La mafia, una violenza piena di futuro

di Isaia Sales

disegno di Mara Cerri

Esiste una continuità di pensiero tra alcuni grandi personaggi della cultura siciliana, tra i quali anche Sciascia: chi vuole capire la mafia fuori dalla Sicilia non è il benvenuto. Quando un problema lo vedi troppo da vicino, non riesci a comprenderlo. Naturalmente noi dobbiamo molto agli storici siciliani, ma credo sia stato un gravissimo errore separare lo studio delle tre mafie italiane, come se avesse dignità di studio e di esistenza solo la siciliana. Le tre mafie italiane sono nate nello stesso periodo storico e sotto lo stesso regime politico istituzionale, e hanno avuto nel tempo gli stessi modi di agire. Com’è possibile che gli storici italiani non abbiano colto questa unicità del fenomeno? Si tratta di “tre sorelle” che hanno però dei caratteri diversi, influenzate dal contesto in cui si sono trovate a vivere. Per esempio, i siciliani non accettano che sia nata prima la camorra della mafia (cosa storicamente certa) e che alcune parole di quel mondo, come “pizzo” e “omertà”, non siano parole siciliane. Pizzo è il giaciglio che nelle carceri i camorristi offrivano a pagamento ai nuovi arrivati. Pizzo in napoletano vuol dire un piccolo luogo quasi nascosto, oppure quello in cui il camorrista si piazzava per estorcere; era il “pizzo” da cui controllava i mercati dove estorceva.

Basta leggere il libro di Francesco Benigno, La mala setta. Alle origini di mafia e camorra. 18591878 (Einaudi 2015). I camorristi sono stati i primi mafiosi: la loro nascita come setta risale al 1820 e nel 1842 hanno avuto un primo statuto. Le mafie sono nate nelle carceri e nell’esercito. E nelle carceri i napoletani erano di più, per un fatto naturale dovuto alla sovrappopolazione di una grande metropoli, che produceva necessariamente più criminali. Mentre nell’esercito si sviluppava una dimestichezza con le armi e con la violenza. L’influenza della camorra ottocentesca è riscontrabile negli attuali riti di iniziazione della ’ndrangheta, uguali a quelli della camorra all’inizio dell’Ottocento. Il primo testo siciliano che parla di mafia è I mafiusi de la Vicaria, un’opera teatrale scritta in dialetto nel 1863 da Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca. Ebbene, il protagonista è un camorrista napoletano rinchiuso nel carcere di Palermo.

Nel corso del tempo sono avvenute cose che hanno cambiato i rapporti di forza, il radicamento e l’influenza delle singole mafie, ma è importante ricordare che nell’Ottocento la mafia siciliana veniva chiamata “la camorra palermitana”. La ’ndrangheta calabrese fino agli inizi degli anni venti del Novecento veniva chiamata “la camorra calabrese”. E il significato era innanzitutto di estorsione perché “prendersi la camorra” vuol dire prendersi con la forza beni altrui, come fosse una tassa. L’estorsione è di fatto una tassa sulla paura, ed è l’estorsione che forma la statualità delle mafie. Ce lo ha insegnato il giurista Santi Romano che possono esistere più statualità (lui le chiama ordinamenti giuridici) fuori dallo Stato ufficiale. Fuori dallo Stato possono esistere altre forme statuali, che mettono imposte, che hanno delle leggi, che fanno rispettare queste leggi con delle sanzioni.

Le mafie, infine, copiano le classi dirigenti, perché gli statuti delle mafie sono copiati interamente dalla carboneria e dalla massoneria. E questa relazione con le classi dirigenti è comune a tutta la storia delle mafie. Senza le relazioni con le classi dirigenti non capiremmo niente delle mafie. Il loro modello è il modello dei feudatari, che avevano tre poteri: il potere istituzionale – rappresentavano a loro modo lo Stato –, il potere della ricchezza e il potere dell’amministrazione della giustizia, perché nel sud d’Italia il potere di amministrare la giustizia (il cosiddetto misto imperio) lo si otteneva pagando una tassa al re spagnolo. O meglio era il re spagnolo che per procurarsi i soldi per le sue guerre consentiva ai feudatari di esercitare la giustizia nei loro territori in cambio di un pagamento. Si può immaginare che tipo di giustizia riguardasse le altre classi sociali! Si parla tanto e si ironizza sul modo dei meridionali di rapportarsi alle regole e alla legge, ma che senso della legge si poteva avere, quale giustizia si poteva pretendere quando la giustizia era amministrata da persone stipendiate da colui che ti sfruttava?

