“Avevo vent’anni…” Paul Nizan e i giovani d’oggi

di Sara Honegger

illustrazione di Paolo Bacilieri

Forse questa lettura avrebbe dovuto farla un ventenne, un coetaneo di quel Paul Nizan (1905-1940) che si recò a Aden nel 1926 e ne tornò pronto a scrivere un pamphlet rigurgitante rabbia. Perché, andando avanti con gli anni, ai più capita di perderla, quella rabbia; e il grido di odio che chiude questo piccolo libro rischia di infrangersi contro il disincanto, che avvolge tiepido e lattiginoso come certe nebbie di tarda estate. Dico ventenne pensando a qualcuno colmo di quell’ansia di vocazione che tanto caratterizza la giovinezza, quando, ancora capaci di rifiutarsi di ridurre tutto alla modesta scala di un’inquietudine privata, si cerca qualcosa di assoluto che dia la forza di rivoltare il mondo. Molti lamentano che ventenni così oggi non ne esistano quasi più – da troppi anni, fin dalla facile infanzia, ci vanno addestrando a una docile schiavitù. Di certo, non risultano molti libri agguerriti come questo, capaci di leggere la realtà grazie a un’analisi spietata della propria classe socio-culturale.

Nizan ha ventun anni quando s’imbarca per raggiungere Aden. Viene da studi di eccellenza, a partire dal prestigioso liceo Enrico IV, dove insegnava, fra gli altri, il filosofo Alain, maestro anche di Simone Weil. Difficile sapere se avesse già chiaro che la sua avrebbe potuto essere una delle possibili fughe – l’altra, il suicidio – da una situazione di privilegio intellettuale e di rifiuto del mondo. Quel che sappiamo è che proprio in quella città serrata fra il mare e le rocce vulcaniche, dove il tanto mitizzato Oriente si mescola all’Impero britannico, l’Europa si fa via via più nitida e quel che c’era da capire viene capito e scritto. Nasce così Aden Arabia. Pubblicato una prima volta nel 1931, riproposto in pieno boom economico da Sartre, suo compagno di studi all’École Normale, il libro è stato pubblicato varie volte anche in Italia, sempre suscitando fastidio e polemiche. Ora lo si può ri-leggere nella Universale dei poveri delle Edizioni dell’asino, con la traduzione originale di Daria Menicanti: lo scritto di un giovane per i giovani, lapidario e irritante nel chiudere, una dopo l’altra, le porte per non andare in nessun luogo, a partire dal viaggio. Se gli altri continenti fornivano una parte dei mondi immaginari che gli uomini s’inventano di notte per dimenticare la severità del proprio purgatorio e abbellire d’illusione la propria miseria e la propria oppressione, la realtà è infatti una terra messa sotto torchio, dove i paradisi sono imprese commerciali di cobalto e caucciù, gli indigeni selvaggi clienti o schiavi. Aden, insomma, è un concentrato di Europa. Con la differenza, di non poco conto, che ad Aden non ci sono i fronzoli di secoli di civiltà che tanto ottundono e permettono di non vedere: la protervia (coloniale, ma non solo, dell’uomo è uguale dappertutto) si palesa per quel che è; la forza si manifesta senza intermediari; l’oppressione è evidente: l’Europa è un ceppo che ha lasciato cadere un po’ dappertutto delle radici aeree, come un fico bengalese: prima di tutto, attacchiamo il ceppo. Tutti muoiono all’ombra delle sue foglie.

L’affresco di questo Occidente alla ricerca di un Altrove in cui pro-sperare è assai vicino alle teorie sull’accumulazione del capitale che giusto una quindicina di anni prima Rosa Luxembourg aveva dato alle stampe, senza fare vera scuola. Come sia andata poi lo sappiamo tutti: di praterie da conquistare non ne esistono più e a tener su la finanza globale, sempre più oligarchica, rimangono l’assalto alle ultime risorse, le guerre, lo sgretolamento ineluttabile dei diritti. Che mai ci potrebbe dire un ventenne? E cosa mai possiamo dire noi che, a diverso titolo e pur nelle abissali differenze di responsabilità, a questo mondo abbiamo contribuito?

