Ebeti e contenti con Overload

di Rodolfo Sacchettini

Secondo un recente studio americano l’attenzione umana si starebbe avvicinando in modo preoccupante alla cosiddetta soglia del “pesce rosso”. Sostengono gli scienziati che il pesce rosso riesca a rimanere concentrato su un singolo stimolo o oggetto o azione, per non più di otto secondi. L’essere umano in questo momento storico raggiungerebbe una media di circa nove secondi. O per meglio dire, le nuove tecnologie (smartphone e computer) hanno predisposto i loro software per offrire impulsi ogni nove secondi, abbassando enormemente la soglia minima. Hanno scelto questo intervallo di tempo così breve, per avere più possibilità che il cervello, e il corpo umano, non si stacchi dalla macchina (smartphone o computer che sia). Può essere un segnale sonoro, un video, una finestra pop up, un messaggio o una notifica dai social, una mail eccetera. Ogni nove secondi accade qualcosa, in modo non così dissimile da quanto si sosteneva nei manuali di sceneggiatura dei film hollywoodiani. L’attenzione dello spettatore deve essere sollecitata continuamente, attraverso effetti speciali o colpi di scena narrativi o battute particolarmente spiritose, tutto questo perché il pubblico non si distragga. Adesso la differenza è che invece di manciate di minuti, si parla di secondi, e che al posto del consumo culturale si è sostituita la vita quotidiana. Si potrebbe poi aggiungere che non si vuole più intrattenere lo spettatore dentro una storia o una narrazione, ma si cerca di creare interruzioni al flusso del pensiero e di evitare la possibile sedimentazione della memoria. Già, ma cosa stavamo dicendo?

La notizia è uscita qualche mese fa e chissà se è vera. Sicuramente è credibile e i risvolti inquietanti sono sotto gli occhi di tutti. L’attenzione si è trasformata in una merce preziosa: più attenzione, più tempo, più soldi. Siamo nell’era dei neuroni specchio e di una pubblicità perenne che fa poco leva sulle fragilità dei desideri e che ha forse esaurito il serbatoio dell’inconscio. Si punta direttamente sui processi neurologici, sugli effetti delle sostanze psicoattive. I persuasori occulti descritti da Vance Packard sono materia da scuola elementare. Analisi e metodologie adesso vengono estrapolate da neuroscienze e psichiatria. Ed è per questo che si usano termini digitali anche quando si parla di fisiologia umana: il cervello oggi rischia l’overload, come i computer, cioè di andare in tilt perché sovraccarico di informazioni e di impulsi. Di tutto questo parla l’ultimo spettacolo di Sotterraneo, Overload, usando lo scrittore americano David Foster Wallace come Virgilio di un viaggio che è anche l’attraversamento di un’epoca: sintetizzatore delle tensioni e delle aspirazioni degli ultimi anni dello scorso secolo e in un certo senso precursore delle mutazioni in corso. Wallace è morto e si presenta al pubblico come tale. D’altronde sul palcoscenico i morti hanno la medesima cittadinanza dei vivi, ciò non crea nessun particolare problema. Ma non c’è solo la sopravvivenza teatrale di un personaggio defunto, si respira piuttosto la ludica permanenza di una figura assorbita nell’eternità digitale, dove i confini si fanno sempre più labili e si confondono nella persistenza delle immagini. Wallace vorrebbe parlare di “realtà”, o per meglio dire di come si può sopravvivere nell’epoca della saturazione delle informazioni.

Il discorso al microfono però viene interrotto continuamente da un performer che, con un cartello in mano, propone al pubblico di aprire un “contenuto nascosto”. In altre parole gli spettatori alzando semplicemente la mano possono far virare la narrazione in un’altra direzione, aprendo una nuova finestra, attivando il link. Nell’era offline, il motto fosteriano “only connect” aveva funzionato da guida sicura per creare confronti, accostamenti e portare avanti un ragionamento. Nei tempi 2.0 la possibilità della connessione si fa, più che tentazione, vero e proprio ricatto. Così il monologo di Wallace viene continuamente interrotto da nuove “finestre” sceniche che seguono una logica del tutto, o quasi, incongrua. Appaiono giocatrici di tennis, nuotatori, balli sfrenati, player di football, il tutto sotto lo sguardo di due pesciolini – meccanici – che nuotano nevroticamente dentro un acquario. È soprattutto il mondo dello sport a entrare prepotentemente in scena. L’impressione iniziale è che si riproduca la medesima dinamica del blob televisivo. Poi però la scena si allarga e alla sovrapposizione delle azioni si sostituisce la simultaneità, per una configurazione tridimensionale e analogica del processo di multitasking e del concetto di rete. È eccitante e divertente lasciarsi guidare in questo susseguirsi di assurdità e percepire una velocità di invenzioni che sotto il segno dello spreco e del consumo non lasciano tregua allo spettatore.

