Notizie dal Cairo e dalle sue prigioni

di Costanza Spocci

disegno di Joann Sfar

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Non ci sarà un secondo turno delle presidenziali egiziane. La vittoria del presidente Abdel Fattah Al Sisi è già data per certa alla prima tornata elettorale, ancora prima dell’apertura delle urne. Questo non depone in favore di Moussa Moustafa Moussa, il secondo e unico sfidante che, presentandosi gli ultimi quindici minuti prima che l’Autorità Nazionale per le Elezioni chiudesse le candidature, aveva detto: “entro in una competizione leale e onorevole per vincere”. Moussa, membro del partito filo-governativo El-Ghad, fino a quel momento è stato un politico di basso profilo. Tanto che a metà gennaio, quando evidentemente non pensava ancora di candidarsi, si era pubblicamente pronunciato in favore di un’elezione di Al Sisi. Non è la prima volta che Moussa si presta alle esigenze di un uomo forte: l’intelligence l’aveva già utilizzato per indebolire lo sfidante di Mubarak alle presidenziali del 2005, l’ex leader del Ghad Ayman Nour. Allora Moussa aveva creato un movimento scissionista che aveva spaccato il partito in due. Il fatto che oggi proprio lui sia stato ripescato, dà un’informazione utile per riordinare i tasselli della politica egiziana: nessun altro si è prestato al gioco.

Se Moussa non si fosse presentato, quelle del 26-28 marzo non sarebbero state delle elezioni, la formalità della democrazia egiziana sarebbe saltata e il voto si sarebbe trasformato in un plebiscito, con il rischio di diventare un referendum sull’operato degli ultimi quattro anni di Al Sisi. Date le premesse, i risultati del voto non sono fondamentali, considerando che nessun organismo indipendente ha monitorato un processo elettorale che Human Rights Watch ha definito senza mezzi termini “né libero, né corretto”. Però queste elezioni sono importanti, perché per la prima volta hanno mostrato una spaccatura evidente all’interno dell’apparato militare-securitario e, soprattutto, che la vera lotta politica si gioca al suo interno.

 

Lotta interna all’apparato

Sebbene Sisi sia in una posizione forte, non tutti nelle Forze Armate egiziane sono entusiasti dell’attuale presidente. La maggior parte dei candidati ha un trascorso nell’establishment militare e, proprio perché considerati una minaccia interna, sono stati tutti brutalmente esclusi dalla corsa. “Mi candido contro Al Sisi”, aveva detto a gennaio l’ex-Capo di Stato Maggiore Sami Anan, “per risollevare un paese che è in declino a causa di difettose strategie di governo che hanno sovraccaricato di responsabilità le forze armate e indebolito il settore civile”.

Il giorno dopo la sua dichiarazione, Anan è stato arrestato ed è tuttora rinchiuso in un carcere militare, in attesa di comparire di fronte alla Corte Marziale con accusa di sedizione. Per lui ha pagato anche l’ex capo dell’audit Hisham Genina: se qualcosa fosse successo ad Anan, minacciava, “pubblicherò 350 pagine di documenti che provano gravi accuse di corruzione di alcuni membri dell’esercito”. Non ha fatto in tempo: prima è stato aggredito e picchiato da uomini mascherati e poco dopo è stato arrestato.

Una fine simile ad Anan l’aveva già fatta lo scorso dicembre il Colonnello Ahmed Konsowa, che per essersi presentato dovrà scontare sei anni di carcere militare. Persino Ahmed Shafiq, ex-generale dell’aviazione, è stato prelevato dalla sua casa di Abu Dhabi per essere deportato al Cairo, dove è stato “trattenuto” in un hotel per diversi giorni senza possibilità di comunicare con l’esterno. Il 7 gennaio si è ufficialmente ritirato dalla corsa elettorale. Anche l’ultimo “insider” della lista, il nipote dell’ex presidente Sadat, Mohamed Anwar Sadat, ha ceduto alle pressioni e ha deciso di abbandonare la corsa, nonostante i suoi forti legami con l’intelligence.

