La crisi brasiliana e il ruolo della classe media

di Sávio M. Cavalcante

Sávio M. Cavalcante insegna nel dipartimento di Sociologia della Universidade Estadual di Campinas. Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Il 31 agosto del 2016 ha segnato la fine anticipata del secondo mandato di Dilma Rousseff e del periodo in cui, per 13 anni, il Partido dos Trabalhadores (Pt) ha governato il Brasile. Qualsiasi tentativo di spiegazione dell’accaduto costituisce una enorme sfida, a causa della complessità dei fenomeni e della peculiarità dei fatti dalla cui analisi possiamo provare a desumere i tratti più decisivi di quello che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo qui in Brasile.

Il primo e maggior ostacolo per la comprensione della crisi politica brasiliana è attribuire al tema della corruzione un ruolo sbagliato. Anche se non sorprende, è stato questo il tema centrale della narrativa costruita dai partiti dell’opposizione – ora al governo – dai mezzi di comunicazione egemonici e da buona parte della popolazione brasiliana, come cercherò di dimostrare in seguito, e dalla classe media del paese, la base sociale più importante delle grandi manifestazioni del 2015 e 2016 favorevoli all’impeachment della presidente.

Riconosco che l’affermazione può sembrare fragile, persino ardita, alla luce delle centinaia di denunce e delle confessioni di politici e impresari degli ultimi anni, principalmente legate all’operazione Lava Jato che coinvolge diversi organi del potere giudiziario e del potere federale. Nel marzo del 2017 dopo tre anni dalla sua comparsa, l’operazione già contava 170 inquisiti arrestati e 24 già detenuti. Secondo fonti giudiziarie sarebbero stati recuperati più di 3 miliardi di reais. La sensazione era che il paese sarebbe stato ripulito, che la politica sarebbe stata ripulita e che il bene avrebbe finalmente regnato. Non sono mancati profeti per annunciare la buona novella, con tanto di gregge vestito di verde-giallo come accompagnamento per le strade.

In questo scenario idilliaco, segnalo solo due fatti che ritengo più significativi per il lettore che segue da lontano i fatti. Il mandato di Dilma è stato ritirato non per comprovati atti di corruzione ma per un ipotetico mancato rispetto delle leggi fiscali (definite “pedalate fiscali”) e per l’apertura di crediti supplementari senza autorizzazione del Congresso Nazionale, il che configurerebbe, secondo una interazione per nulla automatica, un crimine di “responsabilità”. Non si tratta di un espediente nuovo in altri governi, e gruppi favorevoli alla deposizione di Dilma, come il giornale “Folha de São Paulo, hanno considerato gli argomenti troppo fragili per annullare il voto di 54 milioni di elettori. Come ha ben osservato il politologo Luís Felipe Miguel, diversamente da quanto successo con Fernando Collor nel 1992 quando non c’era alcun dubbio sulla veridicità delle accuse contro il presidente e il fatto che esse costituivano un crimine, nel caso di Dilma, quello a cui si è assistito non è stato un “processo di impeachment basato su un crimine, ma piuttosto la ricerca di un crimine che servisse a giustificare l’impeachment”. Con la crisi economica che cominciava e con la popolarità della Presidente in discesa, con le denunce del Lava Jato contro Lula e il Pt, annunciate con un timing che farebbe invidia allo sceneggiatore di House of Cards, con un presidente della Camera dei deputati (attualmente in prigione, Eduardo Cunha) e molti altri parlamentari contro il governo con l’obbiettivo di ottenere un cambio alla presidenza come unica soluzione per sfuggire alle accuse contro di loro, Dilma si è trovata di fronte a un voto di sfiducia di un’alleanza parlamentare messa su per l’occasione.

Il secondo fatto che sconvolge l’idea di un paese “ripulito” è stata l’immagine di chi le è succeduto. Dal 2015, il vicepresidente Michel Temer (Pmbd) aveva cominciato a prendere le distanze da Dilma e a erigersi senza alcun pudore come un nuovo facilitatore della ripresa del progetto neoliberale che, anche se di fatto non era stato sostituito da un altro modello durante i governi del Pt, era stato significativamente riformato. Temer ha promesso – e fino ad adesso lo ha parzialmente fatto – riforme neoliberali riguardo la legislazione sul lavoro, la previdenza e l’educazione, assieme a nuove ondate di privatizzazione.