Nel sud il senso dello Stato lo conosciamo da poco, da quando la nostra lunga storia, storia di uno stato regionale, per così dire, com’era la Sicilia, si è intrecciata con la storia nazionale. Senza la Sicilia si poteva fare l’unità d’Italia? E senza Crispi, e senza Antonio Starabba marchese di Rudinì per due volte primo ministro, e senza Antonino Paternò Castello marchese di San Giuliano e ministro degli esteri? E senza il ministro dell’Agricoltura, il ministro più importante all’epoca giolittiana che era il più grande latifondista siciliano? In un periodo storico trentennale l’Italia ha avuto più presidenti del consiglio siciliani di tutta la storia successiva. Forse che Giolitti non sapeva con chi aveva a che fare? La Sicilia è stata fondamentale per gli equilibri nazionali! E non solo negli ultimi anni, tutti i parlamentari erano filo governativi!

La Sicilia ha avuto un ruolo particolare nell’Unità di Italia. L’Unità d’Italia ha nazionalizzato le mafie, vale a dire che le mafie sono diventate utili ai fini degli equilibri politici dell’Italia. Questa nazionalizzazione delle mafie ha avuto una duplice funzione. Una funzione di difesa del latifondo oltre il suo tempo storico, perché quando dei processi storici vanno oltre il loro tempo storico producono violenza da parte di chi deve difendere privilegi non più sopportati. E difesa dai contadini: c’era bisogno di qualcuno che li tenesse a freno, non bastava l’esercito, ci sono voluti i mafiosi. Ma difendendo il latifondo dai contadini i mafiosi hanno espropriato al tempo stesso i latifondisti. Il più grande esproprio del latifondo è avvenuto con la violenza, è avvenuto attraverso i mafiosi. Quando la storia non va avanti perché i tempi non si ritengono maturi per i cambiamenti necessari, altri forzano la storia. La nostra storia è stata forzata con la violenza più volte, e questa particolarità si è protratta fino agli anni sessanta del Novecento, quando in altri paesi europei il latifondo e il feudo erano scomparsi già secoli prima.

Ma la mafia è una violenza feudale che ha un futuro, che interpreta la modernità. Quando ci si ritrova con il mondo diviso in due, americani e russi che si contrappongono, la mafia siciliana diventa l’avamposto principale della lotta al comunismo. E in questo modo ha svolto una funzione internazionale, non nazionale. Non ho tutti gli elementi per affermare che gli americani si siano messi d’accordo con i mafiosi per lo sbarco in Sicilia. Sta di fatto che tutti i sindaci che vengono nominati dagli alleati sono collegati alla mafia, come Calogero Vizzini, il quale dopo un mese si dimette con una motivazione molto efficace: “Io per comandare non ho bisogno di fare il sindaco”. Il liberatore americano Charles Poletti era colui che da vice governatore di New York aveva liberato Lucky Luciano, che aveva scelto come interprete il nipote di Calogero Vizzini e come luogotenente Vito Genovese, il vice di Lucky Luciano. Gli inglesi mettono a capo dei comuni siciliani molti mafiosi perché li scambiano per antifascisti. Poi viene fuori l’interpretazione giusta: la dà un l’emerito cardinale Ruffini, che credo sia una delle figure più controverse della Chiesa italiana, che afferma: meglio i mafiosi che i comunisti. E questo giudizio la chiesa italiana lo condivide con la Democrazia cristiana italiana e con gli alleati americani.

