Maurice Sendak il ritorno dei mostri

di Nadia Terranova

illustrazione di Maurice Sendak

Torna finalmente in libreria il capolavoro di Maurice Sendak Nel paese dei mostri selvaggi, pubblicato per la prima volta nel 1963 in America da Harper & Row, tradotto in Italia da Emme Edizioni nel 1981 e poi da Babalibri nel 1999, sempre nella versione di Antonio Porta, quindi scomparso dagli scaffali italiani con costernazione di quei maestri, genitori, librai e operatori culturali che per anni si sono visti privati dello strumento più efficace per raccontare ai bambini il loro lato selvaggio, ovvero la parte più interessante di ogni essere umano. Torna dunque Sendak nella nuova traduzione di Lisa Topi, stavolta per la collana “i cavoli a merenda” dell’Adelphi, che stampa pochissimi libri e non ammicca né ai grandi né ai piccoli, mostrando anzi una passione nera per il finale non lieto – basti pensare che in catalogo ci sono testi come Greta la matta di Geert de Kockere in cui la protagonista è una ragazzina che a causa della propria diversità si suicida e I piccini di Gashlycrumb di Edward Gorey che altro non è se non un gotico elenco di decessi di bambini in ordine alfabetico. Fa sorridere, perciò, che ci si affanni a salutare il ritorno di Nel paese dei mostri selvaggi sciorinando le interpretazioni più varie e rassicuranti sulla buona pedagogia di cui dovrebbe essere portatore, come se ancora si dovesse rispondere a Bruno Bettelheim, che all’uscita del libro ordinò spaventato di boicottarlo (confessò in seguito di non averlo mai letto). Quanta paura può fare un albo illustrato che ruota tutto intorno a ciò che non è addomesticabile, ovvero alla parola “wild”?

Facciamo un passo indietro. La trama è semplice e geniale: Max è un bambino che ama i giochi selvaggi, una sera indossa un costume da lupo e combina più d’un guaio, la mamma lo manda a letto senza cena ma nella sua stanza crescono il mare e una foresta; Max sale su una barchetta, naviga a lungo e approda nel paese dei mostri selvaggi che lo nominano loro re; comincia a questo punto una serie di illustrazioni mute che raccontano le danze selvagge del bambino insieme alle creature dagli occhi gialli, finché Max si stanca e le manda a letto senza cena; preso dalla nostalgia, sente odore di cibo, si rimette sulla barchetta e nonostante le proteste dei mostri ormai suoi sudditi torna a casa, nella sua stanza, dove la cena è ancora calda.

Moltissimi sono i dettagli su cui soffermarsi in questa storia in cui a un protagonista bambino è concesso di essere cattivo senza un perché, nel regno dove non esiste offesa, cioè quello fantastico, ma anche in quello reale, degli esseri umani a lui più prossimi, cioè i familiari. Sendak stesso disse che l’ispirazione dei mostri gli venne dagli orribili e noiosi parenti in visita a casa negli anni dell’infanzia, perciò è legittimo sovrapporre Maurice con Max e sospettare l’infinito divertimento che deve aver procurato nello scrittore e disegnatore la creazione di una storia così libera, incattivita e gioiosa insieme, deliziosa e mostruosa. Max può essere cattivo perché la sua cattiveria di bambino reagisce a quella degli adulti: ma, mentre un costume da lupo non ferisce, una sera senza cibo è una sera dolorosissima, una punizione che fa male, e infatti qualcuno (presumibilmente la stessa mamma che gli aveva gridato “selvaggio!”) alla fine ha portato nella stanza del bambino un piatto caldo. Ma la mamma è anche quella a cui Max ha gridato di rimando “Ti mangio!”, ovvero lo stesso desiderio che i mostri, affranti per la partenza del loro re, manifestano implorandolo di restare: “Non te ne andare! Ti amiamo così tanto! Ti mangeremmo!”, svelando quindi l’indicibile verità, ovvero che dietro la metafora di una pulsione cannibale si cela un profondo desiderio d’amore – del resto gli innamorati si dicono a vicenda “ti mangerei” per esprimere la propria insaziabilità. E se l’amore fagocita, come non averne anche paura? Per esempio si può reagire difendendosi e partendo per un posto lontano, come fa Max per ben due volte, scappando prima dall’amore che si manifesta con la rabbia (la mamma) e poi dalla rabbia che si manifesta con l’amore (i mostri).

Queste mie interpretazioni, che si vanno ad aggiungere alle tante, tantissime, accumulate nel corso dei decenni, non devono tuttavia togliere nulla al libero godimento del testo e delle illustrazioni di Sendak come pura esperienza artistica. Sia per i bambini che per i grandi è una gioia leggere e rileggere Nel paese dei mostri selvaggi: il viaggio sulla barchetta di Max è liberatorio, esilarante, ipnotico. L’unico rimpianto è che Sendak sia ancora così poco presente oggi nelle librerie italiane (sempre nel catalogo Adelphi è disponibile la serie di Orsetto, di Else Holmelund Minarik, di cui Sendak però è solo illustratore) e che si finisca sempre per parlare di Nel paese dei mostri selvaggi, quando ci sarebbero tanti altri libri da tradurre.

Una notazione a parte va poi fatta sulla bella, studiata traduzione di Lisa Topi, che cambia la lettura rispetto a quella storica e poetizzante di Antonio Porta, a cui pure c’è da essere grati e affezionati. Topi riporta la lingua di Sendak all’essenzialità, che è la sua caratteristica più forte, e compie un attento gioco di bilanciamento da una riga all’altra, da una pagina all’altra, di modo che non si perda nulla dell’equilibrio complessivo. Porta, piuttosto, stava dietro alle sequenze come fossero quelle di un componimento, a volte di una filastrocca, e azzardava memorabili interpretazioni come “ridda” (“rumpus”) che ora qualcuno rimpiange e Topi traduce con “finimondo”. Ma non di banalizzazione si tratta, bensì di un tentativo mirato e riuscito di aderenza al testo originale, e nel complesso la nuova traduzione è adatta a nuovi lettori e a un nuovo tempo, proprio perché ci riporta a un’asciuttezza tipica della narrativa che sa usare il libero verso, come era quella di Maurice Sendak.

 

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