Film da Oscar, quindi brutti

di Paolo Mereghetti

illustrazione di Marco Smacchia

La scadenza dell’Oscar e le strategie della distribuzione internazionale che concentra in uno o due mesi i titoli che possono aspirare a premi, permettono di dare uno sguardo un po’ meno frammentario sulla produzione “di qualità” che ci arriva dall’America. E la prima cosa che si nota in molti di questi titoli – come Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh, The Post di Steven Spielberg o La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro – è il loro debito verso un’idea antica di cinema. E antica perché sicura, capace di ritrovare quella narrazione forte e accattivante che nei blockbuster con super-eroi sembra ormai svanita. Una trama coinvolgente è lo strumento migliore per indirizzare gli sguardi degli spettatori sull’oggi e le sue contraddizioni e per distinguere quei film dalla massa di prodotti standardizzati che affollano le programmazioni. Così balza subito all’occhio il ritratto “trumpiano” della provincia di McDonagh, con la sua violenza diffusa, il razzismo quotidiano, la sfiducia in tutto ciò che non sia interesse individualistico ed egoistico. O l’orgoglio per il proprio dovere che innerva The Post, dove il “destino manifesto” americano si colora di valori democratici e progressisti perché attacca il potere e la sua protervia (con un Nixon molto “trumpiano” che Spielberg ha voluto parlasse, almeno nell’edizione originale, proprio con la sua vera voce, quella conservata nelle registrazioni). O ancora la poetica vittoria degli ultimi e dei diversi nella rilettura fantasy della favola della Bella e la bestia che Del Toro ambienta negli anni sessanta della Guerra fredda ma che non può non rimandare alle politiche anti-immigrazione che vanno per la maggiore.

Questo non vuol dire che i tre film in questione non siano a loro modo godibili. Con quello che si vede, rischiano di assomigliare a dei capolavori! Ma la generale arretratezza della qualità, ormai adeguatasi al prodotto medio Netflix (attori di fama e regia professionale per un tema da dibattito) non deve far dimenticare che potremmo chiedere al cinema qualcosa di più e di meglio. Come lo stesso cinema americano ci aveva mostrato in decenni ormai lontani quando gli Arthur Penn, i Robert Altman e i Sam Peckinpah ci avevano illuso che Hollywood potesse rinascere dalle proprie ceneri e tornare a mostrarci un cammino possibile e condivisibile. Oggi invece bisogna accontentarsi, contenti che nei film si possa almeno leggere un qualche attacco alle ideologie dilaganti, che poi sono quelle di un populismo egoistico e autoreferenziale, contenti – noi spettatori – di sentirci almeno dalla parte giusta.

Ecco, sembra quasi che la coscienza della propria onestà o correttezza o innocenza sia condizione sufficiente per promuovere le proprie opere, anche ai premi cinematografici, ieri in difesa della minoranza afro-americana (#sowhite) oggi di quella femminile (#MeToo), facendo così rientrare dalla finestra quello che si era cercato di far uscire dalla porta: il messaggio consolatorio che assolve ogni peccato.

Forse però sarebbe giusto ricordare anche il generale arretramento critico (di gusto, di voglie, di esigenze) del pubblico, il suo abituarsi a un tipo di racconto più semplice e chiaro, capace di raccontare in maniera piana poche ma efficaci idee. Che poi è quello che propongono i tre film di cui parliamo.

