Come accogliere, ovvero: che cos’è il Cnca

di Armando Zappolini. Incontro con Goffredo Fofi e Nicola Villa

illustrazione di Gabriella Giandelli

La costituzione formale del Cnca, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, è del 1982. Il nome “comunità di accoglienza” è ormai da tanti anni “stretto”, perché contiamo comunità di molti tipi: più di novecentocinquanta case di accoglienza tra cui circa duecento comunità per tossicodipendenti, che è il settore da cui provengo, ancor di più comunità per minori, quindi sia comunità educative che comunità familiari, una cinquantina di strutture familiari di accoglienza per disabilità, case di fuga per donne vittime di tratta, detenuti, e negli ultimi anni di profughi e rifugiati politici. Da diversi anni l’area minori – famiglie affidatarie – è diventata maggioritaria e in questi ultimi anni l’area accoglienza migranti è diventata come numero di persone accolte e di strutture la più numerosa. Però storicamente la cosa più evidente prima era sempre stata quella delle dipendenze. Anche io vengo da quel mondo lì. Inoltre la maggior parte delle azioni del Cnca è educativa e riguarda i servizi, un lavoro più di strada. Uno dei passaggi che ha caratterizzato gli ultimi anni è stato dalle comunità di accoglienza a comunità accoglienti cioè a luoghi che aiutino il territorio ad avere uno sguardo di accoglienza. Attualmente il Cnca conta 256 gruppi nei quali lavorano più di quindicimila persone, con una media maggioritaria di laureati ed educatori, insieme a migliaia di volontari stabili, quindi non occasionali. Come struttura organizzativa il Cnca ha un presidio istituzionale in ogni regione, esclusa la Val D’Aosta. Liguria e Piemonte, Abruzzo e Molise sono insieme, poi tutte le altre regioni hanno la federazione che si costituisce se ci sono almeno un minimo di cinque gruppi.

Ciò che caratterizza il Cnca da sempre è il lavoro in rete col servizio pubblico, rifiutando logiche privatistiche. Un’altra peculiarità è quella di essere sempre soggetto politico, non essere come spesso ci ripetiamo “prigionieri del fare”, uno dei più grossi limiti che riscontriamo nel terzo settore soprattutto cattolico dove manca questa capacità di visione, di lettura. Sono ormai diversi anni, non solo a Spello, che è il nostro momento annuale principale, che in tutti i nostri momenti assembleari nazionali non si parla più di servizi, non si parla più di droga, ma si parla di politica, di cambiamento, di sogno, di pozzi dove scavare freschezza per attraversare il deserto, della “logica del soffione”, qualcosa che si contamina, che va, i piccoli gesti che però devono essere capaci di diffondersi.

Rispetto alla politica, per parlare di drammi attuali, da diversi anni abbiamo fatto la scelta di non riconoscere più, se mai c’è stato, alcun partito amico. Questo però è andato di pari passo con la scelta di non essere da soli, quindi con la volontà di costruire reti, campagne, come la campagna contro il gioco d’azzardo, quelle sui minori, contro le droghe, l’accoglienza ai migranti, la cittadinanza ai figli di stranieri, tutti luoghi in cui noi esprimiamo un’attività politica.

E questa è una scelta politica strategica che ormai da anni ci caratterizza però è anche un limite sul quale il Cnca deve fare dei passi, per esempio, nella riforma del gruppo dirigente svincolato dalla gestione tematica specifica, cioè favorire un coordinamento che deve avere un’apertura ai movimenti, ispirandosi al discorso del papa ai movimenti del 5 novembre 2016.

La definizione più bella che ho inventato da quando sono presidente del Cnca, da ben 8 anni, è “sognatori con i piedi nel fango”. Questo è un concetto di cui sono innamorato, perché dà l’idea di qualcuno che è veramente collegato alla realtà, ma con uno sguardo lungo. Non ci si può accostare ai poveri, qualunque sia la loro povertà, dando solo pane, ma bisogna dare una prospettiva, un cambiamento possibile, qualcosa che ti dà un senso alla fatica di oggi, e non è un’illusione, è la persona umana che è così e questa cosa fa la differenza, trasforma l’assistenza in solidarietà, la carità in relazione.

 

La crisi del terzo settore

Il limite più grave che vedo nel nostro mondo è quello appunto di rimanere “prigionieri del fare”. Incontriamo sempre più operatori e volontari preparatissimi nella pratica, ma poveri e superficiali nella teoria: se chiedi loro qual è lo scopo del nostro fare restano zitti. Inoltre il modo migliore per non far parlare la gente è mettergli una banconota in bocca, anche per un fine buono. Questo è il grosso limite che ha consegnato al nostro paese una cultura che è lontanissima da noi, perché non c’è attenzione nei nostri mondi e la riforma del terzo settore è lo specchio nel non riconoscere il valore qualificante della cooperazione. Si sono aperte al profit le agevolazioni del no-profit, per cui lo Stato in questo modo sta facendo un passo indietro aprendo ai capitali per i servizi che dovrebbe coprire costituzionalmente. E quindi noi praticamente ci troviamo che chi ha vincoli democratici, di collaborazione, di percorso è sacrificato rispetto a chi entra invece con altre logiche. È come la delocalizzazione: chi arriva qui dalla Cina e lavora con un contratto di lavoro cinese è avvantaggiato rispetto a una ditta che fa lavorare la gente con un contratto di lavoro nazionale. Nel Welfare è lo stesso: lo Stato è complice e il nostro mondo non ha saputo reagire.

