Simon reynolds e i miti del glam rock

di Simone Caputo

Il critico musicale britannico Simon Reynolds, dopo aver scritto di post-punk, techno e rave culture, hip-hop e fenomeni retromaniaci che hanno caratterizzato gli anni zero, indaga con Polvere di stelle (pubblicato da minimum fax) la traiettoria artistica e sociale del glam rock, tra Inghilterra e Stati Uniti, senza tentazioni agiografiche e utilizzando la musica – come suo solito – come una lente per leggere un intero periodo storico, gli anni settanta. Il glam rock fu il primo fenomeno musicale a sfruttare la forza della televisione: quando Marc Bolan, gli Sweet, Gary Glitter, Alice Cooper, gli Sparks e i Roxy Music comparvero sugli schermi britannici durante le puntate di “Top of the pops”, apparvero ai giovani inglesi, persino a quanti ancora guardavano la tv in bianco e nero, come dei guerrieri venuti dallo spazio, con le loro strambe zazzere, i lustrini sulle guance, i vestiti che parevano di metallo. Reynolds riconosce a Marc Bolan dei T. Rex il ruolo di primo artificiere che innescò la miccia del glam rock e a David Bowie, e al suo alter-ego Ziggy Stardust, quello di dominatore del decennio, novello Beatles degli anni settanta, con Space Oddity, pubblicato nel 1969 e ristampato nel 1975 a lasciare un’impronta indelebile su un’intera generazione di giovani.

Reynolds non si limita a raccontare l’epopea di cantanti e gruppi (coi loro strambi costumi, hits, fans, successi e insuccessi) che, pur se animati da spirito di rivalità, collaboravano tra loro, condividendo managers e pubblico: individua un continuum tra alcuni esponenti del rock (Rolling Stones e Velvet Underground, ad esempio) e il glam; descrive una sensibilità emersa all’inizio degli anni settanta e fiorita prepotentemente per alcuni anni prima di esaurirsi a ridosso dell’esplosione del punk; interpreta il genere in maniera ampia e inclusiva, lasciandosi guidare da storie e musica, più che dai confini storici comunemente riconosciuti. Al fondo di tutta la ricostruzione operata da Reynolds vi è un interrogativo: cosa distinse lo sfarzo del glam da quello tipico del pop? In fondo lusso e lustrini sono propri del pop e dello show business più in generale. Scrive Reynolds: “una differenza importante sta nella profonda autoconsapevolezza con cui gli artisti glam utilizzavano costumi, teatralità ed elementi scenici, spesso rasentando una parodia del glamour più che abbracciarlo senza riserve. Il glam rock voleva essere percepito come finzione e i suoi esponenti erano tiranni che dominavano il pubblico, come tutti i veri intrattenitori. Allo stesso tempo, però, intraprendevano una sorta di beffarda decostruzione del proprio personaggio e atteggiamento, alimentando ulteriormente l’assurdità della performance”. Secondo Reynolds il carattere glamour del glam fu anche – e forse soprattutto – una reazione al recente passato, una provocazione pacchiana contro il rock della fine degli anni sessanta, adulto e malvestito, che considerava immagine e spettacolarità puerili, conformisti e commerciali. Il glam fu una sorta di dietrofront sonoro rispetto al rock duro, sperimentale o impegnato dell’epoca, che attraverso il pastiche recuperava estetiche della musica del passato, in particolar modo il rock’n’roll (ma non come semplice revival). Per ottenere un impatto significativo, il glam, flirtando coi contemporanei fremiti androgini, decadenti e omoerotici, adottò soluzioni sceniche provocatorie; al contrario dei rockettari capelloni in barba e jeans, gli eroi del glam (che furono soprattutto uomini) volevano sottomettere il pubblico e non dialogare con esso. Ciò si rifletté ovviamente sulla musica, progettata “per gli occhi, non soltanto per le orecchie” (Mike Chapman), fusione di primitivismo e artificio, nuove tecnologie di registrazione e modi di far suonare chitarre e batterie.

