccante leccornie e buoni vini, vedevano confrontarsi su un tema specifico le diverse “generazioni” di allievi con la consueta, “lievissima profondità” appresa dalla Maestra. Le diverse generazioni, le diverse fedi e le diverse culture visto che, nel corso del tempo, agli ebrei “di ritorno” si sono uniti – o alternati – molti ebrei “doc” e, soprattutto, molti non ebrei sinceramente interessati a conoscere la cultura ebraica.

 

Pluralismo come sinfonia delle diversità

Una cultura ebraica che Giacometta offriva quale contributo particolare e specifico al sapere e al sentire umano, sottolineandone in particolare la tendenza alla creatività individuale e al confronto orizzontale (con i contemporanei) e verticale (con quanto è stato prodotto nel passato), in un percorso continuo di andata e ritorno dalla tradizione scritta a quella orale. Un’offerta completamente scevra da qualsivoglia tendenza al sincretismo: memore del sangue versato dalle campagne di evangelizzazione e dalle ideologie totalizzanti, Giacometta credeva fermamente nella necessità dell’approfondimento di ciascuna religione e cultura, cercando di farne emergere le tendenze al dialogo piuttosto che alla concorrenza e alla sopraffazione; su quella base, e solo su quella, si può sviluppare un confronto fra pari – lungi da lei propugnare qualsivoglia “superiorità” dell’ebraismo – in assenza del quale la strada per l’intolleranza è ben spianata.

A quel confronto – da cui emergevano incontri “fatali” ma anche contrasti inquietanti – Giacometta ha dedicato davvero tante energie, soprattutto attraverso l’impegno sistematico nell’Associazione per l’amicizia ebraico-cristiana, a fianco di Lea Sestieri, e una presenza assidua nelle scuole italiane volta a conquistare i giovani a un approccio autenticamente pluralistico alla cultura e alla società.

 

 

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