In momenti storici diversi un fenomeno arcaico assume una nuova vitalità sulla base delle contingenze che di volta in volta si producono, sulla base della necessità di inserire la violenza negli strumenti del nuovo potere. Questa è la tradizione Italiana. Amo Sciascia anche nei suoi errori di valutazione, e amo soprattutto il suo ultimo piccolo libro, che si intitola Una storia semplice (1989). La mafia è una storia semplice, non dobbiamo girarci attorno, perché girarci attorno ci porta a delle conseguenze incredibili: quando fenomeni storici non te li spieghi, non te li vuoi spiegare, e non hai nessuna voglia di darti la più corretta interpretazione, allora trasformi le vittime della storia in carnefici. Per questo io contesto le interpretazioni culturaliste delle mafie, perché non è possibile che uno dei prodotti della nostra storia nazionale venga confuso con la mentalità dei meridionali. Venga confuso, cioè, con il loro modo di pensare.

Nessuno si è preoccupato di sapere che “omertà” non deriva da “ominità” come affermò Giuseppe Pitrè nel processo Notarbartolo a fine Ottocento. Pochi sanno che la camorra napoletana si chiama Bella società riformata o Società dell’umirtà. “Umirtà” in napoletano vuol dire “umiltà”. L’omertà è obbedienza alla setta segreta. L’obbedienza è la regola fondamentale della massoneria. Ed è normale che chi fa parte di una setta segreta non debba rivelarne i segreti, altrimenti che setta segreta sarebbe? Questa dell’omertà è diventata invece uno stigma dei meridionali, mentre è semplicemente una regola interna a un’associazione segreta di ispirazione massonica.

Si conosce nella storia italiana qualcosa di paragonabile per eroismo ai Fasci siciliani? Nella storia italiana si potrebbe fare un paragone con il movimento operaio della pianura padana, ma non c’è confronto perché il movimento operaio del nord fu aiutato nel suo radicamento e nelle sue lotte dall’accordo Turati-Giolitti, perché il capitalismo italiano aveva bisogno di persone che avessero più tempo per consumare. La storia dei Fasci siciliani è stata repressa nel sangue dal governo Crispi, e successivamente, nel primo dopoguerra, sono stati eliminati i principali capi sindacali, tra cui il sindaco di Corleone Bernardino Verro, tra cui l’esponente socialista più importante della Sicilia che pochi giorni prima aveva parlato al Congresso socialista. E ancora, se si pensa a quanti sindacalisti e capi contadini sono stati ammazzati nel secondo dopoguerra (più di quarantacinque), e di nessuno di essi si viene a scoprire gli assassini e i mandanti, come si fa a mettere in discussione il coraggio avuto nel combattere le mafie, mentre si continua a dire che mai i siciliani si sono ribellati alle mafie? Esiste un altro popolo che ha prodotto un Libero Grassi? Gli eroi civili del secondo dopoguerra, gli eroi italiani, sono tutti meridionali. Quindi questa cosa assurda che i siciliani non hanno mai protestato, non hanno mai contestato, è una cosa folle e razzista. L’omertà nasce dall’impunità che i mafiosi hanno avuto in tutta la storia d’Italia. Capirlo è semplice.

Il coraggio è un fattore collettivo. Il coraggio è un sentimento collettivo. Non confondiamo la paura con la vigliaccheria. Sono due cose nettamente distinte. E quando il nord ha avuto a che fare con problemi analoghi, con i sequestri di persone, non c’è stato un solo caso, uno solo, risolto con la testimonianza di un testimone. Se la magistratura non avesse bloccato, giustamente, i conti corrente delle famiglie, non si sarebbe scoperto nessuno di quei casi.