Il glam fu, infine, conseguenza – ed è qui che l’analisi di Reynolds si fa particolarmente acuta – di un radicale cambiamento di clima politico e culturale. Gli artisti non erano più interessati “a unirsi per cambiare il mondo”: ripudiato il credo libertario della generazione precedente, cercavano vie di fuga personali dalla realtà, verso fantasie di fama e stravaganza. L’esaltazione dell’immagine e della teatralità simboleggiava un chiaro sovvertimento degli ideali degli anni sessanta. Reynolds richiama l’attenzione sul saggio di Daniel Boorstin The image (1962), un’analisi della minaccia dell’irrealtà che si insinuava in ogni settore della vita e della cultura di massa americana in quegli anni. The image diagnosticava un malessere socioculturale chiamato “nulla”, per colpa del quale il vuoto della nostra esperienza è reso ancor più vuoto dall’ansiosa ricerca di congegni meccanici (l’informazione, la pubblicità, le tecnologie) che la riempiano artificialmente. Questa rovinosa perdita del confine tra reale e artificiale aveva iniettato una nuova ambiguità nella vita quotidiana. Da ciò la diffusione negli anni sessanta del concetto negativo di immagine, di vita pubblica come regno dell’apparenza, dell’esistenza borghese come schiava di tabù: l’appello alla realtà e alla naturalezza divennero le armi più potenti a disposizione della controcultura. Le immagini più emblematiche dei tardi anni sessanta furono le riprese dei campi di Woodstock e Glastonbury Fayre popolati di hippie nudi che saltellavano in campi idilliaci e pozze di fango e la fotografia di John Lennon e Yoko Ono nudi sulla copertina del loro album Unfinished Music No.1 – Two Virgins; quello stesso Lennon che nel 1971 avrebbe cantato I’ve had enough of reading things / By neurotic, psychotic, pig-headed politicians / All I want is the truth / Just gimme some truth (da Give Me Some Truth, album Imagine).

Il glam incarnò lo spirito opposto: era la fantasia a rendere liberi, non la realtà.

Secondo Reynolds, rifiutando il naturale in favore dell’artificiale il glam anticipò la sensibilità di quello che si sarebbe poi chiamato postmodernismo. Una sensibilità, quella del glam, che nasceva dalla nostalgia, ma anche dall’irriverenza, dal gusto di prendersi in giro per mezzo della caricatura. Reynolds avanza, inoltre, un’altra rilevante ipotesi: non può essere una coincidenza che i principi del glam rock si sono affermati nella cultura pop allorché l’orientamento politico si è spostato verso destra; i primi anni settanta di Nixon e Heath, gli ottanta di Reagan e Thatcher, e più di recente, il primo decennio dei duemila (Reynolds dedica l’ultima parte del libro ai riflessi del glam nella musica dal 1975 a oggi). Perché il glam rock fu un movimento decadente, radicato nella disillusione, una ritirata dalle speranze politiche e collettive degli anni sessanta e una fuga individuale nella fantasia attraverso il successo. La teatralità esplicita del glam fu un parto autentico della working class: un invito a emanciparsi, a sfuggire a quella realtà che i musicisti impegnati della contrucultura avevao preteso rappresentare senza artifici o edulcorazioni. Gli Slade, a esempio, tra gli esponenti più popolari del glam rock britannico, venivano da una città di fabbriche come Wolverhampton, ma non scrissero mai una riga sulla “vita da operaio”. Mentre Springsteen, in quegli stessi anni, scriveva versi come “Baby this town rips the bones from your back / It’s a death trap, it’s a suicide rap / We gotta get out while we’re young (Born to run, 1975), gli Slade la fuga la praticavano sui palcoscenici con la loro sola musica.

Polvere di stelle è sì un libro sul poeta boogie Marc Bolan, sul retrofuturismo visionario dei Roxy Music, sul baroque n’roll dei Queen, sul viaggio spaziale di Bowie, prima London boy poi alla conquista di New York e Los Angeles infine atterrato a Berlino con Iggy Pop alla fine degli anni settanta; ma è anche e soprattutto un libro sul potere della finzione. Polvere di stelle parla “del sensazionalismo delle star e dell’ossessione dei fan come fatti sociali, dell’ipnosi e dell’isteria di massa come fenomeni autentici che possono coinvolgere migliaia di persone, ma ne esamina anche i retroscena: la costruzione a tavolino dell’entusiasmo, la pianificazione dello scandalo, le manipolazioni e gli inganni, i trucchi dietro la magia”. Tecniche ammalianti che sono le stesse – ci ricorda Reynolds – che utilizzano da sempre i leader politici portatori di messaggi messianici o utopistici e dei fondatori dei culti religiosi.

 

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