L’Italia s’è destra

di Piergiorgio Giacchè

 

illustrazione di Claudia Palmarucci

Prima del voto

Gennaio 2018

Siamo sempre in “campagna”. Dalle precedenti elezioni alle nuove elezioni è stata tutta una campagna, in cui la discussione e la definitiva approvazione di una nuova legge elettorale ha tenuto tutti i banchi del parlamento. L’accordo è stato infine raggiunto con un generale disaccordo: battezzata con il solito nomignolo in latino maccheronico – stavolta “rosatellum” da certo Rosato – la legge non ha nessuna rosea speranza di durare. Non c’è partito che non abbia messo al primo punto della prossima legislatura, una nuova legge elettorale… Sempre che un governo riesca a formarsi e che il parlamento riesca a durare il tempo di rifare la legge, inseguendo il solito inganno di una Rappresentanza che garantisca la Governabilità: due corni di un dilemma che solo in Italia non si riesce a sciogliere, ma che per fortuna si riesce a ignorare.

Non c’è Paese d’Europa e forse del mondo, in cui a ogni elezione cambiano le regole, producendo nella gente un disadattamento cognitivo che è forse più forte della disaffezione politica. A ogni tornata – e in Italia non si fa che tornare – prima ancora di decidere “per chi”, bisogna imparare daccapo il “come” si vota… Certo, fare una croce è facile per un popolo ridotto allo stato di analfabetismo politico, ma poi – fra voto disgiunto proibito, parziale maggioritario e maggioranza proporzionale, uninominale e stavolta perfino plurinominale, liste che corrono da sole e coalizioni che marciano insieme per forza (Italia) o per amore (dell’Europa), leader plurimi con tutti i nomi in locandina oppure simboli senza nomi e partiti senza leader… – nessun elettore può immaginare come si farà la conta, ma sa già che non finirà mai… Questa è appunto la nostra “croce”, ma questo è anche il grande “patto” (altro che inciucio) fra tutti i partiti, anzi i partenti per la gara del 4 marzo: no, non si deve conoscere “la sera stessa delle elezioni” chi va al governo, perché soltanto così tutti possono da subito cantar vittoria!

Un tempo, era dopo i risultati che tutti giuravano di aver vinto, ma adesso appena aperta la campagna, tutti assicurano di avere già vinto: è la vittoria la premessa e la promessa di ogni partito. Restano piccoli dubbi a destra su chi prenderà un voto in più e dunque tutto il cucuzzaro, mentre a sinistra (si fa per dire) il Pd non si fa questione di nomi ma pubblicità della “squadra”: e poi c’è anche chi la squadra dei ministri l’ha già presentata al Presidente della Repubblica e magari sta già governando… sia pure virtualmente.

Ebbene, hanno tutti ragione: siamo l’unico paese in cui chi si candida è già vincente, perché si è messo in lista – sia pure d’attesa – nel più grande mercato della repubblica “fondata sul lavoro”. Da noi “partecipare” non ha valore olimpico, ma equivale all’iscrizione a un concorso di stato che vale più di quello degli insegnanti o degli infermieri e perfino della fuga dei cervelli all’estero e dei camerieri a Londra… La scadenza e la sentenza del 4 marzo non darà un seggio a tutti, ma, nella “politica all’italiana”, rientrare fra i papabili anche se non si esce papa fa già curriculum, promette già una carriera. Sarà per questo che, con grande vanto dei partiti, le liste sono piene di nuovi volti ancora senza volto. E se – fra la verde età e la quota rosa – le new entry entreranno davvero, si potrà dire che siamo una democrazia avanzata, anzi rigenerata.