Sarebbe comico se non fosse tragico ricordare l’affermazione dell’attuale presidente che avrebbe creato un ministero di “notabili” per far uscire il paese dalla crisi. Non c’era, nel gruppo, un’unica donna, anche se va detto che per nessuno avrebbe potuto rappresentare alcun prestigio far parte del gruppo. Il nucleo duro era composto dalle stesse figure associate a tutti i governi dalla ridemocratizzazione iniziata nel 1985. Sarebbe difficile nominare qualcuno che non fosse o che adesso non sia bersaglio di denunzie. Molti di loro sono caduti. Temer, invece è ancora lì. Scomodo e in molti momenti stordito, ma fino adesso efficace nel suo passaggio per il Palácio do Planalto. La cosa più spaventosa è successa il 17 maggio quando intercettazioni diffuse dalla stampa registravano una conversazione che Temer ormai già presidente aveva avuto con Joesley Batista, padrone di un conglomerato di imprese che è vertiginosamente cresciuto nei governi del Pt. La conversazione, avvenuta a tarda sera nella residenza del presidente e mai registrata nella sua agenda ufficiale, suggeriva pagamenti di mazzette a Eduardo Cunha per non farlo parlare in prigione in modo da poter liberare Temer dalle accuse.

L’indagine della Procuradoria da República su Temer e la posizione delle Organizações Globo, il maggior gruppo di comunicazione del paese che esigeva in pratica la rinuncia del presidente, sembravano confutare la tesi della sinistra che difendeva l’esistenza di una selettività nel modo in cui venivano trattate le azioni contro la corruzione. Dopo la divulgazione delle registrazioni, quello che è successo è stato che Temer ha rifiutato qualsiasi ipotesi di rinuncia e di una nuova articolazione della sua base di sostegno, e oltre a qualche evento di scarsissima importanza, c’è stato il più completo silenzio della strada. L’indignazione morale dei gruppi liberali e conservatori che si mostravano sconvolti dalla modalità “ruba, ma fa” il populista dei governi del Pt, non è sembrata preoccuparsi molto con il “ruba ma riforma” del governo Temer.

Oggi il paese è regredito verso un tasso di disoccupazione superiore del 12% come negli anni novanta, l’informalità è esplosa, i diritti dei lavoratori sono stati ridotti, il potere di investimento in settori di base è stato profondamente represso, riserve ambientali, indigene sono quotidianamente minacciate. L’indice di popolarità del governo ha vinto il record negativo, solo il 5% lo considera ottimo o buono. La fiducia nei partiti nella democrazia rappresentativa è assolutamente bassa. E peggio: le prospettive per le elezioni del 2018 se si svolgeranno normalmente, sono spaventose.

Cosa è successo per arrivare a questo punto?

Scegliere un momento specifico come punto di partenza avrà sempre un carattere arbitrario. Un’altra sfida è non cedere alla tentazione di leggere il presente come una fine che era già predeterminata dalla vittoria elettorale del 2003. Mi concentrerò quindi sul comportamento politico della classe media, ma è chiaro che le strutture e le forze sociali che danno senso al presente non sono nate nel 2000. Fasce della formazione sociale brasiliana si sovrappongono alle altre. Non è difficile scavare e scoprire il peso tremendo della tradizione senhoral e il tratto autoritario di relazioni basate sulla schiavitù. Su un altro piano, salendo sempre più in superficie, ci sono i segni del precario inserimento delle forze lavoro del capitalismo periferico del Brasile, inserimento che diventa ancora più problematico se ci si concentra sulla popolazione nera. Ogni ciclo della storia brasiliana, dalla proclamazione della Repubblica alla fine del secolo xix ha prodotto una soluzione particolare (e sempre temporanea) alla necessità di costruire una società basata su valori e principi della modernità capitalista.

In questo senso, non si può ignorare che da allora sono stati pochi i momenti in cui il paese ha vissuto in democrazia, anche se essa veniva comunque definita in termini liberali minimi e formali. Nel xx secolo solo nel periodo 1945-1964 e con la Nuova Repubblica inaugurata a partire dal 1985 si potrebbe parlare di democrazia, e anche in questo caso con molta buona volontà e chiudendo gli occhi davanti a deficit profondi.

