La questione razziale al tempo di Lula e Dilma

di Cidinha da Silva

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Cidinha da Silva è prosatrice e drammaturga e ha organizzato due opere di riferimento sui rapporti razziali in Brasile: Ações afirmativas em educação: experiências brasileiras (2003) e Africanidades e relações raciais: insumos para políticas públicas na área do livro, leitura, literatura e bibliotecas no Brasil (2014).

Le strategie di istituzionalizzazione della questione razziale in Brasile risalgono all’inizio degli anni ottanta. Pur nella sua complessità e diversa portata, come nei suoi successi e insuccessi, tali strategie sono state capaci di portarci al livello in cui siamo oggi, ossia ammettere finalmente che esiste razzismo nella società brasiliana, ma questo non si traduce nell’ammettere quanto il suo ruolo sia strutturante dei rapporti umani e istituzionali. Il razzismo strutturale è, per questo, un fenomeno che deve essere decodificato, compreso e affrontato.

In questo senso, dopo dodici anni di istituzionalizzazione della promozione dell’uguaglianza razziale nella sfera federale (2003-2014), sarebbe necessario pensare la questione in un modo più ampio, come componente integrale di un progetto di paese. Il Brasile non potrà mai svilupparsi lasciando fuori più della metà della sua popolazione, cioè il 53% di neri. La maggioranza demografica è poco rappresentata negli spazi del potere e della decisione e soprattutto non ha reale accesso a quelle opportunità considerate più socialmente valide.

Diventa indispensabile, quindi, incorporare la promozione dell’uguaglianza razziale come principio delle politiche universali, orientarle verso uno sviluppo economico e sociale inclusivo, partendo dal perfezionamento dei canali di partecipazione democratica, con il conseguente rafforzamento delle istituzioni repubblicane.

Gli sviluppi futuri della promozione dell’uguaglianza razziale dovrebbero avere come principale riferimento la propria sostenibilità a corto, medio e lungo termine. Sarebbe necessario uno scenario politico, istituzionale, sociale, giuridico ed economico caratterizzato da indicatori capaci di configurare un quadro di effettiva uguaglianza di opportunità tra tutti i cittadini e le cittadine, indipendentemente dall’appartenenza etnico-razziale.

Purtroppo siamo invece alla mercé di venti retrogradi che, anche durante i governi Lula e Dilma, hanno voluto estinguere ministeri specifici (Promozione della uguaglianza razziale e della donna) e metterli sotto l’etichetta più generica di diritti umani.

La stessa Seppir – Secretaria de promoção de políticas públicas de igualdade racial (gestione Luíza Bairros) – ha suggerito come primo passo di stabilire un patto di sostenibilità delle iniziative di promozione dell’uguaglianza razziale, sotto l’egida della presidenza della Repubblica, avendo come principale strumento una nuova politica di promozione dell’uguaglianza sociale senza alcun danno per l’agenda politica e del protagonismo sociale del movimento nero. In quasi quattro decadi di dibattiti e iniziative di lotta al razzismo intraprese dai movimenti sociali il compito di promuovere la popolazione nera si è fatto più complesso. La popolazione nera ha sperimentato processi di mobilità sociale, di rafforzamento della coscienza razziale e di affermazione culturale. Ciò nonostante tali processi hanno avuto effetti smorzati dal permanere della disuguaglianza razziale e dalla sovra-rappresentazione nera nei settori più poveri e dalla maggior esposizione di questo segmento alla violenza letale.

Secondo la Mappa della violenza 2013 Omicidi e gioventù in Brasile tra il 2003 e il 2013 permane la tendenza all’aumento delle morti per omicidio della popolazione nera (30,65) a fronte di una diminuzione del numero di omicidi della popolazione bianca (26,4%). Questo si verifica in modo più accentuato nella popolazione giovanile, rivelando la selettività generazionale e razziale della violenza letale in Brasile. Il numero di giovani neri uccisi quotidianamente nei grandi, medi e piccoli centri urbani brasiliani, sono cifre da guerra civile, da genocidio.

Avevamo davanti, nel momento che precedeva la rielezione della presidente Dilma (fine del 2014) la sfida di costruire un’idea di sviluppo capace di comprendere le diverse identità razziali ed etniche come parte delle soluzioni di cui il paese aveva e ha bisogno, che non le vedesse solo come beneficiarie di soluzioni che tendono a perpetuare una condizione di subalternità. Una vera istituzionalizzazione di una politica di promozione di uguaglianza razziale richiedeva revisioni che riguardavano i tre poteri della repubblica e diversi agenti sociali. Ossia, evocando un concetto originario dell’amministrazione pubblica, sarebbe necessario adottare un accordo istituzionale che coinvolga la leadership, (strategia e piani precisi, cittadini e cittadine e società, l’informazione e i saperi; persone; processi e risultati) per garantire sostenibilità alle politiche di promozione dell’uguaglianza razziale..