La sociologia americana è stata molto impegnata nel descrivere l’Italia e inventarsi schemi interpretativi “culturalisti”, a partire dal familismo amorale o dall’assenza di senso civico. Oggi il principale sostegno alle mafie è dato dal pubblico americano che consuma droga; questo è il principale sostegno alle mafie in epoca contemporanea: senza la platea americana le mafie non avrebbero lo stesso peso. Ebbene, ci sono teorie delle accademie statunitensi che sostengono che noi meridionali, poiché abbiamo avuto la monarchia prima delle altre nazioni europee, con Federico II, abbiamo una concezione piramidale del potere, e invece coloro che hanno fatto le nazioni più tardi ed hanno conosciuto la civiltà comunale sono più civili. In teoria lo si può discutere, ma perché le teorie devono sempre diventare ideologie? Insomma, la Francia e l’Inghilterra formano la loro nazione tra il Quattrocento e il Cinquecento, e poi la consolidano. Federico ii nel Duecento l’aveva già pensata. Perché una cosa che va bene per la Francia e l’Inghilterra due secoli dopo, per l’Italia è stata una tragedia? Perché aver tentato con Federico ii di fare uno Stato nazionale prima degli altri è considerato negativo, se poi è positivo per Francia e Inghilterra? A Bologna ci sono la Torre degli Asinelli e quella della Garisenda. A che servivano due torri al centro di una città? Ovviamente a controllare militarmente i vicini di palazzo. Nel Seicento Bologna veniva descritta come una delle città più violente che ci fossero al mondo. Le città medioevali italiane erano un mondo di violenza impressionante: a Lorenzo il Magnifico gli ammazzano il fratello nella Chiesa di S. Maria in Fiore (nella famosa congiura dei Pazzi). A San Gimignano ci sono più di cento torri una di fronte all’altra, perché nessuno si fidava dell’altro. La violenza è stato un tratto distintivo della storia medioevale e della storia risorgimentale, una violenza diffusa di cui siamo venuti in qualche modo a capo solo a fine Ottocento. Alla fine di quel secolo la regione che aveva il maggior numero di morti ammazzati era la Romagna, non la Sicilia. Perché lì vigeva il delitto d’onore. Come è morto il padre di Giovanni Pascoli ad esempio? Molto probabilmente una vendetta.

La violenza è stato un tratto distintivo della storia umana. Anzi, mettiamola così: la violenza è stata sempre una caratteristica delle classi dirigenti, non del popolo. Tutti i violenti del popolo alla fine hanno sempre perso, tranne che nelle rivoluzioni politiche. Da Spartaco in poi chiunque si è contrapposto frontalmente con la violenza alle classi dirigenti ha perduto. La violenza era una prerogativa delle classi dirigenti: solo loro la potevano usare. La mafia in questo senso è una violenza di origine popolare che ha successo perché si allea con le classi dirigenti. Don Rodrigo era un mafioso? I Bravi erano mafiosi? No, perché il primo esercitava la violenza come prerogativa della classe nobiliare e i secondi stavano al suo servizio. All’epoca i violenti erano forse più crudeli dei mafiosi di oggi; quando Manzoni ci descrive il Griso noi ci spaventiamo, ma lui era al servizio di un nobile, non poteva esercitare la violenza in proprio. Quando cambia la storia? Cambia con la fine del feudalesimo.

La teoria storica dominante fa originare le mafie dai Vespri siciliani alla fine del 1200, ma di recente un professore dell’Università di Napoli ha spostato la nascita della camorra nel Trecento, quando una nave che era nel porto di Napoli viene assalita da alcuni nobili accompagnati da popolani napoletani. Ebbene, se quello era il segno indiscutibile della presenza della camorra già nel Trecento, allora c’è camorra anche in Inghilterra in quel periodo storico, e c’era sicuramente qualche precedente in Francia, c’era sicuramente qualche precedente in Spagna. Come è possibile banalizzare in questo modo dei fenomeni complessi? È giusto indicare un preciso periodo storico per la nascita delle mafie (inizio Ottocento) proprio per evitare l’idea che le mafie sono sempre esistite e che di conseguenza fanno parte della mentalità dei meridionali, sono loro tare ancestrali. Il ruolo della violenza nella storia non va confuso con la storia delle mafie.

