Stig Dagerman nel mondo dei vinti

di Nicola Villa

 

Nel 1946 furono molti i giornalisti che visitarono la Germania per raccontare quel che restava del Reich finalmente sconfitto. Tra questi c’era un giovane scrittore svedese, di ventitré anni, inviato dal giornale “Expressen”, che viaggiò due mesi per il paese realizzando una serie di reportage. Il suo nome era Stig Dagerman e quei reportage furono poi raccolti in un libro, Autunno tedesco, considerato ancora oggi una lezione di giornalismo letterario e da poco ristampato dalla casa editrice Iperborea (tradotto da Massimo Ciaravolo, curato da Fulvio Ferrari e con una postfazione di Giorgio Fontana). Dagerman non era ancora l’autore riconosciuto di Bambino bruciato, di Il viaggiatore e di Il nostro bisogno di consolazione – opere di culto di uno scrittore che concluse la propria esistenza suicidandosi a soli trentun’anni – ma, nonostante la giovane età, aveva già formata una forte coscienza politica tramite il padre che l’aveva introdotto giovanissimo negli ambienti dell’anarchismo e del sindacalismo svedese.

Proprio grazie alla sua militanza libertaria, il giovane Dagerman-giornalista inviato in Germania è un osservatore atipico, diverso dagli altri, senza pregiudizi o preconcetti ideologici, interessato soprattutto a raccontare la sofferenza dei vinti senza cedere a quell’“apatia e cinismo” che trova dominante nella popolazione tedesca, avendo il coraggio di “scendere in basso a occhi aperti”, nel cuore della “malata d’Europa”. Un atteggiamento simile a quello che spinse Roberto Rossellini, pur partito da premesse morali religiose, a girare Germania anno zero tra le macerie di Berlino un anno dopo la fine del conflitto. “Scendere in basso a occhi aperti” voleva dire mettersi allo stesso livello di miseria della popolazione incontrata, tra empatia e pietà non accettando le rappresentazioni dominanti di un paese in ginocchio e conscio di esserlo per gli errori commessi. Voleva dire, come fece tra l’altro Rossellini, interrogarsi sul rapporto tra giovani e vecchi, su che ne è di un’educazione totalitaria dura a morire e di una trasmissione autentica e come rifondarla, sui conflitti generazionali in atto in un paese devastato.

In Autunno tedesco Dagerman racconta i cumuli di macerie e rovine delle città visitate, Amburgo, Berlino e Colonia; i treni stipati di profughi dall’Est alle zone occidentali (le pagine che richiamano di più Kafka); le cantine allagate dove vivono famiglie alla fame che alle domande dirette dei giornalisti rispondono che “stavano meglio sotto Hitler”. Di fronte a queste risposte Dagerman non si scandalizza e trova moralmente impossibile tirare delle conclusioni sulla posizione ideologica di una popolazione allo stremo. Inoltre Dagerman registra da subito l’inefficacia della denazificazione attraverso la farsa dei tribunali speciali istituiti dagli alleati, che hanno solo un valore documentario per gli stranieri su cosa fosse la società sotto il Reich e uno di intrattenimento teatrale per chi vi assiste. Non esita neppure a denunciare la continuità di ingiustizia nella società tedesca: molti di coloro che hanno ricoperto ruoli di prestigio e potere durante il nazismo se la passano molto meglio della maggior parte della popolazione.

“Qual è il rapporto tra letteratura e sofferenza?”. È questa vera domanda, per nulla retorica, che apre l’ultimo capitolo e che guida Dagerman in questa radicale assunzione di responsabilità dello sguardo. Proprio interrogandosi sulla distanza che devono avere arte e dolore, Dagerman problematizza di continuo ciò di cui è testimone, rifiuta spiegazioni semplicistiche e non rinuncia alla letteratura come chiave di lettura del mondo. Una domanda talmente attuale che fa di Autunno tedesco un modello esemplare di reportage narrativo valido anche per la nostra epoca così affamata di realtà e così disinvolta nel raccontare le sofferenze e le nuove tragedie globali. Colpisce, infatti, come il libro di Dagerman non sia un’opera antiretorica, ma anzi sia attraversato da immagini potenti e allegoriche che servono a spiegare e a sintetizzare allo stesso tempo: è il caso, ad esempio, del soffermarsi sulla torta offerta da alcuni ospiti, intellettuali antinazisti, che si rivela un dolce di pane ricoperto di panna, metafora lampante del tentativo di coprire solo in superficie la dura realtà della misera; o descrivere la coincidenza, quasi urbanistica, che il comizio del capo dei socialdemocratici tedeschi avvenga nella stessa piazza dove è stato firmato l’accordo di Monaco del 1938, come a ritrovare una continuità tra le responsabilità europee sulla guerra e la diffusione del nazismo e la fragilità della neonata democrazia tedesca; o ancora il racconto del “patetico incontro tra due diversi panini”, tra quello ricco e con carne del figlio di un ex-nazista rapidamente assimilato, e quello povero del figlio di un uomo qualunque, l’incontro tra due Germanie, una ricca e ambigua e l’altra povera e onesta. Tra le immagini che restano più impresse c’è, inoltre, quella del “bosco degli impiccati”, un bosco in campagna dove sono stati giustiziati appena un anno prima dei ragazzini disertori, nel quale l’ex-nazista ora raccoglie funghi e in lontananza si sentono i colpi dei soldati alleati che si danno alla caccia e, infine, la descrizione del viaggio di ritorno sull’aereo per la Svezia, quasi un’ammissione di fallimento, dell’incapacità di testimoniare il dolore dei vinti: “Voliamo su Brema, ma Brema non si vede. La città martoriata è nascosta sotto spesse nubi, impenetrabilmente nascosta come la muta sofferenza tedesca”.

Un altro aspetto di grande interesse e modernità è l’utilizzo dell’“io narrante” che non si eclissa mai ma si fa discreto testimone, quasi in una posizione laterale rispetto al fuoco del reportage: a volte Stig Dagerman è pienamente presente, un corpo tra gli altri, come in un vagone di un treno da otto passeggeri diviso con altri venticinque, oppure si avverte nella riflessione e nel rovello teorico sul suo ruolo di cronista.

Può sembrare un paragone ardito, ma Autunno tedesco ricorda un’opera di un altro grande scrittore assimilato all’universo anarchico: Omaggio alla Catalogna di George Orwell. Entrambi i libri di questi due autori condividono la capacità di essere allo stesso tempo dentro la Storia e testimoni di essa, sapendo raccontare gli sconfitti, coloro che ne vengono sempre esclusi. Così come Orwell racconta l’inizio della fine della Repubblica spagnola nel 1936 con la caduta di Barcellona, intuendo già cosa diventerà politicamente lo stalinismo come sistema di potere, allo stesso modo Dagerman non descrive solamente la sofferenza e le ferite di una nazione, ma va al cuore della violenza del potere e del dolore delle vittime, che sarà una costante della Storia di lì ai giorni nostri.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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