Secondo l’analista del Carnegie Endowment Nathan J.Brown, “è evidente che ci siano diverse fazioni che competono all’interno del regime militare egiziano”. Un elemento importante che contraddistingue Abdel Fattah Al Sisi e che spesso viene dimenticato, sottolinea Brown, è che escluso Mohammed Morsi dei Fratelli Musulmani, l’Egitto ha avuto presidenti che “pur facendo parte dell’apparato militare, avevano tutti una propria indipendenza politica”. Nasser e Sadat hanno avuto un trascorso politico prima di entrare nell’esercito; persino Mubarak ha ricoperto la carica di vice-presidente prima di diventare capo di Stato. Per Abdel Fattah Al Sisi il percorso è diverso, perché è entrato nei militari quando era ancora adolescente e ha servito nell’esercito tutta la sua vita. Ha persino chiesto il permesso dell’establishment militare prima di candidarsi alla presidenza e questo ha  esposto l’esercito politicamente  rendendolo “ il centro nevralgico del regime”. Questo significa che tutte le politiche fallimentari, dalle riforme economiche agli incidenti ferroviari, ricadono  sulle spalle dei militari. “È quindi più che normale che alcuni ufficiali indipendenti siano preoccupati dell’andamento del regime”, dice Brown.

C’è un altro elemento che rende il presidente insicuro: Al Sisi è stato a capo dell’esercito solo dal 2012 al 2014.  I militari rappresentano un’istituzione storica, da sempre centrale nella vita repubblicana dell’Egitto; ma sono anche la più grande industria del paese. Diverse imprese statali operano sotto il controllo dell’autorità militare, che gestisce fabbriche di industria bellica (in cui finiscono a lavorare anche le leve) e civile. I militari hanno il monopolio dell’olio di semi (il più utilizzato, perché quello d’oliva non se lo possono permettere tutti), delle patate, e hanno la loro industria di pasta, zucchero, sale e acqua. Costruiscono elettrodomestici, trapani, computer, batterie, contatori elettrici; ma anche macchinari agricoli, depuratori d’acqua, fertilizzanti, attrezzatura diagnostica medica, estintori e persino utensili da cucina.  In tutto, l’industria dei militari produce da sola il 40% del Pil nazionale.

“È chiaro che Al Sisi non abbia avuto abbastanza tempo per stabilire il proprio dominio e controllare per intero l’apparato militare”, conclude Brown.

 

Eliminare la politica dalla vita del Paese

Per difendersi, il regime mostra i denti e stringe la morsa, e nel suo accanirsi a reprimere ogni forma di dissenso mostra tutta la sua debolezza politica. Attuando una strategia del terrore però, è riuscito per il momento a raggiungere il suo scopo: debellare la politica dalla vita del paese. E lo sta facendo in tre modi. Da una parte, “grazie” alla legislazione anti-terrorismo entrata in vigore dopo la deposizione dell’ex presidente Mohammed Morsi nel luglio 2013, il regime ha smantellato la Fratellanza Musulmana, l’organizzazione politica civile più forte, capillarmente sparsa e radicata in tutto il paese. L’accanimento contro i Fratelli non ha niente a che vedere con dinamiche religiose, ma ha a che fare con l’Islam politico che resta  lo spauracchio non solo di Al Sisi, ma anche di quegli Stati del Golfo che hanno appoggiato il colpo di Stato del 2013, in primis Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.  C’è una fondamentale differenza tra  l’islam politico dei Fratelli e il salafismo, la corrente religiosa wahabita che legittima le petro-monarchie, importata in Egitto con il rientro dei migranti economici egiziani che negli anni ottanta e novanta hanno fatto fortuna nel Golfo. Ed è che l’Islam politico è effettivamente una corrente politica, che ha un preciso riferimento in Sayyid Qutb, e che rivendica due cose molto chiare: giustizia sociale e la possibilità di ribellarsi ai propri governanti (cosa che il wahabismo, ad esempio, non prevede). Oltre all’alternativa e alla legittimante politica in senso stretto, a far paura all’apparato egiziano era la capacità dei Fratelli di mobilitare in maniera fulminea migliaia di persone e, più di tutto, il loro essere una sorta di “alveare” dentro lo Stato, dove ogni membro faceva parte di una catena d’azione inquadrata in uno stretto sistema gerarchico, che andava dal semplice membro che distribuiva volantini fino ai morshid, la dirigenza. Per sradicare i Fratelli, il regime ha imprigionato i morshid che non sono riusciti a scappare in esilio, e ha attuato una vera e propria politica di sterminio, dalle carneficine dei sit-in di Rabaa al Adaweya e Al Nahda (agosto 2013), alle incarcerazioni, fino alle sparizioni forzate.