A causa delle riforme di grande respiro che seguirono alla deposizione di Dilma, va ricordato che la Costituzione del 1988 è ancora un momento fondamentale che dà i contorni dei conflitti contemporanei del Paese. In termini sintetici: a partire dal 1988 il progetto di paese espresso dalla Costituzione ha come essenza il tentativo di circoscrivere la disputa politica alle istituzioni democratiche, e, allo stesso tempo, garantire diritti sociali di base. Anche se contradditoria in punti importanti e registrando una serie di occasioni perdute, si è preservato il ruolo dello stato in settori chiave che erano le basi minime di un sistema di garanzie in termini di salute pubblica e gratuita (Sistema Único de Saúde), educazione , diritti del lavoro e previdenza.

Ciò nonostante quel documento di ispirazione socialdemocratica stonava con il contesto internazionale, non solo per il prevalere di riforme neo-liberali e dell’egemonia del capitale finanziario, ma di tutto un insieme di disposizioni culturali ed economiche di incentivo di una nuova “ragione del mondo” nei termini pensati da Dardot e Laval, in La nuova ragione del mondo. L’avviso è stato dato nello stesso momento in cui è stata promulgata la Costituzione, quando il primo presidente civile post- dittatura José Sarney chiedeva cambiamenti nell’”ordine sociale” dichiarando che se lo Stato avesse mantenuto quanto scritto nella Costituzione il paese sarebbe stato ingovernabile. Il compito di rendere il paese governabile secondo quando vi era scritto fu affidato ai governi di Fernando Collor e Fernando Henrique Cardoso (Fhc). L’apertura finanziaria, le privatizzazioni e le riforme che riducevano i costi del lavoro segnarono quel periodo e i “compiti” furono svolti egregiamente, un modo di dire pieno di significato, specialmente per il settore del capitale finanziario. La politica sociale orientata dal principio dell’universalizzazione dava luogo a misure focalizzate.

Il controllo dell’inflazione ottenuto durante i governi di Fhc attraverso politiche macroeconomiche restrittive ha pagato il suo prezzo, l’industria nazionale ha sofferto a causa della pressione della competizione esterna, la diseguaglianza si è mantenuta praticamente inalterata, i movimenti social e sindacali sono stati duramente attaccati. Gli elevati indici di disoccupazione, informalità e povertà contrastavano con le promesse fatte dal discorso neoliberale.

La vittoria di Lula nelle elezioni del 2002 sembrava rappresentare una flessione di questo movimento. Candidato nelle tre ultime elezioni (1989, 1994 e 1998), Lula finalmente fu eletto con la promessa di riprendere la crescita economica e di sradicare la povertà. Frutto dell’industrializzazione provocata dalla dittatura militare, l’ex operaio incarnava la figura del migrante nordestino che assume la leadership delle lotte sindacali urbane. È stata e ancora cerca di rimanere tale, la leadership più importante del campo popolare e progressista da sempre.

La sua vittoria elettorale del 2002 ha significato l’accentuarsi e l’apparente coronamento della sua tattica di conciliazione. Dicendosi stanco delle sconfitte passate, Lula e il nucleo dirigente del Pt hanno cercato un arco più ampio di alleanze. Perciò da una parte hanno firmato un documento in cui promettevano di onorare alcuni impegni presi con il mercato finanziario. Dall’altra parte si sono avvicinati a gruppi economici nazionali che si vedevano minacciati dall’applicazione più ortodossa delle misure neoliberali degli anni novanta. Questo, nella parte “di sopra” della società. Nella parte “di sotto”, le politiche di lotta alla povertà e il credito sussidiato hanno cominciato a creare, fin dal primo mandato, un legame che ancora perdura con i settori più impoveriti e disorganizzati della classe lavoratrice.

In una recente deposizione del processo per l’operazione Lava Jato, il patriarca della famiglia proprietaria della Odebrecht ha toccato un punto decisivo. Emílio Odebrecht ha dichiarato che Lula gli piaceva perché lo vedeva come qualcuno che voleva che vincessero tutti, senza voler togliere ad alcuni per dare ad altri. In generale, è stata questa la grande caratteristica dei governi Lula, e nonostante le differenze, anche di quello di Dilma: promuovere un dinamismo economico in cui tutti potevano essere vincitori. Fino a un certo punto questo è sembrato possibile.

Non sono stati pochi i risultati positivi del ciclo interrotto dalla deposizione di Dilma. E molto difficilmente l’ampiezza di certi cambiamenti avvenuti in Brasile recentemente potrebbero essere spiegati solo con il boom delle commodities nel mercato internazionale, cosa che ha fomentato la generazione di capitali e la possibilità di un certo dinamismo economico interno.

