Mai dimenticare Marx

Il prossimo 5 maggio saranno duecento anni dalla nascita di Karl Marx. È stato cacciato da tre nazioni, la Germania, la Francia, il Belgio. L’Inghilterra lo accolse senza concedergli la cittadinanza, infiltrando spie e leggendogli la corrispondenza. Visse molti anni in miseria e soppravvisse grazie all’amicizia di Engels. Ci ha dato una “concezione materialistica della storia”, ci ha spiegato l’origine del “plusvalore” e ha posto le basi alla Prima internazionale dei lavoratori. L’edizione critica della sua intera opera (volumi pubblicati, manoscritti, corrispondenza, quaderni di lavoro) è ancora in corso e verrà completata nel 2025. I brani qui riportati, tratti da opere giovanili e della maturità, sono un invito a leggerle per intero. Per le “some” che ha trasportato fino a noi, propongo di insignire Marx del titolo di “Asino onorario” (Nino Morreale)

Con l’economia politica stessa, con le sue proprie parole, abbiamo mostrato che l’operaio decade a merce, la più miserabile merce; che la miseria dell’operaio sta in rapporto inverso alla potenza e grandezza della sua produzione; che il risultato inevitabile della concorrenza è l’accumulazione del capitale in poche mani, dunque una restaurazione più spaventosa del monopolio; e che infine scompare la distinzione fra capitalista e proprietario fondiario, come quella fra contadino e operaio di fabbrica, e l’intera società deve sfasciarsi nelle due classi dei possidenti e dei lavoratori senza possesso. L’economia politica parte dal fatto della proprietà privata. Non ce la spiega. Essa esprime il processo materiale della proprietà privata, il processo da questa compiuto in realtà, in formule generali, astratte, che essa poi fa valere come leggi. Essa non comprende queste leggi, cioè non mostra come esse risultino dall’essenza della proprietà privata. L’economia politica non ci dà alcun chiarimento della ragione della divisione di lavoro e capitale, di capitale e terra. Quando, per esempio determina il rapporto del salario al profitto del capitale, vale per essa come ultima ragione l’interesse del capitalista: cioè suppone ciò che deve spiegare. Parimenti la concorrenza entra dappertutto: essa viene spiegata con condizioni esterne. Come queste condizioni esterne, apparentemente accidentali, siano soltanto l’espressione di uno sviluppo necessario, questo, l’economia politica non ce lo dice. (Manoscritti economico-filosofici 1844, Editori Riuniti 1966 p. 193).

La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta, lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta.(…) La società borghese moderna, sorta dal tramonto della società feudale, non ha eliminato gli antagonismi tra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta. La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si distingue però dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L’intera società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l’una all’altra: borghesia e proletariato (…) La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria. Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo “pagamento in contanti”. Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfuttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche. La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che finora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l’uomo di scienza, in salariati ai suoi stipendi. La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro. La borghesia ha svelato come la brutale manifestazione di forza che la reazione ammira tanto nel medioevo, avesse la sua appropriata integrazione nella più pigra infingardaggine. Solo la borghesia ha dimostrato che cosa possa compiere l’attività dell’uomo. Essa ha compiuto ben altre meraviglie che piramidi egiziane, acquedotti romani e cattedrali gotiche, ha portato a termine ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le crociate. La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. (Manifesto del partito comunista 1848), Einaudi 1966, pp. 100-04).

“Ma ancora più semplice è il modo di procurarsi il pane nelle isole orientali dell’arcipelago asiatico dove il sago cresce spontaneamente nella foresta. Quando gli abitanti scavando un buco nel fusto, si sono persuasi che il midollo è maturo, il fusto viene abbattuto e diviso in più pezzi, il midollo viene raschiato ed estratto. Mischiato con acqua e filtrato; esso è allora farina di sago perfettamente utilizzabile. Un albero rende comunemente 300 Pf. E può renderne anche 5-600. Colà si va dunque nella foresta e ci si taglia il pane come da noi si taglia la legna da ardere”. (von J.F.Schouw, Die Erde, die Planzen und der Mensch, 1854). Poniamo che sia necessario 1 giorno (di 12 ore) alla settimana perché questo tagliatore di pane soddisfi tutti i suoi bisogni. Se venisse introdotta la produzione capitalistica, egli dovrebbe lavorare 6 giorni alla settimana per appropriarsi il prodotto di quest’unico giorno. (Manoscritti del 1861-63, Editori Riuniti 1980, p.239)

Ogni capitalista ne ammazza molti altri. Di pari passo con questa centralizzazione ossia con l’espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi, si sviluppano su scala sempre crescente la forma cooperativa del processo di lavoro, la consapevole applicazione tecnica della scienza, lo sfruttamento metodico della terra, la trasformazione dei mezzi di lavoro utilizzabili solo collettivamente, la economia di tutti i mezzi di produzione mediante il loro uso come mezzi di produzione del lavoro sociale, combinato, mentre tutti i popoli vengono via via intricati nella rete del mercato mondiale e così si sviluppa in misura sempre crescente il carattere internazionale del regime capitalistico. Con la diminuzione costante del numero dei magnati del capitale che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione, cresce la massa della miseria, della pressione, dell’asservimento, della degenerazione, dello sfruttamento, ma cresce anche la ribellione della classe operaia che sempre più s’ingrossa ed è disciplinata, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico. Il monopolio del capitale diventa un vincolo del modo di produzione che è sbocciato insieme a esso. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati” (Il Capitale, libro primo cap.24 (1867), pp.825-26, Editori Riuniti 1964).

 

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