Sotterraneo è un collettivo nato una decina di anni fa a Firenze, che ha fatto della corsa e della velocità una cifra estetica. In La cosa 1, fra i primi loro lavori, ogni movimento sulla scena era compiuto di corsa. Sembrava che i performer-attori fossero costretti a muoversi incessantemente. La mèta di ogni affannata corsa era la definizione di una scenetta dai sapori comicamente deludenti. Microcostruzioni fallite, dialoghi disconnessi, sentimenti uccisi sul nascere da cinico autismo, crudeltà da guastafeste della domenica. In questo piccolo mondo la graffiante ironia e un’invenzione mai doma offrivano le uniche vie d’uscita, temporanee ma in fondo soddisfacenti.

Dieci anni dopo il discorso di Sotterraneo prosegue sugli stessi binari, aumentando di complessità e arricchendo e aggiornando il proprio immaginario. Si scrutano le mutazioni in corso sempre da un punto di vista biografico, che è anche generazionale. D’altronde l’idea dell’autoritratto ha avuto negli anni concrete trasposizioni sceniche: la vintage polaroid istantanea, la macchinetta fotografica usa e getta, il selfie del cellulare. Con Overload lo specchio della scena non vuole più ritrarre il pubblico, ma funzionare come lo schermo di uno smartphone o di un computer, dove la nostra immagine è totalmente scomposta in mille link, in disordinate analogie di interferenze pubblicitarie. Non c’è nessuno specchio nel quale sprofondare, perché lo specchio ha rubato l’io. L’inconscio che si riflette è stato chiaramente manomesso da qualcun altro. Allora rimaniamo ebeti e contenti. Sì, ebeti e contenti, perché come sotto l’effetto di una droga sofisticata, le nevrosi trovano uno sfogo facile, il mondo si contrae in pochi centimetri, e non c’è bisogno di molto altro. Finalmente autosufficienti.

Il merito di Overload – e di Sottoerraneo – sta soprattutto nella sfida di non aver paura di entrare nella bocca del lupo: lasciarsi attraversare da un policentrismo scenico vivace e potenzialmente ricco di sviluppi, tentare di inventare una propria lingua, che è una lingua di oggi, del nostro mondo, ma a suo modo resistente, ostinata. Il teatro, nel voler tradurre con i suoi antichi strumenti il mondo digitale sembra funzionare da antidoto, anzi pare quasi guadagnarci qualcosa, come tentativo di ibridazione e non perché si usino tecnologie sofisticate, al contrario, gran parte dello spettacolo in fin dei conti non è poi così lontano da una pantomima.

Lo specchio euforico che si costruisce sulla scena è fatto di carne. La consistenza del corpo umano, che è meravigliosamente imperfetto e vivo, non può nascondere i segni della fatica e dell’affanno, di un’energia pur sempre vitale. Lo specchio che si costruisce è quello di un’apocalisse quotidiana che ha anche il sapore inquietante della stupidità. La compagnia ha finito lo spettacolo e torna a casa in macchina con il proprio furgoncino. Niente di più vicino alla vita, niente di più quotidiano e ovvio. Così come niente di più comune è l’arrivo di un messaggino sul cellullare con irresistibile richiamo sonoro. È un attimo, un riflesso incosciente e immediato. Non è altro che uno dei tanti stimoli che ogni nove secondi riceviamo dai nostri supporti tecnologici. Ma arriva nel momento meno adatto, quando la stanchezza si fa sentire e il cervello non ha energie per sostenere nessuna opzione di multitasking che non sia tenere le mani sul volante e guardare la strada davanti a sé. È solo un attimo, quanto basta, per far sbandare l’automobile e mandare all’altro mondo il gruppo di attori. La scena è di grande impatto e costruita come una pantomima al rallentatore, in contrasto con tutto il resto dello spettacolo.

Nell’euforia generale della distrazione permanente, è la morte ad aprire e chiudere lo spettacolo: prima nelle vesti di un sorridente, intelligentissimo e suicida Wallace, poi nell’immagine inquietante di un incidente stradale. Potrebbe essere solo la trovata efficace di una pubblicità progresso, se non fosse che Sotterraneo distilla l’immagine alla fine di una corsa, la corsa nelle nostre reti, che è quella che viviamo tutti i giorni. Nel dibattito sull’uso degli smartphone anche a scuola, sarebbe salutare almeno che lo spettacolo venisse fortemente consigliato ai ragazzi e che fosse reso obbligatorio a professori, insegnati e genitori!

 

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