Principalmente a partire dal secondo mandato di Lula, diverse misure di incentivi alla produzione sono state lanciate , anche se disuguali dal punto di vista dei risultati per il mercato interno e per le esportazioni. Perciò è stata fondamentale la creazione e il rafforzamento delle imprese statali e di gruppi privati nazionali attraverso programmi di concessione di credito sussidiati dal Bndes, e il ricorso a fondi pensionistici statali e a politiche di settore specifiche di incentivi alla produzione locale. Questo ha avuto un impatto molto positivo sul settore agrario e su quello petrolchimico trainato dalla Petrobras. L’economia brasiliana è passata dal 13° posto mondiale in termini di Pib misurato in dollari nel 2002, alla 6 °posizione nel 2011, ma è scesa al 9° posto nel 2016.

Nell’ambito dei rapporti di lavoro la disoccupazione era di circa il 5%. Il lavoro formale è praticamente duplicato, tra il 1999 e il 2013, di 25 contro 48 milioni di contratti. Un altro segno di quel periodo è stato il processo di valorizzazione del salario minimo che ha occupato un ruolo fondamentale nella riduzione della povertà accanto alle politiche di trasferimento di capitali. Il valore reale del salario minimo è più che duplicato negli ultimi 10 anni e secondo il bollettino della Banca Centrale il suo potere di acquisto nel 2015 è stato il più alto dal mese di agosto del 1965. Le politiche di offerta di crediti, ampliate dal primo mandato Lula, hanno avuto un effetto importante per sbloccare una fetta di consumo popolare represso.

Anche se esiste un intenso dibattito sulla sotto-valutazione del reddito della popolazione più ricca della società, gli indici ufficiali mostrano un importante miglioramento della brutale disuguaglianza storica brasiliana. Se, dal 1995 al 2002, durante i governi Fhc, l’indice di Gini praticamente non si era alterato (passando dallo 0,59 allo 0,58), dopo i due mandati di Lula nel 2010 c’è stata una diminuzione dallo 0,53 e nel 2014, con la fine del primo mandato di Dilma, era sceso allo 0,49.

L’ Idh (indice di sviluppo umano) ha ottenuto un miglioramento dal 0,649 allo 0,755. Il programma di trasferimento di reddito, la Bolsa Família, ha beneficiato circa 45 milioni di persone, e ha avuto un impatto molto forte nella diminuzione della povertà estrema.

Ancora, riguardo i rapporti di lavoro, si registra un passo avanti in termini di legislazione. La Lei das Domésticas nel 2015 ha cercato di formalizzare l’impiego domestico avvicinandosi ai diritti costituzionali già stabiliti per altri settori. Nel 2011, si stimava che il numero di lavoratori domestici in Brasile era di 6,6 milioni di persone di cui il 90% donne.

Nell’area dell’educazione il numero di persone che hanno avuto accesso all’istruzione superiore ha conosciuto una rapida crescita. Le iscrizioni a istituzioni pubbliche e private sono passate da 3,9 milioni di iscritti nel 2003 a 7,9 milioni nel 2014 (incluso anche l’insegnamento a distanza). L’espansione è stata più forte nei sussidi all’insegnamento privato, ma è stato significativo anche l’aumento di offerta nelle istituzioni pubbliche. Decine di università e istituti federali sono stati creati in questo periodo. Un forte impatto è stato anche percepito con il programma delle quote sociali e etnico-razziali nel sistema federale di insegnamento. Attualmente secondo la legge del 2012, il 50% dei posti federali sono distribuiti tra studenti a basso reddito e altri auto-dichiaratisi negri, mulatti e indigeni. L’insegnamento pubblico superiore in Brasile – che è ancora gratuito- è stato tradizionalmente segnato dalla presenza spropositata di studenti della classe media ed ha cominciato finalmente a diversificarsi.

Il tipo di crescita prodotto fino al 2013, a dispetto dell’assenza di un progetto chiaro e coerente dei governi Lula e Dilma è stato oggetto di critiche a destra e a sinistra. A destra le voci più allineate al mercato finanziario criticavano il criterio del finanziamento statale a favore di gruppi nazionali e la mancanza di attenzione alla questione fiscale accanto a un ipotetico mancato controllo dell’inflazione. Anche il salario minimo era troppo alto per i neo liberali, perché la sua valorizzazione non era frutto di un aumento di produttività.