Così Spielberg rivendica una certa “testardaggine” del miglior homo americanus, ieri l’avvocato del Ponte delle spie oggi il direttore del “Washington Post”, entrambi decisi a fare il loro dovere nel migliore dei modi possibili, anche se il mondo non è più quello accogliente (e positivo) dei film di Hawks o i suoi eroi non hanno più la capacità fordiana di dover rinunciare a qualcosa per raggiungere il proprio obiettivo. Per questo forse sposta il suo interesse (e l’attenzione del film) su chi quegli obiettivi deve ancora metterli a fuoco e conquistarli come la Kay Graham che si trova a confrontarsi con un mondo tutto di uomini, lei che fino a ieri era stata abituata a organizzare festicciole e cene per il marito editore. E ci offre la storia della presa di coscienza di sé e dei propri diritti da parte di chi aveva sempre accettato che le fossero negati. Un po’ le stesse ragioni che sono alla base della simpatia che sprigiona la Mildred cui Frances McDormand dà rabbia e determinazione in Tre manifesti. Al di là del finale che accontenta un po’ tutti, anche qui a conquistare l’attenzione (e le simpatie) del pubblico c’è una donna, una specie di cowboy in gonnella (non a caso la McDormand ha confessato di aver studiato la camminata di John Wayne per interpretare il suo ruolo), testarda e cocciuta, che non si preoccupa molto degli errori che compie (ma sa riconoscere il giusto negli altri: la nuova fidanzata del marito, il poliziotto razzista), secondo una logica che sembra uscita direttamente da qualche vecchio western e che proprio per questo – il suo essere per prima cosa un film di genere – ottiene un’adesione da parte dello spettatore che finisce per mettere la morale in secondo piano e l’auto-gratificazione in primo (anch’io vorrei essere cocciuta e determinata come lei…). Più difficile identificarsi con la Elisa (Sally Hawkins) di La forma dell’acqua: muta, sola, indifesa riesce però a credere – e far credere – che la forza dell’amore basta e avanza per superare ostacoli e barriere. Anche quelli della Guerra fredda e dei suoi efficientissimi sostenitori. A mettere in scacco tutti basteranno una spia piuttosto ingenua, un illustratore scalcagnato e una casalinga frustrata, proprio perché il loro mondo non è quello reale ma quello delle favole e dei sogni, di cui tutti sembriamo avere sempre più bisogno.

Così tre film non straordinari finiscono per emergere grazie al confronto con quello che li circonda, indicatori forse più dei bisogni e delle voglie del pubblico che di quello che può davvero offrire il cinema.

Chi invece sembra seguire testardamente una strada personale senza farsi condizionare più di tanto da quello che “vuole” il pubblico o il mercato, è Paul Thomas Anderson, il cui ultimo film, Il filo nascosto, arriva come una specie di ufo sugli schermi. Affidato all’interpretazione di Daniel Day-Lewis il film racconta il mondo autoreferenziale e inscalfibile di un sarto di haute couture nella Londra degli anni cinquanta, Reynolds Woodcock: sceglie di stare con una donna, la popolana Alma, perché le sembra la modella ideale per le proprie creazioni mettendo anche i sentimenti al servizio del proprio lavoro, vive secondo regole ferree che nessuno ha il coraggio di mettere in discussione, esige dalle sue clienti la stessa dedizione e amore che lui mette nel fabbricare i loro vestiti e finirà per accorgersi di non poter vivere nel suo orgoglioso isolamento solo quando Alma compirà il più totale dei tradimenti: cercherà di avvelenarlo. Il film è la storia del bisogno di una dedizione assoluta che richiede da chi gli sta intorno il medesimo rispetto e dedizione. Non ci sono messaggi da scoprire o identificazioni da cercare. C’è solo un oggetto-film da guardare e ammirare, facendo anzi attenzione a non “disturbare” un equilibrio perfetto di immagini, dialoghi e atmosfere. L’unica lezione che se ne può trarre forse è quella del confronto con il lavoro del regista, sarto raffinato che detesta lo chic (come spiega Woodcock in una scena che diventerà cult) e pretende dallo spettatore la stessa attenzione e lo stesso rispetto che lui ha impiegato nel suo lavoro. Senza preoccuparsi d’altro, nemmeno del pubblico (che infatti non dà l’idea di amarlo molto) e in questo modo riuscendo a dare forma al vero dilemma del cinema hollywoodiano di oggi: inseguire il mercato e le sue aspettative o cercare cocciutamente la propria strada. Con il rischio di ritrovarsi in una compagnia sempre più ridotta.

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