Anche se d’accordo con quanto la Sappir ha sistemizzato durante la gestione di Luíza Bairros, la sostenibilità delle politiche di promozione dell’uguaglianza razziale deve essere intesa partendo da cinque componenti interconnesse: il livello sociale, politico istituzionale, giuridico ed economico.

L’aspetto sociale si riferisce alla società civile organizzata, principalmente al movimento nero, che dopo anni di lotta è riuscito a inserire il tema del razzismo nel dibattito pubblico e della lotta contro le diseguaglianze razziali nell’agenda dello stato brasiliano. La sostenibilità implica la creazione di un ambiente favorevole al rafforzamento istituzionale delle organizzazioni e della loro autonomia politica.

La dimensione politica ha a che vedere con i partiti politici che dovrebbero incorporare mete di rappresentazione della diversità razziale all’interno delle leggi. L’approccio istituzionale dovrebbe materializzarsi nella creazione, nel settore pubblico, di organi destinati alla Politica Nazionale della Promozione dell’uguaglianza razziale.

La parte giuridica agirebbe allora con l’obiettivo di dare stabilità ai rapporti e ai processi derivati dall’istituzionalizzazione delle politiche di promozione dell’uguaglianza razziale. Ciò coinvolgerebbe l’elaborazione, l’approvazione e la regolamentazione delle componenti giuridiche che consolidano, preferibilmente attraverso leggi ordinarie, queste politiche nell’ambito delle competenze degli enti federativi. Infine la dimensione economica riguarderebbe i meccanismi di finanziamento delle politiche di promozione dell’uguaglianza razziale, con la costituzione di un fondo stabilito al momento della legge che ha portato all’istituzione dell’uguaglianza razziale, ma che dovrebbe anch’essa essere rivista. C’è bisogno di stabilità delle forme di finanziamento per definire le risorse costituzionali che sostengono le politiche pubbliche dette universali.

Dilma Rouseff ha vinto le elezioni presidenziali del 2014 e il suo principale oppositore Aécio Neves (Psdb) non ha accettato la sconfitta e, assieme a vari politici, settori dell’informazione egemonica, imprese e una parte del potere giudiziario, hanno tramato e organizzato un colpo di stato politico, parlamentare, mediatico e giuridico nel 2016 che ha avuto come risultato la deposizione della presidente Dilma e la dissoluzione quotidiana e irrefrenabile dello stato democratico di diritto.

La popolazione nera, principale beneficiaria delle politiche sociali dei governi Lula-Dilma, è attualmente la più toccata (insieme agli índios) dallo smantellamento dello Stato, e si è posizionata di fronte al golpe sostanzialmente assumendo quattro tipi di posizioni: la prima, maggioritaria, ha dimostrato totale apatia politica, senza capire che si sarebbero dovute prendere le strade per garantire e preservare diritti duramente conquistati; la seconda, in numero molto esiguo, ha fatto il gioco dei neri di destra che partecipavano alle manifestazioni bianche, anch’esse di destra, che hanno appoggiato il golpe.

Il terzo gruppo, piccolo anch’esso, si diceva critico del governo Dilma e per questo non sentiva di dover lottare, data la convinzione che “nelle periferie brasiliane il golpe è tutti i giorni, e che questo golpe si esprime nella violenza letale messa in atto contro uomini e donne neri che aumenta tutti gli anni, nell’olocausto del sistema di detenzione brasiliano (75% della popolazione carceraria femminile è composta da donne nere) e della assoluta cecità del governo riguardo i diritti delle comunità quilombolas, sparse per tutto il paese, principalmente quelle in contezioso con le terre delle forze armate brasiliane. Criticavano, inoltre, la politica imperialista del Brasile in Angola e Mozambico, lo sfruttamento multinazionale delle imprese brasiliane, delle ricchezze del Continente africano e il supporto all’occupazione militare di Haiti.

C’è stato poi un gruppo numeroso di popolazione nera che ha partecipato alle manifestazioni per la garanzia della democrazia perché ha creduto nella possibilità di dialogo con lo Stato, nel diritto di Dilma a continuare il suo mandato, visto che si trattava di un presidente legittimamente eletto, e nei diritti conquistati con molta lotta.