A sinistra le critiche si concentravano sul carattere limitato e predatorio dello sviluppo: la rendita del capitale finanziario era ancora elevatissima, il dinamismo della produzione si riduceva a settori volti all’esportazione e/o che esigevano bassa qualificazione. La popolazione lavoratrice ha affrontato un mercato del lavoro migliore ma con visibili tratti di precarietà. I servizi pubblici e le stesse infrastrutture della città non miglioravano nella stessa proporzione dell’accesso al consumo.

Questa ambivalenza è stata espressa da André Singer grazie alla nozione di “riformismo debole” dei governi Pt nel suo Os sentidos do lulismo del 2012. Secondo l’autore il lulismo sarebbe stato un governo di tipo bonapartista che ha ottenuto un esplicito sostegno del sottoproletariato brasiliano. Questo settore povero e disorganizzato della società chiedeva un miglioramento della propria condizione di vita, ma visto che era conservatore non voleva comunque rimettere in discussione l’ordine costituito. Lula avrebbe occupato esattamente questo ruolo, prima di essere controllato da politici di destra. Nell’insieme ha risposto al desiderio popolare senza mettere in grande disordine le classi popolari e con un ritmo sempre più lento. Il fatto è che a partire dal 2013, il conflitto distributivo comincia a dare i primi segni che il limite era ormai stato raggiunto.

Non è stato, non è ancora e forse non sarà mai facile capire cosa sia successo nel 2013. Lula ha lasciato nel 2010 con un indice di gradimento molto alto. In generale l’83% della popolazione considerava il suo governo da buono o ottimo. Solo il 13 % lo considerava normale e il 4% cattivo o pessimo. Nel marzo del 2013 poco prima delle proteste di massa, il 65% considerava il governo Dilma buono o ottimo, il 27 % regolare e solo il 7% cattivo o pessimo. Alla fine di giugno Dilma aveva solo il 30% di approvazione totalmente positiva, il 43% lo giudicava regolare e il 25% lo giudicava cattivo o pessimo.

Non ho modo qui di discutere con più profondità questo intrigante fenomeno della società brasiliana. Ma si tratta di uno degli elementi più decisivi per spiegare la crisi attuale: la classe media brasiliana che scende per strada e che fa il suo esordio sulla scena politica del paese.

Sebbene l’inizio delle manifestazioni di giugno 2013 sia scoppiato con un movimento essenzialmente studentesco la cui esigenza principale era l’annullamento della nuova tariffa dei trasporti pubblici a San Paolo, c’è però un cambiamento di punto di vista delle rivendicazioni e cioè una maggiore enfasi del discorso anticorruzione e del profilo sociale dei manifestanti (i dati esistenti mostrano il predominio della classe media, ossia persone con diploma superiore e con un reddito familiare da 5 a 10 salari minimi o superiore a 10).

Il 20 giugno del 2013 circa un milione di persone sono scese per strada in più di 300 città del Brasile. Il paese stava per ospitare la Copa das Confederações, evento test della Fifa per la Coppa del Mondo del 2014. Contro le spese sostenute per costruire stadi, gli sctriscioni chiedevano l’ampliamento e il miglioramento dei servizi pubblici (trasporti salute ed educazione), questo era il tono generale della protesta, ma questa volta esse sono ri-significate in un discorso nazionalista che concentra la sua critica sul governo federale, ossia quello del Pt.

A partire da questo momento le strade cominciano a dividersi. I manifestanti visti come “di sinistra” sono espulsi dalle manifestazioni, l’inno nazionale è costantemente intonato tra chi urla sempre più alto la necessità di una protesta “senza partiti”. Il Movimento passe livre (Mpl), organizzatore delle prime proteste di giugno annuncia di non far parte delle manifestazioni. Se i giovani, molti di loro già lavoratori denunciano il lato “debole” della riforma del governo per via del consumo, la classe media mette in questione invece il riformismo in sé.

