Un paese finito? Considerazioni post-elettorali

di Gianfranco Bettin

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A un certo punto, questa storica campagna elettorale 2018 ha finito per assomigliare all’universo pubblicitario descritto da Walter Siti nel suo recente pamphlet Pagare o non pagare (nottetempo), in cui “c’è qualcuno che tutti i giorni, per ore e ore, grida all’italiano medio: ‘Compra, compra, compra!’. Non specifica quasi mai i prezzi di ciò che vende, e se li dice li presenta come ‘offerte’ irrecusabili; i prodotti sono sempre meravigliosi, senza difetti, cambiano in meglio la vita e solo uno stupido potrebbe farne a meno; la voce di questo qualcuno è sicuramente menzognera, tutti lo intuiscono eppure lui non smette di parlare”.

Per tutta la campagna, non ha smesso. In realtà, aveva preso la rincorsa da molto prima. Promesse e impegni come piovesse, illusionismi contabili ed effetti speciali politico-economici hanno invaso da tempo il dibattito pubblico, e invano i cronisti e gli addetti ai lavori più seri hanno tentato qualche fact-checking riequilibrante. “Lui” (il “lui” collettivo della propaganda) non smetteva di parlare in quel modo, un po’ Omino di Burro e un po’ Lucignolo, esattamente come ha insegnato Silvio Berlusconi reinventando, nel 1994, la comunicazione politica sul modello delle sue spudorate e invadenti crociate televisive (politiche e/o commerciali).

La campagna elettorale 2018 è stata dominata da parole d’ordine insieme concretissime e vaporose. Reddito di cittadinanza, flat tax, rimpatri di massa, libertà di sparare per legittima difesa, milioni di posti di lavoro. Nessuna ideologia, nessuna visione. Roba pratica. Concrete vaporose promesse, appunto, dove il carattere di ossimoro dell’impegno preso appariva non una contraddizione che svelava la truffa bensì il ponte retorico tra il dire e il fare (non viceversa, cioè un percorso tra l’impegno declamato e il suo approdo velleitario bensì l’espediente per farlo apparire praticabile). Orfani di fedi, speranze e ideologie, gli elettori hanno volentieri accettato di credere a tale fiera delle promesse e, appunto, come il consumatore di Siti hanno comprato, comprato, comprato. Da qualcuno meno e da altri più, ma lo spazio per scelte ragionevoli ancorché nette, perfino radicali, è stato davvero minimo. Per un difetto di offerta, sicuramente. Salvo qualche candidato (peraltro poi raramente premiato dal voto, anche perché spesso collocato in posizioni impervie, un nome valoroso per tutti: Giulio Marcon) o qualche lista minore – ma senza forza adeguata, senza spessore né visione – tranne queste eccezioni, l’offerta dominante, in ogni campo, non era che un mix tra demagogia e illusionismo.

Era, però, proprio quello che in fondo cercavano molti elettori. Distrutte le ideologie, cadute le identità e le appartenenze, sfibrate le comunità politiche residue, visti all’opera i primi uomini nuovi (e anche certe donne) della politica succeduta a tutto questo, come nutrire la propria fame politica, ideale, esistenziale, e come dare concrete risposte al presente impoverito, stravolto, spiazzato dalla crisi, dalla crisi globale e onnipervasiva come da quella che prendeva terra accanto a te, nel tuo rione, nella tua fabbrica o scuola o ufficio, nella tua esistenza concreta e in quella interiore? Come cercare una risposta, una speranza, nella contingenza elettorale?

Le elezioni politiche generali sono l’evento che manifesta pulsioni, suggestioni, idee, atteggiamenti a lungo coltivati o lasciati crescere bradi e che poi si materializzano in una croce su una scheda. Sono il sondaggio sulle opinioni e sulle aspettative nonché sul livello morale, più attendibile e peraltro incontestabile di un paese. In questo senso, che due terzi abbondanti degli elettori vedano i migranti con ostilità e diffidenza, o peggio, segnala bene lo stato delle cose (almeno quanto lo segnala l’ostilità e la diffidenza, o peggio, verso l’insieme della classe politica uscente – anche se non è detto che lo stesso sentimento riguardi l’insieme della classe dirigente, cosa che dimostra il grado di ingenuità, o di complicità, di una buona quota di elettori, compresi molti di quelli “incazzati” con i politici, in realtà con una coda di paglia lunga un chilometro).

