Un film sul giovane Karl

di Paolo Mereghetti

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Il film che Raoul Peck ha dedicato al giovane Marx, quello che visse negli anni quaranta dell’Ottocento, dagli scritti della “Gazzetta Renana fino alla redazione del Manifesto, ha sicuramente molti difetti, a cominciare da una semplicità cinematografica che assomiglia un po’ troppo allo schematismo, ma possiede anche alcune intuizioni “marxiste” che rischiano di sfuggire di fronte a una biografia fuori moda e apparentemente televisiva.

La storia che racconta è quella (dickensiana?) di un giovane animato da idee rivoluzionarie che si trova a combattere su due fronti, quello privato della sopravvivenza per sé e per la sua famiglia, e quello ideologico per l’affermazione delle proprie idee di fronte alle posizioni meno radicali che sono diffuse tra il movimento operaio. Marx (interpretato da August Diehl) ha sposato Jenny von Westphalen (Vicky Krieps, l’attrice coprotagonista di Il filo nascosto), figlia dell’aristocrazia tedesca che ha tradito la propria classe per un ebreo convertito al cristianesimo e che spesso si troverà a dover affrontare l’esilio e l’indigenza. Ma i problemi che possono nascere da questa situazione non interessano Peck, che li mostra ma non li usa come leve per far avanzare il film: non interessa – al regista, ma si immagina soprattutto al cosceneggiatore Pascal Bonitzer – il melodramma perché la loro attenzione è tutta rivolta all’evoluzione del nascente pensiero marxista e allo scontro con le altre posizioni filosofiche e politiche.

La repressione poliziesca, l’esilio a Parigi e i tanti spostamenti di Marx con la famiglia sono solo la tela di fondo che serve per portare in primo piano l’evoluzione filosofica del suo pensiero e l’incontro con Engels (Stefan Konarske), visto come il necessario complemento tra due pensatori che si integrano a vicenda: per la conoscenza delle condizioni di vita della classe operaia l’uno (Engels) e per la capacità di elaborare da quelle conoscenza un pensiero rivoluzionario l’altro (Marx).

Il cuore del film non è la vita del giovane Marx ma il suo pensiero durante quegli anni, come si capisce dalla primissima scena, quella in cui i sottoproletari sono caricati dalla polizia perché raccolgono senza permesso rami caduti per scaldarsi mentre la voce fuori campo di Marx legge un suo celebre articolo pubblicato sulla “Gazzetta Renana” (“Si stacca dalla proprietà ciò che è già staccato da essa…”). Così tutto il film avanza solo grazie agli scontri ideologici che Marx e Engels hanno con chi non condivide le loro idee e la loro analisi politica, a cominciare da Proudhon (Olivier Gourmet) che viene identificato come il principale esponente di quel socialismo umanitario che si regge sul moralismo e non sull’analisi scientifica della realtà che Marx cerca di mettere a punto.

In questo modo prende forma l’idea centrale del film (e quella che probabilmente ha spinto Peck a realizzarlo) e cioè la necessità del conflitto, dello scontro ideologico come unico strumento possibile per capire e cambiare la realtà. Che poi è anche la molla che guidava la riflessione (e la rabbia) di James Baldwin in I Am Not Your Negro, orgogliosa dichiarazione di identità come strumento essenziale per rifiutare l’omologazione e rivendicare attraverso di essa i propri diritti civili e politici. In Marx evidentemente non esiste l’identità razziale, ma quella politica è proprio in quegli anni che nasce e si afferma ed è per questo che la sceneggiatura e la regia finiscono per privilegiare i lunghi scontri ideologici piuttosto che dilungarsi nella ricostruzione storica delle condizioni di vita del movimento operaio. L’importante, sembra dirci il Marx di Peck (e Bonitzer) non è prendere coscienza delle proprie condizioni di vita materiale, ma essere capaci di fare lo scatto da quelle condizioni al pensiero che ne permetta il superamento.

Per questo il film non può che chiudersi sulla redazione del Manifesto del Partito comunista, in una scena dove accanto a Marx sono riuniti Engels con Jenny e Mary (Hannah Steele), l’operaia irlandese con cui Engels visse fino alla sua morte. Quel testo è l’atto che conclude il loro percorso di riflessione dal moralismo umanitario e socialista al rigore scientifico del marxismo (permettendo l’evoluzione verso il marxismo della Lega dei giusti, diventata allora Lega dei comunisti) e quello che dà un senso a tutte le fatiche e le sofferenze sopportate fino ad allora. È la scena che spiega le ragioni delle scelte estetiche e narrative di un’operazione che vuole raccontare tutti gli aspetti della vita del giovane Marx ma solo perché possono spiegare l’evoluzione del suo pensiero politico e filosofico.

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