Con molto sforzo Dilma è sopravvissuta al 2013 ma è riuscita, per un margine di solo il 3% di voti validi, a essere rieletta nel 2014. Le ricerche hanno dimostrato che i governi del Pt potevano contare per lo meno elettoralmente su una massa di popolazione appartenenti a fasce di reddito inferiore e su buona parte del movimento organizzato dai lavoratori. Ma il grosso della classe media aveva preso posizione e dal primo giorno del 2015 ha sostenuto le iniziative legali e illegali che avrebbero portato alla deposizione di Dilma del 2016. Nella finestra di opportunità aperta nel 2013, sono stati creati gruppi liberali e di discussione come il Movimento Brasil livre (Mbl), Vem pra rua e Revoltados on-line. Grazie alla capacità di maneggiare abilmente la mobilizzazione diretta via rete sociali e grazie al sostegno decisivo delle maggiori reti di comunicazione del paese e dei gruppi impresari non più disposti a sostenere le concessioni ai movimenti sociali e sindacali in generale, questi manfestanti sono stati la vera faccia delle manifestazioni verde-gialle a favore dell’impeachment.

La città di San Paolo è stata al centro di questo processo. Manifestazioni programmate la domenica pomeriggio, un’intensa partecipazione della stampa durante la settimana: due di esse hanno raggiunto una partecipazione storica, 210mila persone il 15 marzo 2015 e 500mila il 13 marzo del 2016.

Come parte della mia ricerca, ho accompagnato in loco la manifestazione del 2016. È stata un’esperienza sociologica e personale molto intensa. La sensazione era di un contesto a me molto familiare. Ho infatti frequentato spazi di divertimento e ho studiato parte della mia vita in scuole della classe medio alta, per me era come se fosse tutto molto omogeneo. Sono arrivato al punto di abbozzare qualche numero sul profilo dei manifestanti. La divulgazione dell’istituto di ricerca Datafolha, il giorno dopo, ha dato tratti più oggettivi a quella mia percezione. Diversamente dalle proteste del 2013 con un profilo più giovane, praticamente due terzi dei manifestanti nel 2016 aveva un’età superiore a 35 anni, il 40% aveva età superiore ai 51 anni. Dal punto di vista dell’educazione il 77% aveva un diploma di livello superiore o studiavano all’università. Circa il 40% aveva un reddito familiare superiore a 10 salari minimi e il 26% tra 5 e 10. Nel quesito di auto-dichiarazione del colore/ razza, 77% erano bianchi e 19% neri (15% pardos [scuri] e 4% neri secondo i termini ufficialmente utilizzati)

Questi numeri in Brasile esprimono un pubblico molto specifico. Quando si prendono gli stessi quesiti avendo come riferimento la popolazione generale di San Paolo, si capisce il profilo “elitizzato” delle manifestazioni. La stima delle persone con formazione superiore completa o incompleta è del 28% solo l’11% ha un reddito superiore a 10 salari minimi e il 15% tra 5 e 10. La popolazione auto-dichiaratamente bianca è il 48% mentre i negri (mulatti e negri) il 47%.

Cosa spiega la posizione politica presa dalla classe media?

Sebbene si tratti di casi individuali anche se più estesi possono portare chi li analizza a credere all’ipocrisia della classe media – così dipendente dai rapporti personali che conferiscono indebiti vantaggi esattamente come ai politici che essa stessa critica. Dal punto di vista strutturale questa classe ha bisogno di difendere l’osservanza delle leggi e dei criteri legali che misurano il successo nel mercato e nei concorsi pubblici, visto che l’ideologia meritocratica è offesa da quelli che scalano la gerarchia sociale fuori dai meccanismi di selezione socialmente validi. In altre parole non c’è bisogno di questi mezzi illeciti. La verità è che il semplice trasferimento di capitali culturali ed economici dei genitori venivano trasferiti come merito individuale nella scuola e nel mercato dei figli fatto che ha permesso la sua riproduzione sociale in quanto classe. Detto in modo diretto: la classe media non ha alternativa, ha bisogno di negare la corruzione per giustificare la sua esistenza nel mondo.

Il problema è che storicamente questo rifiuto tende a essere selettivo. La crisi recente ha confermato questa caratteristica. Il fatto più assurdo è stato la scomparsa delle grandi proteste dopo la deposizione di Dilma anche se le denunce contro Temer sono state più gravi. Anche l’inasprirsi della rivolta della classe media contro i governi del Pt ha avuto un tempismo particolare perché è diventata tale quando i primi effetti della crisi economica si sono fatti sentire.