In sintesi, dal 4 marzo esce quanto segue. Uno: troviamo premiata dagli elettori in primis una destra disgustosa, capace di minimizzare il peso elettorale degli estremi come CasaPound e Forza Nuova non perché più civile e aperta ma proprio perché molto affine a essi e più “utile” elettoralmente e politicamente. Salvini e lo stesso Berlusconi hanno detto più volte cose altrettanto becere, e nemmeno i neofascisti (forse temendo il ridicolo) hanno preso l’impegno di “rimpatriare seicentomila immigrati” come ha fatto l’ineffabile ex Cavaliere (e, in fondo, non erano neanche stati loro, ma Salvini, a candidare nelle proprie liste il mancato stragista di Macerata, a riprova della piena agibilità che linguaggi, toni, atti, progetti xenofobi, razzisti e fascistoidi trovano nella destra italiana maggiore).

Due: premiato esce pure il M5s del Di Maio “degasperiano”, che non è solo quello dell’aperturista lettera a “Repubblica” del dopo elezioni ma già quello delle settimane precedenti, al netto dei toni elettorali e identitari. Un movimento capace di amalgamare pulsioni e visioni ambigue e anche retrive (immigrazione), qualunquismo e demagogia (sulla casta politica, mentre corteggia tutte le altre, però), e contenuti molto avanzati sulla sostenibilità, l’economia e l’industria 4.0, i beni comuni, insieme a un’idea forza non priva di qualche ulteriore ambiguità ma sulla quale val la pena di confrontarsi, come il reddito di cittadinanza, che tanto peso sembra avere avuto nella strepitosa vittoria al Sud e tra i giovani.

Tre: dalle elezioni esce ridotta ai minimi termini storici la sinistra, tutta, dal centrosinistra del Pd alle sinistre di Liberi e uguali e Potere al popolo e alle altre liste minori (ebbene sì, ce n’erano anche altre: in questo ruolo di acceleratore e produttore di scontri tra particelle, per ottenerne di infinitesimali, tipo Cern, la sinistra italiana non ha eguali in Europa, e forse nella galassia). Autosradicatosi dal proprio mondo tradizionale, il PdR (Partito di Renzi: by Ilvo Diamanti) ha coltivato il progetto di dilagare sul terreno di una destra immaginata in cerca di nuovi riferimenti, dopo la caduta di Berlusconi, da egemonizzare con la modernità (?) renziana. Si è visto come è finita. La gran parte degli elettori già di sinistra è andata altrove: nel non voto, nei 5Stelle, nella destra autentica, soprattutto nella Lega. Michele Serra, dopo il voto, ha scritto che gli elettori di sinistra sono come “anime senza corpo”. È una bella immagine, ma viene da chiedersi se ne siamo proprio sicuri. Non è che piuttosto siano come corpi senza anima? Cioè gente in carne e ossa e interessi concreti che un’anima – valori, principi, idee – l’hanno smarrita o la sentono confusa e magari fortemente attratta, sedotta, irretita da altri, più capaci di corrispondere a bisogni, paure e nuove sintesi culturali e politiche? Non è che è avvenuto esattamente l’opposto di quanto immaginato velleitariamente da Renzi? E cioè che la destra e il suo discorso radicale soprattutto su migranti, sicurezza, Europa, è dilagata nel campo tradizionale della sinistra, agevolata proprio da quest’ultima (e dal PdR in primis)?

Se le cose stanno così, il problema che il dopo elezioni pone non è riducibile ad aggiustamenti di linea o al cambio di leadership. Al diventare “più di sinistra”, più “duri e puri”, al “tornare tra la gente” (magari rischiando generosamente di fare la fine di Carlo Pisacane, in certi posti). È una questione più profonda, radicale, complessa. Per certi versi, non potrà avere soluzione in tempi brevi. Per questo, il quadro uscito dal 4 marzo valorizza il ruolo delle minoranze critiche, di chi ha cercato da tempo risposte diverse dentro la crisi italiana e globale, riferimenti classici ma eretici e interpreti nuovi, originali.

Per altri versi, resta invece urgentissimo cominciare ad affrontare questa crisi in modo efficace, pragmatico, con lo strumento dell’agire politico e anche istituzionale. Troppe cose sono in gioco per evitare di provarci, tentando un’estrema e forse disperata convergenza tra i due percorsi, la ricerca e l’azione critica e di minoranza e l’agire politico diretto, locale e globale, cioè il lungo percorso dentro le istituzioni e dentro la contingente scena politica e sociale.

Sento tutta la difficoltà di credere sul serio alla praticabilità di questa prospettiva. Sento tutta la necessità di provarci, con intelligenza, onestà e residua energia.

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