Già nel 2005 Jacques Rancière, uno dei troppi philosophes francesi, aveva teorizzato che per “rivitalizzare una democrazia diventata troppo oligarchica, bisognerebbe tirare a sorte almeno una maggioranza di deputati!”. Ebbene in Italia non si fa molta teoria, ma è l’unica nazione che il sorteggio lo vive nella pratica. E se – onore al merito – sono stati quelli del Movimento 5 stelle a cominciare la riffa con la rete, ormai per tutti la Lotteria elettorale e la sua pubblicità ha sopravanzato e poi sostituito la discussione e la decisione politica.

Passate le elezioni, la febbre scenderà, il governo sarà freddo e se piove sarà ladro, mentre tutti – partiti ed elettori – per “far politica” aspetteranno il prossimo turno, il prossimo sorteggio…

Ecco perché siamo sempre “in campagna” e perché conta solo la propaganda. Da noi si vive di pubblicità-progresso: le promesse possono essere eccessive e “senza copertura”, ma è stupido credere di poterne fare e di vantarsi del buon governo e della buona scuola e degli ottanta euro che sono stati dati e del “molto che resta da fare…” Ecco perché la sinistra di governo parte male o non parte affatto, mentre la destra ha già vinto e convinto tutti da molto tempo. Se si guarda ai programmi di ieri e di domani, si vede bene che la guida a destra non c’è partito che non la tenga, ma solo la “destra storica” sa tenere accesi i motori e contagiare gli umori di tutto l’elettorato.

La destra delle ville in Brianza e delle periferie lombarde sa come si vive in campagna, e rilancia lo scontento ed evoca la paura e resuscita i morti… Stavolta si presenta con un leader che non può partecipare eppure può vincere: uno che ci mette il nome e si rifà la faccia eppure è senza un suo corpo elettorale. La destra si presenta “nel nome del signore!”.

Febbraio 2018

In campagna è un’altra cosa (c’è più gusto), titola un romanzo umoristico di molti anni fa, ma stavolta è cominciata male e non c’è niente da ridere. Un mese prima delle elezioni, a Macerata, un leghista truccato da fascista (o viceversa) prende l’auto e dal finestrino spara a tutti i negri che incontra per strada; dopo averne feriti una dozzina, si arrende o meglio si rende, ammantato di tricolore, al monumento dei caduti della città, dove fa il saluto romano ai carabinieri che lo arrestano. Ma l’atto non è che un antefatto: il fatto “politico” è che arrivano in rete tante approvazioni e compaiono perfino striscioni, e lo stesso avvocato difensore è imbarazzato mentre riceve un’unica voce “critica” che recita: ma che si spara così? avrebbe potuto colpire qualcuno!

È davvero il colmo, come nelle barzellette, ma come già detto non c’è niente da ridere. Si ride invece nelle tribune e talk show piene di politici che fanno concorrenza a Sanremo, mentre riempiono i social di messaggi alle teste e massaggi alle pance di elettori che non fanno audience, ma infine si affezionano o si assuefanno lo stesso.

Gli elettori telespettatori sembrano gradire più le repliche che le innovazioni. Del resto, tutti i personaggi sanno di vecchio anche da neonati: perfino quel Di Maio leader nuovo di zecca, si veste da anziano scolaro uscito dal libro Cuore anziché dalle pagine web del Grillo parlante diventato muto. Al classico e intramontabile Pinocchio continuano invece a ispirarsi tutti gli altri: sia nella versione Renzi dell’asino diventato saccente ragazzino, sia nella splendida visione all’Andy Wharol di un Berlusconi burattino di se stesso (ormai ‘opera d’arte’ da considerare patrimonio unesco dell’umanità!); per tacere degli altri che fanno teatro di figura anche quando non fanno testo, dal mangiafuoco Salvini alla colombina Meloni, dalla Bonino conturbante al posto della fatina Boschi fuggita in montagna, al giudice Grasso e le scimmiottature dell’antica sinistra di lotta… Una sinistra “estrema” diventata così istituzionale da essere rappresentata dalle due maggiori cariche dello Stato… Che la classe operaia sia davvero in paradiso?