Ciò ha praticamente obbligato gli analisti a identificare interessi velati nella lotta contro la corruzione. Le spiegazioni più comuni ruotano intorno all’argomento secondo il quale la classe media tradizionale avrebbe perso reddito, o guadagnato poco lungo questo periodo il che avrebbe creato una pressione venuta dalle fasce più basse in termini di accesso ai servizi e condivisione di spazi prima esclusivi della classe media. La popolarizzazione dell’uso del trasporto aereo è stato uno dei fenomeni più eclatanti in questo senso. Ma questo argomento è un po’ riduttivo. Il buon risultato dell’economia per lo meno fino al 2013 ha avuto un impatto positivo sulle condizioni di impiego della classe media, più nel settore statale che nel mercato in generale. Inoltre studi sulla distribuzione del reddito non rivelano una perdita sostanziale di lucro. La cosa più probabile è che sia successo una specie di gioco del “guadagna-guadagna” nel quale la classe media non ha smesso di beneficiare, ma in sostanza, non nella stessa proporzione in cui ha beneficiato la classe lavoratrice impoverita e il grande capitale. Quest’ultimo più di tutti.

A partire da questa costatazione una spiegazione più ampia ha bisogno necessariamente di conciliare aspetti economici e ideologici. In questo senso, l’impatto più forte sul modo di essere specifico della classe media brasiliana è stato causato dalle politiche sociali dei governi del Pt. Ed è successo in vari modi, vediamo alcuni esempi.

La valorizzazione del salario minimo, i programmi di trasferimento di reddito come la Bolsa Família, le politiche di quote etnico-razziali in concorsi ed esami pubblici e la formalizzazione dell’impiego domestico hanno causato un doppio impatto. Economicamente, hanno reso più cari i servizi personali che caratterizzano il modo di vita della classe media brasiliana e hanno attaccato antichi privilegi con l’allargamento dei diritti. Ideologicamente, queste politiche sono state viste come attacchi ai valori meritocratici e sono state rifiutate con l’idea che incentivavano l’inefficienza e la dipendenza degli individui dallo stato.

Secondo l’ipotesi dell’inizio degli anni novanta presentata dal politologo brasiliano Décio Saes, possiamo dire che la classe media fa uso di un neo-liberalismo di opposizione per bloccare l’ascensione delle fasce popolari anche se il programma neoliberale “ puro” inficia certe istanze come la riduzione dei diritti dei lavoratori.

Forse il cambiamento più importante che riesce a rendere comprensibile l’avvicinamento della classe media al neoliberalismo si trova intimamente legato all’emergenza del “nuovo spirito del capitalismo” di cui parlano Luc Boltansky e Éve Chiapello in O novo espírito do capitalismo rappresentato dall’ethos dell’imprenditoria. Dopo i cambiamenti profondi dell’organizzazione globale capitalista delle ultime decadi, si sono accentuate forme più flessibili di lavoro non solo per le classi lavoratrici rappresentate, ma anche per i professionisti con alta qualifica e reddito. La valorizzazione dello sforzo personale e delle abilità di disputa nel mercato, rivaleggiano con gli sforzi di governi che hanno a che fare con la miseria e la povertà e hanno bisogno di politiche sociali più ampie.

La globalizzazione ha potenziato l’ansia della classe media di avvicinarsi al modello di consumo delle fasce superiori dei paesi centrali, specialmente degli Usa. Il discorso anticorruzione si faceva più forte nella misura in cui le differenze di prezzo tra prodotti commercializzati negli Usa e in Brasile sono spiegati dall’esistenza di elevate tasse che, a loro volta, sono frutto del parassitismo dello Stato e dei “politici corrotti”.

La classe media, specialmente la sua parte superiore, è stata così mobilizzata per il golpe che ha investito Dilma Rousseff. Non si è costituita come forza dirigente ma come base sociale di un movimento che ha risposto a interessi più specifici. Per primo l’antica base di sostegno del governo ha trovato nella deposizione della presidente un modo per frenare la portata delle denunce fatte nell’ambito dell’operazione Lava Jato. Fino a questo momento il gioco si è rivelato vincente. In secondo luogo si riferisce alla limitazione del potere dei gruppi economici nazionali che, adesso, possono essere sostituiti da capitali esterni considerati impegnati eticamente negli affari. Infine le riforme del governo Temer rispondono solo agli interessi del mercato finanziario che come sempre esige la disciplina necessaria per la conservazione del profitto.

Sarebbe sbagliato immaginare che il progetto “lulista” che ha cercato di rispondere alle esigenze delle masse povere lavoratrici e del grande capitale sia completamente morto. Ma una qualsiasi nuova versione di questo progetto, più forte o anche in versione light, avrebbe un nemico fin troppo conosciuto ad aspettarlo.

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