Non solo, ma ravvisiamo anche una demolizione del sistema dei corpi intermedi. Ci sono leggi a livello comunale che stabiliscono che chi ha un appalto di un servizio ogni tre anni deve lasciarlo. Ipotizziamo che ci sia una cooperativa che fa assistenza domiciliare, che trova la sua forza nella rete che costruisce intorno a una persona, a una persona disabile, a una persona con un handicap, con queste leggi vuol dire non riconoscere alcun valore a quel lavoro sociale.

Tutto ciò è il frutto di un terzo settore che non ha costruito cultura, che non ha fatto sogni, che non ha alimentato rabbia, che non ha creato reti, che non ha fatto crescere i suoi. Quando citiamo papa Francesco ripetiamo cose che noi cattolici dicevamo al G8 a Genova nel 2001. Però oggi la base cattolica, i preti, specialmente quelli giovani e i praticanti, sono su un altro pianeta, così come buona parte dei nostri volontari, operatori, della nostra gente. Chi da anni fa un servizio e sta in un gruppo di un certo tipo oggi vota e dice cose allucinanti.

 

L’accoglienza ai migranti

Il criterio con il quale abbiamo attivato l’accoglienza a profughi e rifugiati è stato da sempre quello di decentrare: piccole realtà – appartamenti, case – con una forte spinta d’integrazione. Oggi possiamo censire trecentocinquanta strutture per quasi cinquemila persone accolte nell’emergenza: dunque unità da sei a dieci persone, al massimo. Abbiamo criticato fortemente gli accordi con la Libia, Sudan e Turchia perché è una barbarie legalizzata, pur riconoscendo che l’Italia è l’unico paese che è rimasto in prima linea. Tuttavia contestiamo fortemente, in questa logica, che siano le prefetture a gestire l’accoglienza nella logica dell’emergenza e della sicurezza. In realtà se fossero invece gli enti locali, regioni e comuni, a farsi carico di fatto si sarebbe già attivata tutta una rete già esistente. Ad esempio pensiamo alla mia parrocchia, nei comuni tutti intorno, ci sono più di cento persone accolte in undici case e non c’è nessun allarme sociale: tra questi c’è chi va ad aiutare al bar, chi fa dei piccoli lavoretti, chi va a scuola, chi insegna ritmica africana ai ragazzi del paese, cioè c’è un mondo normale, quotidiano. Dalla legge Bossi-Fini in avanti la politica ha fatto solo norme che servono a creare un allarme sicuritario e la prefettura gestisce il tutto, mentre grandi realtà come la Croce rossa o realtà profit hanno mega-centri dove fanno un mucchio di soldi e provocano questo disagio sociale. Immaginiamo di essere accolti in un palazzo con altre centoventi persone con due solo di guardia, dove portano da mangiare tutti i giorni nella plastica, un cibo che non mangiamo mai, senza avere nessuna assistenza, senza conoscere la lingua, senza alcuna mediazione.

 

La Chiesa ai cristiani

Ho pubblicato per la San Paolo un libro sulla mia vita: Un prete secondo Francesco. Il titolo non l’ho deciso io, infatti nel prologo l’ho detto. Mi ha colpito che quando lo abbiamo presentato nella mia diocesi, con il vescovo, non ha partecipato nessun parroco, perché è come se avessero un’altra visione, vivessero in un altro mondo. Mi hanno convinto a scriverlo per dare ragione a chi, come me, ha vissuto questi anni sentendosi fuori dalla Chiesa. Ho avuto chiara la misura della distanza di questi due mondi, io che predico da trentasei anni nello stesso paese. Una signora venne qualche anno fa, durante una raccolta di spesa e vestiti, chiedendo di non dare i suoi abiti usati agli zingari: le dissi di riprenderseli perché i suoi vestiti avrebbero sporcato tutti gli altri. Ho capito, questa qui viene in Chiesa da me, tu capisci la differenza tra i due mondi qual è! Condivido una battuta di Roberto Benigni quando, invitato qualche anno fa nella sala stampa vaticana, ha detto: “Papa Francesco si è dato un obiettivo grandissimo: vuole riportare la Chiesa cattolica al Cristianesimo”.

Oggi accade che un ragazzo entri in seminario seguendo una vocazione e ne esca fuori un mostro. Nel Cnca in questi anni abbiamo incontrato moltissimi preti, cristiani e laici, davvero belle persone, che hanno trovato nel lavoro sociale una sponda, perché buttati fuori dai loro ambiente.

Quando mi vengono a trovare dei genitori coi ragazzini adolescenti e mi dicono che i loro figlioli non vogliono più andare in Chiesa, gli chiedo sempre: “Ma di che parrocchia sei? Chi è il tuo prete? Portatelo in giro, fai una bella passeggiata con lui la domenica, parlagli della bellezza, dell’amore, abbraccialo, fatti raccontare i sogni che ha, ma non lo portare in quella parrocchia. La lontananza dalla Chiesa cattolica l’hanno causata più i cattolici che gli atei, penso che il comunismo ateo radicale, quello più sistematico e filosofico, non abbia mai prodotto tanta lontananza dalla Chiesa, quanta i collegi cattolici e le parrocchie.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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