Le stesse tattiche sono utilizzate anche contro l’opposizione laica. Dal novembre 2013, sotto lo stato d’emergenza è entrata in vigore la legge anti-proteste, che prevede una pena dai 3 ai 15 anni di carcere per chiunque scenda in piazza a manifestare (contro il governo). La repressione, che dalla catena di comando si espande in tutti i gangli dell’apparato, si manifesta in strada in alcuni dei suoi livelli più bassi. Qui, “esecutori” in borghese e armati, sono apparsi coi volti coperti da passamontagna neri “decorati” da stampe di teschi, caricando chiunque fosse sotto tiro su camionette apparentemente civili per poi trasportare le vittime al primo posto di polizia, oppure farle sparire nel nulla.

Il regime si adopera anche nel soffocare sul nascere ogni nuovo movimento o partito politico che si forma sull’onda delle rivendicazioni delle rivolte di Tahrir del 2011. Alcuni degli esempi più recenti sono la campagna presidenziale in sostegno dell’avvocato Khaled Ali, che dopo ripetute minacce, sabotaggi e fermi, ha deciso di ritirarsi dal “teatrino elettorale”. Dietro Khaled Ali è confluita l’ala più a sinistra e per certi aspetti meno populista della rivoluzione. Anche il Partito Forte Egiziano, di Abdel Moneim Aboul Fotouh, il candidato islamo-liberale emerso da piazza Tahrir, si è unito alla campagna di boicottaggio di Khaled Ali e di altri partiti d’opposizione. Al Sisi però l’aveva detto il 31 gennaio, proprio nel corso di una conferenza stampa per l’inaugurazione di Zohor, il giacimento di gas più grande mai scoperto nel Mediterraneo: “Vi avverto, quello che è successo sette anni fa in Egitto”, “il rovesciamento di Mubarak non si ripeterà con me”. In platea, ad ascoltarlo c’era  Claudio Descalzi, il Ceo di Eni, che dal governo egiziano ha ottenuto in concessione il 60% di Zohor. Con la sua conclusione “…forse ancora non avete capito chi sono”, Al Sisi aveva così anticipato una nuova ondata di arresti. Tra cui quello dello stesso Aboul Fotouh, il 14 febbraio.

A fronte di tutto questo, una domanda che Nathan J. Brown si pone, è se una parte dei Fratelli sarà in grado di raccogliere i cocci e formare un movimento, seppur più piccolo, in grado di rientrare nella vita politica del paese. “Ci sono persone nel regime che stanno valutando se permettere la rinascita di un’opposizione con cui si possa dialogare, invece di avere un’insorgenza armata in Sinai e nel resto del paese”, dice.  Per il momento però non è un’eventualità che Al Sisi sembra voler considerare. Se il cambiamento verrà, non passerà dalle urne.

Soffocare la società civile: la condanna alle ong

Dal 2013 il governo ha attuato anche una repressione sistematica di ogni forma di organizzazione della società civile: dalle intimidazioni e arresti di singoli membri, alla presenza di agenti in borghese alle riunioni, fino all’ incarcerazione di alcuni dei loro membri. Poi, sono arrivate le minacce di bloccare i fondi esteri delle organizzazioni se i loro capi non avessero acconsentito ad aprire i loro database allo State Security (condizione necessaria per continuare a esistere, rincarata da minacce personali e alle loro famiglie). Fino alla creazione e approvazione di una vera e propria legislazione restrittiva. Finché il 17 settembre 2016, il Tribunale penale del Cairo ha confermato l’ordine di congelare i fondi personali e i beni di famiglia di numerosi difensori dei diritti umani e delle loro organizzazioni: tra cui Gamal Eid, dell’ Arabic Network for Human Rights Information, Bahey El Din Hassan, fondatore dell’Istituto del Cairo per gli studi sui diritti umani (Cihrs), Hossam Bahgat e Abdel Hafez Tayel dell’Egytpian Initiative for Personal Rights (Eipr) e il centro di Hisham Mubarak Law e il suo direttore Mostafa Al Hassan. In tutto, quarantuno ong egiziane sono state incluse nel Caso n. 173, accusate di “ricevimento di finanziamenti stranieri illegali” e di “operare senza permesso legale”. Nel novembre 2016, il parlamento ha votato una legge che criminalizza le attività delle organizzazioni della società civile se queste operano senza l’approvazione di un nuovo ente normativo, gestito dalle agenzie di sicurezza. I trasgressori sono condannati a pene detentive fino a cinque anni, a cui si aggiungono pene di 500mila lire egiziane e l’ergastolo se le ong finanziate dall’estero “danneggiano l’interesse nazionale”. Frequenti negli anni sono stati i casi d’irruzione armata negli uffici delle ong: alcune ong, come il Nadeem Center for the Rehabilitation of Victims of Violence and Torture sono state chiuse dal governo. Altre, come Cihrs, si sono spostate a Tunisi.

