Siria, 7 anni dopo

di Domenico Chirico

disegno di Mara Cerri

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Ci dobbiamo porre il problema, parlando di Siria, se ormai sia normale la guerra. Sia normale l’uso del gas contro i civili. Sia scontata la fuga di milioni di persone dalle loro case. Ci dobbiamo porre il problema se la guerra senza fine sia la nuova condizione a cui ci si debba abituare per il prossimo futuro. Guerre a geografie e a geometrie variabili. Guerre civili tra vicini di casa che diventano aguzzini, vittime e persecutori in giostre che girano continuamente. Invertendo ruoli ma con un risultato a somma zero per tutti sempre uguale. Nelle ultime settimane in Siria, abbiamo assistito all’attacco turco nell’area di Afrin e continui attacchi in tutto il resto dell’area a maggioranza kurda, con cecchini che dalla Turchia sparano sulle strade e città di confine. Colpendo per lo più civili inermi. Poi, scontri violentissimi tra la coalizione americana e le Syria Defence Forces (Sdf, l’esercito costituito dalle Ypg con varie milizie arabe del nord) contro russi e governo di Damasco. Recente un attacco israeliano a postazioni iraniane, mentre questi ultimi hanno abbattuto un F-16 dell’aviazione di Tel Aviv. Continuano combattimenti anche nelle zone del sud della Siria, dove la Giordania appoggia le opposizioni che guidano contro il regime la città di Daraa. Un missile del regime siriano è stato lanciato del nord del Regno Hashemita. E poi l’assedio della Ghouta da parte del regime, contro le forze dell’opposizione lì insediate. E l’uso di gas contro la popolazione nonché l’impossibilità di assistere i civili. In Siria peraltro da anni le strutture sanitarie sono un target. Ospedali e convogli umanitari vengono attaccati regolarmente. Una guerra di tutti contro tutti, peraltro non raccontata. Nessun paese europeo ha la forza di opporsi alle scelte belliche della Turchia. Nessuno riesce a fermare la Russia e Damasco o i bombardamenti della coalizione a guida americana, che intanto ha stabilito le sue basi nel nord est del paese. Mentre i russi tengono saldamente le loro sulla costa. Migliaia i militari americani e russi impegnati sul campo. Fonti non verificate hanno accennato a una strage di contractor russi a Deir ez Zor da parte americana. Tutto questo avviene in un paese che soffre da 7 anni una guerra civile e per procura tra potenze mondiali. Più di 5 milioni i rifugiati, 6,5 milioni gli sfollati interni, 13,5 milioni le persone in stato di bisogno. Su 20 milioni di abitanti prima del 2011. Un intero sistema sanitario distrutto, un’intera generazione perduta. E la prossima generazione pronta a perdersi. Centinaia di migliaia i giovani sul fronte a combattere e strappati alle loro esistenze.

In questo scenario in cui le potenze mondiali si stanno allenando sulla pelle dei siriani alle prossime guerre si sta sancendo anche la morte del sistema multilaterale e di diritto internazionale delle Nazioni Unite. Queste ultime possono parlare solo con il regime di Assad, che è l’unico organismo del puzzle siriano rappresentato all’Onu. E da Damasco le Agenzie Onu sono costantemente ricattate: o seguono le indicazioni del regime o non possono lavorare nel paese. E quindi l’Onu deve lavorare con Ong legate al regime, una sanitaria molto nota addirittura di un cugino di Assad. O, ad esempio, l’Oms deve concordare con il Ministero della Salute del regime quali e quanti medicinali portare in Siria ai civili e a chi. Contro qualsiasi principio di neutralità e di protezione delle vittime vengono privilegiate le aree controllate dal regime e neglette le altre. L’Onu sta morendo giorno dopo giorno mentre collabora con il regime, i suoi funzionari alloggiano all’Hotel Four Seasons di Damasco, la gente muore di fame e di malattie sotto le bombe nel resto del paese. Il pannicello caldo è stata la risoluzione 2401 di febbraio che chiedeva il cessate il fuoco e l’ accesso agli attori umanitari per portare soccorsi, approvata ma non rispettata neanche un’ora. Un convoglio del Comitato Internazionale della Croce Rossa per le aree bombardate dai turchi di Afrin è stato attaccato, un presidio sanitario della Mezza Luna Rossa curda anche. Non c’è scampo. Il responsabile umanitario dell’Onu per la Siria ha così risposto al Consiglio di Sicurezza di New York alla domanda se la risoluzione fosse stata rispetta: “No. And No”. Doppia negazione rafforzativa del disastro. E alla domanda se la risoluzione non funziona e non ci sono aiuti umanitari alla popolazione civile, cosa sta dunque succedendo?  

