La fiaba e la storia, dal Kurdistan alla Germania

di Bachtyar Ali. Incontro con Goffredo Fofi

 

Come sei arrivato in Germania, com’è stata prima la tua vita? In che ambiente sei cresciuto?

Provengo da una famiglia di sette persone. Mio padre era comunista, io no.

A casa avevamo una piccola biblioteca, che veniva visitata settimanalmente dalla polizia. Non era in un luogo abituale, perché conteneva tutta una serie di libri proibiti e la mamma ci ripeteva spesso che se li avessero scoperti ci avrebbero ammazzati lì per lì. Dunque per me i libri hanno sempre avuto un’importanza fondamentale, ma fin da piccolo sono cresciuto con l’idea che potessero generare la paura che allora provavo. E non solo i libri erano collegati a questo sentimento di paura, anche la nostra lingua, il curdo. Per molto tempo parlare curdo è stato proibito e aveva dunque un significato politico molto preciso. La scrittura è stata per me un modo di superare questi divieti, era questo il sentimento che mi collegava alla lettura, insieme al desiderio di seguire degli studi normali. Mi ero iscritto a geologia, ma è successo che ho partecipato a una manifestazione contro Saddam Hussein e la polizia ci ha sparato addosso. Sono rimasto ferito, per cui ho dovuto abbandonare l’università. Il mio destino era di diventare soldato, ma andare in guerra era una cosa che proprio non volevo fare, perciò mi sono nascosto a lungo e durante quel tempo ho letto moltissimo ed è allora che ho deciso che sarei diventato scrittore.

A partire dal 1991, a seguito della prima guerra del Golfo tra gli Stati Uniti e Saddam Hussein, Saddam Hussein ha perso il controllo del Nord del paese, e quest’area è stata sotto controllo curdo, dei partiti curdi, e con un certo numero di amici abbiamo fondato una rivista nella quale scrivevamo tantissimo. Trattavamo in maniera critica tutta una serie di temi, criticavamo l’ideologia e anche le tradizioni religiose, e questo ci ha provocato un certo numero di problemi rispetto a molti ambienti e a una certa fetta della società.

Poi nel 1994 in Kurdistan è scoppiata la guerra civile tra i diversi partiti politici e questo ha creato una situazione di grave difficoltà sia per me che per i miei amici. Non riuscivamo più a scrivere, a lavorare, a pubblicare in tranquillità, ed eravamo anzi costantemente sotto minaccia. Siamo stati costretti a lasciare il paese, non potevamo far altro. Per questo sono finito in Germania, il paese nel quale vivo ancora oggi e nel quale ho continuato il mio lavoro letterario e dove abbiamo fondato una nuova rivista, tuttora attiva.

Ma questi sono soltanto pochi punti della mia vita, perché gli orrori che ho raccontato in questo e in altri libri io li ho visti con i miei occhi, gli orrori della guerra, di una guerra che ha visto tantissimi dei miei amici morire, morire in prigione. E si trattava di artisti, musicisti, pittori, poeti, tutta gente che non poteva più vivere sotto la dittatura. Nel mio lavoro letterario ho voluto raccontare quello che ho visto, e ne ho viste davvero tante di cose come quelle di cui parlo nel libro, per esempio nel 1991 quando le forze di Saddam stavano per riprendere il possesso delle città e la popolazione ha dovuto evacuare in tutta fretta e ci sono state scene terribili di cui ho raccontato soltanto una piccola parte.

 

Colpisce nel tuo romanzo il sentimento di responsabilità che esprimi nei confronti delle nuove generazioni. Tu hai figli?

Sì, ho una figlia.

 

Questo senso di responsabilità, il dovere di un passaggio del testimone da una generazione all’altra, è forse il fulcro più rilevante del tuo libro, il fulcro politico, rispetto a un’idea di libertà che non è soltanto un’idea politica, ma è qualcosa di più generale e più vasto.

Quasi tutti i miei personaggi cercano di raggiungere questa libertà e cercano di farlo senza passare attraverso l’azione politica. In tutti i miei romanzi abbiamo quindi dei personaggi che passano attraverso la fuga, l’amore, la conoscenza, ma sempre con il fine di raggiungere la libertà. La parola libertà è una parola molto bistrattata, e volevo fare qualche cosa per renderle giustizia. Tutti i grandi dittatori hanno sempre usato questa parola e l’hanno usata per azzerare, annichilire, far le guerre. Io volevo dimostrare che questa parola che contiene ben altre dimensioni. La libertà è un concetto complesso che contiene al suo interno un’enorme quantità di dimensioni, ma se non si pensa all’uomo, se non si hanno dei valori morali allora è difficile parlare di libertà. Ed è per questo che il personaggio principale del romanzo non mira tanto alla libertà, quanto alla salvezza della generazione che viene.