Si trattava di un insieme di persone che sosteneva le 18 università pubbliche messe in piedi durante i governi Lula-Dilma, la maggior parte di esse nell’interno del Brasile, e di più di cento scuole tecniche, che hanno generato centinaia di posti di lavoro per master e dottorati e migliaia di posti per studenti nelle parte più recondite del paese attraverso l’esame nazionale che regola la politica di accesso crescente del popolo all’università pubblica. Le lavoratrici domestiche sono in particolare i nuovi volti di questa università. Migliaia di neri entrano all’università grazie alle quote. Milioni di persone sono uscite dalla miseria grazie al Programma Bolsa-Familia e alle altre politiche contro la povertà come Minha casa-Minha vida, o i sistemi di finanziamento popolare della propria casa, hanno tolto il Brasile dalla mappa della fame. E capire lo scontento di certi settori della società presidenzialista non vuol dire autorizzare la deposizione di una presidente, che è accettabile solo in caso di responsabilità in crimini comprovati.

La questione più scottante dell’attualità brasiliana rimane però il genocidio in corso della gioventù nera e altre violenze razziali associate, che non smuovono l’opinione pubblica e le autorità e che non aprono a una crisi etica.

La parte più ovvia del problema è che a partire da questioni storiche legate allo sfruttamento di essere umani da parte di altri simili, il corpo nero è stato visto come un corpo di minor valore, facilmente sostituibile. Un corpo mutilato in modo impunito, usato per gli addestramenti sociali necessari alla manutenzione di un potere che sa solo sfruttare. Un corpo ignorato, quando conveniva, attraverso la negazione della sua condizione di corpo umano. Nel 2016 ho pubblicato un libro, Parem de nos matar (Smettete di ammazzarci), che documenta in forma di cronache e saggi ciò che non può essere dimenticato. Il mio obbiettivo è stato di cercare di rendere più robusta un’etica dell’attenzione delle persone nere verso se stesse, attraverso una lettura critica delle proprie memorie.

Si tratta di un libro attivo, che in molti casi incontra parenti e amici di persone nere assassinate o scomparse, incontri che non poche volte causano difficoltà e dimostrano l’impotenza dell’autrice, come è successo durante un corso al Secs di Ribeirao Preto in cui era presente la sorella di Luna Barbosa, una giovane lesbica nera uccisa dalla polizia perché si era rifiutata di venire perquisita da uomini, nel 2015. O ancora l’incontro con Ruth Fiúza, madre de Davi Fiuza, fatto scomparire nel 2015 dalla polizia a Salvador da Bahia. La domanda che mi tortura è: cosa fare di fronte a morti o scomparse così avvilenti? E la risposta è stata fino a questo momento di proseguire con una produzione letteraria ricca di senso, in modo da non dimenticare noi stessi e da dove veniamo, il nostro percorso verso una comunità futura. In questo modo Cláudia da Silva Ferreira, trascinata nel portabagagli di una macchina della polizia a Madurerira (Rio de Janeiro 2015) non è un caso isolato, siamo tutte Cláudia, perché, come donne nere, siamo esposte alla stessa sorte. Il libro contiene un insieme di testi che riguardano lo sterminio del popolo nero in senso più largo, non solo in quello della loro morte fisica. Dalla vita strappata, a quella che sopravvive, ma che non conta nulla.

La dimensioni razziale della persecuzione ai Rolezinhos nei centri commerciali di São Paulo e di tutto il Brasile, appuntamenti che si danno in questi luoghi centinaia di giovani poveri che non vi vanno per comprare alcunché e abitanti della periferia, porta alla relativa discussione della politica di confinamento destinata a certi gruppi sociali contro il diritto alla città. Nel settembre di quest’anno la polizia di San Paolo è riuscita a superare quella di Rio e ha ucciso 10 uomini nel quartiere Morumbi. Nel libro ci sono anche testimonianze dei movimenti delle donne nere, del modo come la programmazione televisiva, principalmente la Globo, considera i neri, del razzismo nel calcio e nella scuola, delle reazioni di figure pubbliche sui casi di violenza più cruda. E parlo ancora della presenza e partecipazione delle persone nere nel movimento preparatorio al golpe, dei neri di destra e di tutti quello che hanno fatto parte della resistenza democratica, e dei musicisti di funky che hanno organizzato balli di favela sulle spiagge di Copacabana, per gridare che la gioventù nera e funkeira è anche una gioventù universitaria, anche se i golpisti volevano bloccare la loro ascensione sociale. Ho incluso anche testi di poesia, perché non possiamo perdere la speranza e dobbiamo insistere sulla poesia, che fa parte della promozione dell’umanità più profonda e della lotta più completa al razzismo.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Trackback from your site.

Leave a comment