Paul Nizan è stato un autore controverso e solitamente poco amato proprio da quel partito comunista al quale aveva scelto di appartenere e dal quale si distaccò poco prima di morire. A distanza di così tanti anni dalla sua morte, le sue parole suonano ancora irritanti e facilmente le si può gettare alle ortiche, magari siglandole come obsolete, appartenenti a un mondo che non esiste più – il mondo della produzione, delle fabbriche, delle miniere di carbone, delle rapine coloniali, del fascino dell’Oriente, dei fascismi. Peraltro, la vita non è stata clemente con questo ragazzo cresciuto fra i disastri della prima guerra mondiale, divenuto uomo mentre l’Europa si preparava al disastro, morto a trentacinque anni a Dunkerque (1940), nel pieno della seconda. Come dire: il peggio concentrato in una manciata di anni, cui non ha voluto fare alcuno sconto, non ha voluto mettere alcun velo. Non solo le guerre, ovviamente; ma tutto ciò che le ha preparate, elogiate, cantate. A partire dagli intellettuali, dai professori d’Università, cui dirige accuse durissime. Ma quel d’importante che ci arriva dalla sua voce lontana è che di sconti e veli, invece, oggi come ieri, i più, noi, continuiamo a farne parecchi. C’è la cultura, questa merce che pare costruita apposta per renderci difficile dividere il bene dal male, il nero dal bianco – roba da estremisti, certo, ma alla fin fine sappiamo tutti che lì si annida la possibilità del vero. Ci sono le infanzie, i glicini che non preparano e tantomeno proteggono dall’arrivo dei disastri. Ci sono le scuole, l’École Normale che sforna l’élite. Ci sono gli Altrove, oggi rinchiusi nei pacchetti viaggio e nelle finte avventure su isole assediate di telecamere. C’è la retorica che nasconde il fastidio per chi osa dire le cose come stanno. E c’è l’evasione, questa cosa ormai così grande, così prepotente, che la voce di Nizan pare quasi profetica: “…Ci vogliono far credere che è il periodo della ‘crescita’, ma noi sappiamo che non ci sono motivi per cui questa vita finisca, dal momento che tutti quanti vivono come noi, roteando al pari dei pipistrelli. E siccome ignoriamo di avere dei compagni di rivolta in fondo alle campagne e agli alberghi immobiliari di Billancourt, non pensiamo che a fuggire. Quelli restano là, più duramente schiavi, perché la loro servitù è anche fisica, stanchezza delle reni, mancanza di carne e d’aria. Ma noi, dal fondo della nostra borghesia, come potremmo indovinare che le radici della nostra paura e della nostra schiavitù si trovano nelle officine, nelle banche, nelle caserme, nei commissariati di polizia, in tutto ciò che è paese straniero? Ciascuno vuole assicurarsi la propria evasione con mezzi propri”.

Questo il linguaggio. Questo lo stile di un libello di un giovane che parla ai giovani, mettendo al centro l’ira per la specie cui si deve l’espansione della politica giustamente definita imperialista: l’homo oeconomicus. E certo si fa fatica a dargli torto, quando da anni ad affannarsi per appartenere a questa specie non sono ormai solo i piccoli e grandi borghesi, primo bersaglio di Nizan, ma tutti, ugualmente contenti della propria economia del profitto supplementare, ugualmente beoti come gli schiavi in ozio, pronti a divertirsi e a bere in combriccola.

Difficile non ritrovarsi in queste parole e, di converso, non sentire subito la sirena suggerire: beh, e che male c’è? Banale forse aggiungere che il divertimento è sempre più per pochissimi (a conferma, basta dare un’occhiata al rapporto annuale sulla ricchezza emanato da Credit Swisse, www.credit-suisse.com/gwr, un vero schiaffo alla crescente miseria). Eppure, forse perché di figli ne ho avuti e han da poco superato l’età che Nizan riteneva orribile, forse perché appartengo alla classe che avrebbe voluto annientare, fatico a far mio il suo odio. Tanto mi pare quello già in circolazione, seppur così malamente indirizzato. Fatico ad accettare che da qualche parte non stiano lievitando altre possibilità. E fatico ad accettare che La grande cecità (Neri Pozza 2017, cfr. “Asini” 45/2017) di cui ci parla Amitav Ghosh, e che Nizan aveva ben intravisto, non possa essere squarciata da coloro che su questa rivista vengono spesso chiamati uomini e donne di buona volontà. Soprattutto se ventenni consapevoli come il giovane Nizan. Da questo punto di vista, nonostante sia passato ormai quasi un secolo da quel viaggio sulle rive dello Yemen, molto si può trovare fra queste pagine che aiuti a mantenere gli occhi aperti e ad agire di conseguenza. Se è vero che qualcosa di quel mondo non esiste più, è altrettanto vero che i semi là gettati si sono ben radicati e che per districarsi dal fitto delle radici aeree sarebbe opportuno ripescare categorie interpretative buttate vie insieme alle ideologie. Fra queste, quella di classe sociale è forse la più urgente da rimettere a fuoco. Essere consapevoli del “posto” che si occupa nel mondo è ciò che potrebbe aiutare a costruire consapevolezza e alleanze oggi ostacolate dal gioco di illusioni in cui siamo immersi. Non la solita, benedetta soggettività; non i gruppi; non la categoria professionale; non l’identità culturale, l’etnia o, addirittura, la razza. Parlo del proprio “posto economico”, che nessun gioco di specchi riesce alla fine a dissimulare per davvero. Certo, ce lo stiamo dicendo fra di noi, nell’illusione che come minoranza…. Eppure.

 

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