Perché il governo stringe la morsa sulle ong e sulla società civile? Perché le istanze della rivoluzione (il cui slogan era: pane, libertà, giustizia sociale) si erano riversate nella partecipazione e a una concezione attiva di cittadinanza. Quello che il movimento politico variegato di Tahrir ha capito, è che per ricostruire uno spazio politico forte, si doveva ripartire dal basso. Così hanno fatto i socialisti rivoluzionari, i liberali e gli islamisti: in forme diverse. I Fratelli Musulmani e i salafiti hanno rinforzato le loro charities, con cui assegnavano sussidi e aiuti sociali ai loro membri, distribuendo beni di prima necessità e arrivando addirittura a calmierare i prezzi nelle piazze di alcuni souq (mercati). I laici, talvolta in collaborazione con organizzazioni di stampo religioso, attraverso centri e ong che si occupavano di assistenza legale, di minori, e di diritti umani, economici, sociali e di genere. Delle nuove restrizioni, ne risentono anche le manifestazioni culturali, come il festival D-Caf nato nel 2012, e la scena cinematografica, teatrale e musicale indipendente che era fiorita  attraverso la costituzione di associazioni e ong.  

 

La prigione come microcosmo della società

“I prigionieri discutono di tutto quello che succede, qui è rappresentato l’intero spettro politico del paese”. Era il maggio del 2014 quando El Massry, avvocatessa di Alessandria e icona della lotta per i diritti umani e civili in Egitto, ritrovava lo specchio del paese nella cella 8, blocco 1, del carcere femminile di Damanhour: “la prigione è un microcosmo della società”. Quattro anni e tre condanne dopo, Mahienour che oggi ha 32 anni, è ancora convinta che la prigione sia un punto di osservazione privilegiato per capire cosa sta succedendo nell’Egitto di Al Sisi. L’ultima incarcerazione per una “manifestazione non autorizzata” contro la cessione di due isole del Mar Rosso all’Arabia Saudita, l’ha scontata due mesi nella sezione femminile della prigione di Qanater, al Cairo. È uscita vincendo in appello il 16 gennaio scorso. “La sopravvivenza in carcere dipende dalla tua famiglia e da quanti soldi hai”, racconta. C’erano molte donne in cella con Mahienour, prigioniere politiche, islamiste e liberali, ma per la maggior parte si trattava di prigioniere comuni rinchiuse da anni solo perché non erano in grado di pagare i loro debiti. “Eravamo 52 donne in una cella di 6 metri per 4”, racconta: “per 18 ore al giorno ognuna di noi era costretta a vivere in uno spazio vitale di 40 cm, non avevamo nemmeno la possibilità di allungarci e facevamo i turni per dormire sdraiate”. Il peggio però era quando qualcuno si sentiva male: l’ospedale della prigione era accessibile dalla mattina fino alle 14.30 del pomeriggio. Dopo quell’ora le guardie non aprivano più le porte, nemmeno per le emergenze. “Una volta una donna ha partorito in cella di notte, altre sono morte…noi urlavamo chiedendo aiuto e nessuno veniva ad aprirci”. Secondo Taher Mokhtar, dottore e attivista politico che nel 2016 ha passato 8 mesi nel carcere di Tora, al Cairo, “nelle celle i prigionieri si ammalano facilmente a causa di condizioni igieniche disastrose”: polmoniti, disordini digestivi e dermatologici, epidemie di epatite C. Molte persone muoiono per problemi cardiaci. Chi è malato di cancro viene “curato” con bustine di paracetamolo.