More bombing. More fighting. More death. More destruction. More maiming of women and children. More hunger. More misery. More, in other words, of the same”. Più morte, per riassumere quello che sembra un pezzo di una tragedia di Shakespeare e non la dura realtà. Più tragedia, più del solito, se mai possibile. Nelle aree a maggioranza kurda le Nazioni Unite non possono parlare con l’amministrazione autonoma o le organizzazioni locali. Ovvero non possono parlare con chi opera in quei luoghi, ma possono solo sostenere Ong raccomandate e registrate a Damasco. Ad Afrin l’Onu non c’è. In tutto il nord est della Siria i kurdi sono stati lasciati soli a organizzare la risposta umanitaria, interi campi umanitari pieni di profughi di Raqqa senza che le Nazioni Unite siano in grado di fare il loro lavoro di protezione. Timidi aiuti giungono solo dal’Unione Europea, da alcuni stati Europei e dagli Stati Uniti. Poche le Ong internazionali presenti. La maggior parte sta cercando di dialogare con il regime per entrare nel business della futuribile ricostruzione della Siria, che il regime si sta preparando a gestire. Lo stesso regime che con pezzi delle Nazioni Unite e di governi vari complici sta cercando di costruire una strategia per i rientri dei rifugiati in Siria. Non perché la guerra sia finita, evidentemente, ma perché molti degli stati ospitanti i siriani non li vogliono più. E nessuno vuole più pagare per la loro accoglienza. Con situazioni paradossali, di agenzie Onu che chiamano Ong per chiedere se possono organizzare una campagna in un campo profughi per dire alla gente che non distribuiranno più razioni alimentari. Come se ci sia bisogno di una campagna per dire che li stiamo abbandonando e non ce ne frega nulla di loro. E sempre lo stesso regime fa togliere all’Organizzazione Mondiale della Sanità, complice, le medicine contro l’epatite e molte di quelle salvavita per i carichi umanitari che devono andare ai civili in zone non sotto il suo controllo. Lo stesso regime che ha chiesto di scambiare civili malati in una zona assediata, che l’Onu avrebbe evacuato, con suoi militari, minacciando che altrimenti, come accaduto altre volte, i civili sarebbero stati lasciati morire. Una lunga denuncia è uscita a riguardo sulla rivista americana Foreign Policy, riportando molti più esempi di questa tragedia. In questo quadro i kurdi e tutti i loro alleati arabi nel nord del paese sono un raro esempio di autorganizzazione e di risposta alle emergenze. Ignorati dall’Onu e usati dalle forze internazionali hanno già inviato aiuti e ambulanze ad Afrin. Oltre a migliaia di persone pronte a difenderla. E molte organizzazioni siriane si sono mobilitate per portare aiuto nelle aree sotto assedio della Ghouta. Sembra che i siriani siano tra i pochi che restano umani, mentre intorno il mondo si sta facendo una guerra devastante, mentre il loro sforzo di pace viene costantemente disconosciuto. Anche il loro tributo di sangue alla lotta contro l’Isis è stato ormai quasi negletto. Nonostante, i kurdi in prima linea, siano stati i siriani e gli iracheni la fanteria dell’occidente contro questo ennesimo mostro creato da anni di colonialismo ed imperialismi vari. A tutto questo c’è un rimedio. Ci sono migliaia di giovani che sono fuggiti dalla Siria per disertare. Non per paura ma perché non credono in queste guerre, in questa violenza cieca che ha distrutto il loro futuro. E ci sono anche migliaia di giovani che sono rimasti, alcuni a combattere altri no. E ti ritrovi in città armate come Qamishlo, al nord della Siria e governata dai kurdi, dove organizzano un festival di cinema, il cinema sotto le bombe invece che sotto le stelle. Organizzano occasioni pubbliche di ritrovo e riflessione, di incontro. Nascono attività per i minori. C’è chi si preoccupa dei bambini nati o cresciuti sotto l’Isis ed ora abbandonati, dopo anni di indottrinamento e violenza. C’è chi si preoccupa delle donne e degli uomini sopravvissuti alla violenza. C’è chi ogni giorno arriva in luoghi desolati per fornire servizi di salute riproduttiva. E nascono nuove vite, ogni giorno, nei campi profughi. E c’è sempre qualcuno che tende una mano, o almeno ci prova. E allora si riesce a pensare che oltre la barbarie c’è ancora solidarietà possibile e praticabile. Ma molto lontano da riflettori e da giochi di potere, e molto prossimi alle persone. La paura dell’altro di questi tempi è anche frutto della normalizzazione della violenza e della guerra e della fuga di milioni di persone. Perché di questa guerra in Siria, anche se in Europa non è chiaro, siamo tutti vittime.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Trackback from your site.

Leave a comment