Basta battute, altrimenti sembra che la campagna sia divertente invece che avvilente. Certo è che ogni elettore ha avuto il tempo di capire che l’antipatia non è una dote del solo D’Alema, e le stupidaggini non le dice soltanto Razzi: più se ne sentono e meno si ha voglia di sapere, più se ne vedono e meno si ha voglia di votare. Viene il sospetto che tutti i partiti tirino ad allargare l’astensione, e proprio per questo non voglio mancare: non so Come, ma comincio ad avere un Perché andare a votare…

Infine la data fatidica è arrivata, doveva cadere di primavera ma è arrivata la bufera. Neve e ghiaccio ovunque, treni che fanno rimpiangere quel duce che li faceva arrivare in orario… Forse è questa che viene dal cielo l’ultima avvisaglia che la destra è destinata a vincere: l’uomo forte non c’è, graziaddio, ma quei treni che non camminano… perdio!

 

Durante il voto

4 marzo 2018

Nel “segreto dell’urna” ci si sente soli, e anche un po’ morti. Da anni mi consolo votando “contro”, ma stavolta tutti giocano contro e non c’è spazio né modo per ulteriori opposizioni. Per fortuna il voto è segreto, e stavolta voglio che lo sia anche per me. Sento di essere sempre meno democratico, ma chi – mentre fa la coda al seggio – non ha mai sentito ingiusto che il proprio voto scompaia e si annulli nella massa dei voti di tutti? Se c’è uno che è contento di contare uno, scagli la prima pietra!

Abito una piccola città, un piccolo quartiere, una piccola sezione elettorale dove tutti si conoscevano e oggi non si conoscono più: i concittadini al seggio non si guardano più in faccia nemmeno con sospetto, ma ciascuno deposita il suo voto con vergognosa indifferenza. È sempre più simile a quando si va alla toilette, ma infine è fatta, vada come vada, cioè come già si sa che andrà. Ognuno sa che tutti i politici hanno già vinto. E che gli elettori, prima ancora di perdere, si sono persi. La fine delle ideologie prima e delle clientele poi, ha fatto fuori le ultime relazioni e le interminabili discussioni, dopo la morte di tutte le convinzioni. Il voto è così tornato a essere un dovere, e sempre meno è sentito come un diritto.

Non so se è un bene cioè se mi conviene, ma il dovere fa un certo effetto ottico: mi pare di vedere più gente dell’ultima volta allo stesso seggio e alla stessa ora… Uscendo dal seggio, mi viene di scommettere che, contro tutte le circostanze (la data marzolina, le condizioni meteo, il disinteresse diffuso, lo scontento generalizzato e l’eterna ignoranza colpevole…), l’area e la moda del non-voto si stia riducendo. E i primi e i secondi dati della tv sull’afflusso mi confermano che è proprio così: il partito dell’astensione magari conta come ieri ma fa sorpresa e consolazione che non sia aumentato, tanto da non fare notizia.

Invece le statistiche dei votanti sembrano diventare alte come i papaveri… Vuoi vedere che andranno a votare tutti e perfino in troppi e che infine l’Italia s’è desta?

Vuoi vedere che in un certo senso stavolta sta vincendo “potere al popolo”?

 

Dopo il voto

5 marzo 2018

Inutile dare i numeri in una rivista che esce un mese dopo la conta dei voti e la lotteria degli eletti. Si sta scrivendo il giorno stesso dei risultati, e pur senza sorprese si è ugualmente sbigottiti. Anche a sentire in tv i tardivi e cauti commenti di chi vince e di chi perde, si avverte un generale sconcerto, alla lettera: nessuno squillo di tromba e nessuna campana a morto pare in sintonia né con altri né con se stessi. La notte prima degli esami dei voti passa senza tensione malgrado i conduttori facciano di tutto per tenere alta l’attenzione. Ma quasi in sordina è la gioia di chi sta vincendo, e restano sordi quelli che stanno perdendo.