Dalla sua cella, Mahienour ha anche assistito alle impiccagioni di alcune prigioniere. “Il giorno dell’esecuzione le guardie venivano sempre all’alba e prendevano le donne di forza per portarle al patibolo. Noi sentivamo le urla dalle nostre celle”. I numeri esatti delle esecuzioni nelle carceri non sono ancora rintracciabili. “Nella prigione di Qanater”, racconta Mahienour, “su molte prigioniere islamiste pendevano accuse per terrorismo fabbricate solo perché erano della Fratellanza, o solo perché i loro mariti o familiari ne facevano parte”. I processi per terrorismo vengono seguiti da corti speciali, istituite dalla legge marziale e gestite direttamente dallo State Security (apparato dell’intelligence). Non è previsto diritto all’appello. In tutto le esecuzioni sommarie sono ufficialmente 26 sotto Al Sisi, le prime sei nel 2015, quindici a dicembre 2017, e cinque a gennaio: ufficialmente i condannati sono solo uomini. Come riportano testimonianze raccolte da quelle stesse ong egiziane per i diritti umani tenute in scacco dal regime, l’utilizzo sistematico della tortura da parte delle forze di sicurezza è la prassi per estrapolare le “confessioni”. Chi interroga i prigionieri, li spoglia, li tortura con cavi elettrici, li picchia, li appende alle gambe e ai polsi per ore, strappa loro unghie e denti, li insulta e in alcuni casi li sevizia. Finché qualcuno non cede e accetta di registrare un video per confessare un crimine che non ha commesso. “Le sparizioni forzate sono il marchio di fabbrica della presidenza Al Sisi”, dice Mohamed Lotfy, presidente dell’ong Commissione Egiziana per i diritti e le libertà. L’Ecrf, insieme ad altre ong egiziane, ha documentato 1500 casi di desaparecidos egiziani anche se, Lotfy è convinto, ci sono altre centinaia di storie che non sono ancora venute a galla.

 

Il buco nero dell’informazione, la lotta al terrorismo

Non è semplice in Egitto parlare di sparizioni forzate e torture. Dal maggio 2017 le autorità egiziane hanno oscurato almeno 465 siti web di giornali e dal 3 febbraio 2018, cioè il giorno successivo al via ufficiale della campagna elettorale, il governo ha anche bloccato l’accesso a uno strumento di divulgazione affiliato a Google, l’ Accellerated Mobile Pages (Amp), che siti d’informazione indipendente come Mada Masr e New Arab utilizzavano come piattaforma alternativa. Secondo l’Indice Mondiale per la Libertà di Stampa di Reporter Senza Frontiere, l’Egitto è al 161 posto su 180 paesi, con 20 giornalisti attualmente rinchiusi in carcere. Gli ultimi inclusi nella lista sono Mohamed al-Hosseiny e Angham Ghoneim, giornalista e fotografo, arrestati mentre preparavano un servizio sull’inflazione in Egitto: un argomento sensibile, perché la svalutazione della lira egiziana in cinque anni ha fatto triplicare il prezzo del pane e dei beni di prima necessità; una situazione aggravata dalla riduzione dei sussidi statali su elettricità e gas richiesta dal Fondo Monetario Internazionale.

Il grande buco nero dell’informazione egiziana resta però il Nord Sinai, dove dal 2013 si sono susseguite campagne militari contro un’insorgenza islamista che nel frattempo si è ri-denominata Wilayat Sina (ISIS in Sinai). A febbraio è ripartita l’ennesima operazione: “Sinai 2018”, una campagna militare che consiste in bombardamenti a tappeto con l’utilizzo comprovato di bombe a grappolo. La strategia è sempre la stessa: repressione violenta, punizioni collettive e distruzione di interi villaggi, inclusa la città di Rafah al confine con Gaza. I risultati negli anni invece sono cambiati: i raid dell’aviazione, le forze speciali e la fanteria dispiegate sul terreno non sono servite a sradicare i gruppi jihadisti. Anzi, gli attentati si sono moltiplicati su tutto il territorio egiziano. In compenso sono morti centinaia di civili, si contano migliaia di sfollati e le poche immagini che escono dal campo di battaglia mostrano macerie e muri di case diroccate ridotti a colabrodo. L’apparato però continua a muovere guerra, perché la lotta al terrorismo è il cuore della legittimità politica di Al Sisi. In politica interna gli consente di promuoversi come il garante del mantenimento dell’ordine e della stabilità del paese, e di conseguenza anche di avere mano libera nel reprimere ogni forma di opposizione in completa impunità. In politica estera, lo erige a uomo-forte, l’unico possibile oggi per l’Egitto, in grado di evitare che il paese più popolato di tutto il Medio Oriente e Nord Africa diventi una polveriera. La retorica è presa per buona dalle cancellerie russe, occidentali e del Golfo che, all’inizio del suo secondo mandato, gli forniscono un pieno appoggio politico.

 

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