 

Del tuo romanzo impressionano molto le deviazioni, spesso obbligate, nella vita delle persone dalla storia. C’è un continuo perdere la strada e ritrovarla, e questo dà un’idea molto forte e molto vera del nostro presente. La mia generazione, in Italia, e anche quelle venute subito dopo, hanno avuto vite abbastanza lineari, mentre anche nelle più recenti generazioni italiane c’è questa idea delle deviazioni, del girovagare, dell’andare a cercare fortuna altrove, a conoscere il mondo per bisogno o per curiosità. La “deviazione” è un destino del mondo contemporaneo, e possiamo anche attribuirlo alla globalizzazione. Il tuo romanzo è fatto di deviazioni, che però ruotano intorno ad alcuni punti cardine, forti. Per farlo tu tieni sul fondo la storia, il giornalismo, la cronaca e costruisci la tua narrazione ricorrendo alla fantasia, alla fiaba, alle riserve del tuo immaginario e dell’immaginario della cultura in cui sei cresciuto. È l’incontro tra storia e fiaba a costituire il fascino straordinario del tuo libro, ed è alla base anche di alcuni capolavori della letteratura del secondo Novecento

Utilizzando la fantasia cerco di raggiungere più obiettivi, obiettivi diversi. Attraverso la fantasia è possibile espandere, ampliare la realtà. Tento anche di mostrare tutto l’assurdo della realtà, perché la realtà è davvero qualcosa di assurdo, basta pensare che stiamo vivendo in un’epoca in cui sono al potere individui come Trump, come Putin, come Erdogan. La verità si è perduta, dentro la fase storica in cui viviamo. Quel che tento di mostrare è proprio quanto tutto questo sia assurdo. C’è inoltre anche un’altra faccia della realtà, quella che resta negata, nascosta, e che io tento di riportare a galla, e di mostrare ancora attraverso l’uso della fantasia.

Sono convinto peraltro che esistano due tipi di fantasia: un primo tipo che crea tutta la distanza fra noi e la realtà e un secondo tipo che invece ci accosta alla realtà. Ed è proprio sulla base di questo secondo tipo che io continuo a lavorare. Perché attraverso questo secondo tipo di fantasia possiamo giungere a riconoscere la realtà e in essa gli elementi nascosti e bui. Le strutture nascoste, per riportarle a galla.

 

Il simbolo del melograno è un simbolo molto forte, in molte culture classiche, per esempio come simbolo della fertilità, o anche del sesso femminile; mi pare che tu lo consideri, invece, come il simbolo di una società piena, unita, di una solidarietà forte e necessaria tra gli esseri umani.

Sì, il melograno è un simbolo molto presente nelle favole curde, e simbolizza proprio la solidarietà, l’idea dello stare insieme come i grani di questo frutto, uniti all’interno di una piccola buccia. È un simbolo molto importante che ricorre spesso nei miei romanzi. Tutti i personaggi di cui io narro le vicende sono personaggi alla deriva, che non trovano aiuto da nessuna parte, che non hanno alcuna protezione, che sono abbandonati dal mondo e dagli uomini, e non vi è Dio, non vi è società che possa aiutarli. La loro ricerca di una solidarietà, del vivere insieme proteggendosi a vicenda è molto presente nelle vicende dei miei personaggi, ed è centrale all’interno di questo romanzo.

 

Questo sembra far parte di una tradizione letteraria diversa dalla nostra, da quella occidentale. Lo so che è banale citare Le mille e una notte, ma leggendo questo libro ci si pensa subito, si pensa al racconto nel racconto, alle “deviazioni” e peripezie delle vicende narrate che però tornano sempre a dei punti centrali, ruotano sempre attorno a dei punti centrali. È anche raccontare come Scheherazade per salvarsi la vita, o per dare un senso alla propria vita. I tuoi modelli letterari sono più orientali che occidentali.

Quando ero bambino mia nonna mi leggeva spesso dei passi delle Mille e una notte e questo mi ha sicuramente molto influenzato, tuttavia io ho la sensazione di avere anche molto di occidentale, anche se può sembrare un paradosso. Da un lettore orientale io sono considerato molto occidentale, mentre qui in occidente mi considerano tutti molto orientale. Però è vero che ho sempre tentato, che mi sono sempre sforzato di combinare questi due elementi, queste diverse radici, questi due modi di procedere, di raccontare, queste due tradizioni letterarie. Ho sempre tentato di combinarle al fine di ottenere delle nuove forme. E sono stato sicuramente molto influenzato come scrittore da determinati autori occidentali come Gabriel García Márquez, Italo Calvino… Sono ben cosciente che tutto questo mi ha molto influenzato, ma sicuramente mi hanno molto influenzato i racconti delle tradizioni orientali.

L’immagine del melograno è anche un’idea del romanzo: la pienezza del racconto, la fertilità del racconto, la possibilità del racconto di diramarsi in tante direzioni, ritornando sempre a uno o più punti centrali. Questo è un modello appartenuto anche al grande romanzo dell’Ottocento, a un modello allo stesso tempo di una narrazione che segue i personaggi e le loro vicende rispettando le loro pulsioni e diversità, ma che cerca sempre di riportarli nella storia, nella società, nella complessità del loro presente. È molto bella l’idea del melograno come un’idea del romanzo.

 

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