Poi tutto diventa chiaro anzi colorato, e l’Italia si spezza in due secondo tradizione e condizione: si vedono poche macchie rosse sulla pelle azzurra del nord e tutto giallo di bile appare il meridione. Hanno vinto i due popoli ovvero i due populismi più temuti e avversati dalla Pubblica Televisione. Ma anche a cose fatte, nessuno sembra veramente contento o seriamente preoccupato: alla fine, Grillo fa festa ma come se non credesse ai suoi pinocchi, mentre Berlusconi perde in borsa la gara che aveva fatto per tornare in vita… La Meloni ha raccolto molte zucche nel suo piccolo orto, mentre Salvini ringrazia per la troppa grazia dovuta al fatto di aver giurato sul Vangelo. Renzi si dimetterà… quando vorrà e se potrà, poiché con lui il Pd è solo sconfitto ma senza di lui rischia di sparire…”alla francese”.

Il sorteggio degli eletti non è ancora finito – ci vorranno giorni – ma la sorte ha intanto premiato i 5 stelle e la Lega: non per i programmi e nemmeno per le promesse, non per il reddito di cittadinanza e nemmeno per la legge Fornero, ma allora perché? Si può azzardare non una spiegazione ma un’impressione su quale sia stato quel minimo comune che ha fatto il multiplo del voto sia alla Lega del nord che alle stelle del sud. Al fondo – ed è dal basso che vengono i voti – sono stati forse due slogan banali banali a convincere e coinvolgere due popoli e due territori diversi, ma non più tanto divisi. Si può scommettere che il nord sia stato conquistato da “Prima gli italiani!” e il sud sia stato tentato dal più arcaico “Largo ai giovani!” impersonato dai vispi grillini. Si potrà obiettare che gli immigrati in realtà sbarcano al sud, e che è invece al nord che i giovani cercano e trovano lavoro, ma va a capire come funzionano le correnti di opinioni in un Paese spensierato come il nostro.

E però bisognerebbe almeno capire come mai la cultura politica si può ridurre ai minimi termini mentre il lavoro culturale e l’impegno sociale non si traduce mai in voti, anche quando sembra dare frutti. Insomma, quanto contano le minoranze attive, il volontariato più generoso, gli studenti più impegnati, gli intellettuali ancora pensanti e non venduti? E perché non valgono i libri e i film e perfino le canzoni che ispirano apertura e alimentano l’intelligenza?

Sia nel mercatino alternativo che nel supermercato c’è un’offerta di discussione e di confronto prodotta da tanti blog e gruppi e perfino piccole riviste come la nostra: sono molti a incontrarsi e alimentarsi l’un l’altro, cercando di capire e sfidare, di “fare del bene” o almeno di “fare bene” o appena di “predicare bene”. C’è perfino un Papa che pensa e dice bene invece di limitarsi a benedire, un papa diventato famoso in tutto il mondo e molto ascoltato anche se poco imitato.

A conti fatti allora – e a voti dati – viene da pensare che nel segreto dell’urna, la comunione di cultura non fa comunicazione politica. Viene da pensare che, a fronte di mille consumi e servizi culturali, si dev’essere chiusa la naturale porosità che collegava – fra la gente e dentro ciascuna persona – le idee e i sentimenti, le opinioni e le azioni, la Cultura e la Politica insomma.

L’antipolitica allora non è più un’opzione ma una condizione: in modi diversi e per mondi divisi, è la condizione che opprime sia la cultura ideale che il paese reale.

*

Ultima ora, dice la striscia in basso del televisore, durante lo spoglio dei risultati. La campagna è finita come era cominciata: a Firenze, un tale depresso che si voleva uccidere ha preferito sparare al primo passante che ha visto. Sì, forse un ambulante… Sì, certamente uno straniero ma non si sa di che nazionalità… Sì, era un uomo di colore ma il razzismo non c’entra…

Un nero per caso.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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