In altre parti con la formazione dello Stato alla violenza individuale si è sostituita la violenza che possiamo chiamare pubblica, collettiva, cioè il principio che la violenza sono autorizzate a usarla unicamente le istituzioni in cui ci riconosciamo. La cessione della violenza individuale a qualcuno che chiamiamo pubblico, che chiamiamo Stato, è questo secondo Hobbes, secondo Max Weber, secondo Norbert Elias il vero processo di civilizzazione. Quando tu affidi a qualcuno la potestà della violenza, il patto deve essere che tutti gli altri depositano le armi; se invece qualcuno continua a usarle non c’è più la legittimazione dello Stato. La mafia è una continuazione di ordinamenti pre-statuali all’interno del nuovo Stato. Questi ordinamenti pre-statuali non sono stati vincenti in base alla violenza ma al ruolo che questa violenza ha avuto in rapporto alle classi dirigenti. La mafia è violenza di relazione. Nel corso della storia non esiste nessuna violenza autonoma dallo Stato che possa vincere. I pirati hanno perso, i briganti hanno perso ed erano molto più armati, molto più violenti e molto più animaleschi dei mafiosi. Da Spartaco in poi hanno sempre perso i violenti che si contrapponevano alle istituzioni e alle classi dirigenti del loro tempo. L’unica forma di violenza nel corso della storia che ha successo è la violenza che non si contrappone allo Stato, ma solo ad alcuni uomini dello Stato che non vogliono l’accordo con chi la esercita. La violenza mafiosa è vincente perché è una violenza che si relaziona con coloro che dovrebbero contrastarla. Dal punto di vista militare, se noi mettessimo i diecimila mafiosi in piazza a guerreggiare con lo Stato, con le attrezzature che hanno loro e quelle che ha lo Stato, la partita si risolverebbe in due ore, i mafiosi resisterebbero militarmente solo due ore rispetto alle attrezzature militari dello Stato, due ore al massimo. La forza delle mafie non sta nella violenza, ma nel fatto che questa violenza si relaziona con altri interessi, che cioè si relaziona con il potere: la mafia è violenza che partecipa al potere legittimo. Questa violenza è legittimata da coloro che dovrebbero contrastarla, per determinati interessi, a volte collettivi e a volte meno. Ma così è: il successo delle mafie consiste in questo. Quale criminalità che produce economia non ha consenso? Al Capone nella ricchissima Chicago aveva un consenso enorme, faceva conferenze stampa, parlava a tutti perché produceva un qualcosa che la gente voleva, l’alcool, le prostitute, i nightclub, altri negozi.

La più grande rivoluzione meridionale è stata la scuola di massa, quella è stata l’unica rivoluzione che abbiamo mai conosciuto, l’unica rivoluzione vera. E ha prodotto grandi fatti, compresa la formazione di nuovi magistrati che non provenivano da famiglie di magistrati. La possibilità di fare mestieri diversi da quelli dei padri, di non passarsi la professione di padre in figlio, ha consentito di rompere gli equilibri precedenti in base ai quali i magistrati difendevano prima di tutto gli interessi della famiglie da cui provenivano e difendevano i mafiosi che a loro volta li difendevano dal rancore dei contadini. Se non ci fosse stata la scuola di massa, non avremmo avuto Falcone e Borsellino, non avremmo avuto quella generazione di magistrati, perché tutti i magistrati prima di Falcone e Borsellino, escludendo Chinnici, Terranova, Costa e qualche altro, tutti erano coinvolti negli interessi delle classi dirigenti alleate delle mafie.

Per concludere, mettiamola così: la criminalità è più vicina al potere di quanto noi possiamo immaginare. E nell’epoca post criminale i comportamenti criminali non sono più monopolio dei criminali. Questa è la caratteristica di oggi. Certo, le cose sono cambiate, ma la mafia ha questa forma arcaica che non viene respinta dalla modernità e trova una sua possibilità in varie contingenze storiche, mai per forza propria ma sempre in relazione con il potere. La mafia è dunque parte della storia dei poteri in Italia, e di questo i libri di storia dovrebbero parlare. Non rinnego l’Unità di Italia, penso anzi che sia una delle cose migliori che abbiamo fatto, ma perché non dire chi era schierato con Garibaldi, perché non dire che quando arriva a Napoli la camorra napoletana divenne guardia municipale, perché l’ultimo prefetto borbonico, Liborio Romano, trasformò tutti i capi camorra in agenti di polizia dicendo loro che in questo modo si sarebbero riscattati e permettendo a Garibaldi di entrare in una Napoli tenuta sotto controllo per l’ordine pubblico da parte di criminali. E quando si spostò da Napoli a Caserta e poi a Teano per incontrare Vittorio Emanuele, la stessa cosa fa il prefetto di Caserta: assolda camorristi per tenere l’ordine pubblico. C’è stato da sempre un uso della mafia ai fini del contenimento dell’ordine pubblico; le mafie sono le uniche forme criminali di ordine, cioè coloro che teoricamente dovrebbero fare disordine ed essere considerate come criminalità di disordine, contribuiscono a loro modo a tenere l’ordine; se non ci fosse stata la difesa del latifondo, le mafie non avrebbero avuto il potere che hanno avuto; se non ci fosse stata la lotta al comunismo, le mafie non avrebbero mantenuto la loro funzione e il loro potere. Alla base del potere mafioso ci sono sempre le esigenze delle classi dirigenti.

Tutti hanno avuto la stessa impressione sentendo parlare Totò Rina o Bernardo Provenzano: ma è mai possibile che questi figuri siano stati a capo della mafia? O che siano straordinariamente furbi o intelligenti? No, la verità è che sono realmente dei rozzi contadini e che hanno avuto un’unica intuizione: capire che se la violenza si contrappone alle classi dirigenti perde, nella storia; è la violenza di relazione che vince, nella storia. Questo è alla base del successo delle mafie. Ma oggi c’è qualcosa in più: il grande peso che ha il traffico della droga nel mondo. Come si può essere così pazzi da lasciare nelle loro mani uno dei commerci più importanti al mondo? Quello della droga è il secondo commercio mondiale, dopo il petrolio viene la droga. Ma mentre con il petrolio, come per qualsiasi prodotto trasformato, il valore aggiunto è basso, nella droga il valore aggiunto è altissimo, spropositato, si può anche andare da un euro di costo a cento di guadagno. Nel mondo ci sono 250 milioni di consumatori di droghe, di cui 25 milioni sono tossicodipendenti. Perché consentire che criminali assassini ne abbiano il controllo? Se ci si chiede come si combatte la droga, io rispondo: combattendo la domanda. Normale, si facciano tutti gli sforzi possibili affinché la gente non si droghi. Esiste un modo? Non lo so, ma se non troviamo il modo di arrestare la domanda, allora bisogna bloccare l’offerta in mano ai criminali, perché consentendogli di controllare l’offerta gli diamo nelle mani un potere economico che non hanno mai avuto prima nel corso degli ultimi due secoli. Quando muore Calogero Vizzini ha trecentomila lire in banca, mentre oggi un capo ’ndrangheta è tra i primi cento miliardari al mondo. Prima Calogero Vizzini per legittimare i suoi soldi illegali, li doveva mettere nella proprietà della terra per dimostrare che lui era un signore, oggi potrebbe fare i soldi con i soldi, attraverso il regime finanziario, perché oggi un mafioso per legittimarsi non ha più bisogno di passare per l’attività legale. Oggi i mafiosi per nascondere i soldi seguono le orme delle classi dirigenti ricche del mondo, seguono gli stessi percorsi; se non ci fossero i paradisi fiscali le mafie non avrebbero nessuna possibilità di riutilizzare i loro soldi. I paradisi fiscali sono legali e vi hanno sede almeno 10mila banche. Si noti come la storia gira: oggi l’economia finanziaria consente alle mafie di resistere, perché gli consente di riutilizzare i soldi che le varie leggi hanno cercato di bloccare. Dare alle mafie queste possibilità di riciclare i loro soldi sporchi nei paradisi fiscali in cui si rifugiano i ricchi del mondo è la principale contiguità che le mafie hanno con le classi dirigenti del mondo, è la maggiore complicità del nostro sistema economico.

Le mafie sono le “scimmie” delle classi dirigenti. Le mafie copiano le classi dirigenti. Copiano i loro percorsi di arricchimento, copiano le loro modalità. Senza queste relazioni le mafie non esisterebbero.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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