Bachtyar Ali. Tra i figli smarriti della rivoluzione

di Paola Splendore

Trascorso il tempo della sua condanna, ventun anni in mezzo a un deserto di sabbia, un uomo esce dal carcere con un solo desiderio: ritrovare il figlio abbandonato alla nascita. Parte da qui la storia narrata nel sorprendente romanzo curdo L’ultimo melograno di Bachtyar Ali, nella traduzione dal tedesco di Margherita Diotalevi, per chiarelettere. Tra i più importanti scrittori e intellettuali medio-orientali, Ali è nato nel 1966 a Sulaymaniyah, nel Kurdistan iracheno, e da molti anni risiede in Germania. Ha fatto l’editore, ha fondato una rivista di filosofia intitolata “Azadi” (Libertà); ha pubblicato opere di poesia, raccolte di saggi e più di dieci romanzi. Nel 2017 gli è stato assegnato in Germania il prestigioso premio letterario Nelly Sachs. La lingua in cui scrive è il sorani, una delle due varianti del curdo, una scelta significativa di Ali che protegge e dà peso e una lingua minacciata e per anni proibita – su cui Pinter nel 1988 scrisse l’incisiva pièce politica Il linguaggio della montagna – anche se penalizza la circolazione delle sue opere in Europa. Il romanzo, infatti, pubblicato nel 2002, arriva in Italia solo dopo il successo riscosso dalla traduzione tedesca del 2016.

L’ultimo melograno si legge come una fiaba avvincente, magica e spaventosa, ricca di avventure e misteri, popolata di personaggi bizzarri: un ragazzo dal cuore di vetro che muore per troppo amore; due sorelle vestite di bianco – angeli o streghe? – legate da un grande segreto; un bambino, cieco dalla nascita, in cerca dell’ultimo melograno, l’albero magico capace di guarire i suoi occhi. A raccontarla è il padre mancato, Muzafari Subdham, che nei ventun anni passati nel deserto ha imparato a parlare con la sabbia, a capire il mistero del suo silenzio, ad aspettare. La sua è una storia fatta di digressioni e interruzioni, che ha certamente Scheherazade come capostipite per l’arte della dilazione e la sapienza nel tenere il lettore col fiato sospeso. Ma è anche una narrazione a suo modo epica, che rivisita la Storia con un linguaggio lirico e fantasioso come nelle opere del cosiddetto realismo magico, da Cent’anni di solitudine a I figli della mezzanotte. Il narratore, da un barcone affollato in mezzo al mare, ripercorre una storia di morte, devastazione, miseria, quella del popolo curdo, da sempre perseguitato. Una storia tra le più drammatiche dei nostri tempi bui, che ispira anche le poesie di Choman Hardi, poeta curda anglofona, in La crudeltà ci colse di sorpresa, pubblicate dalle Edizioni dell’asino nel 2017.

A capitoli alterni, lo scrittore contrappone alla storia di morte il mondo incantato dell’albero di melograno e la fratellanza tra gli esseri umani. Mondi che di continuo si rispecchiano, si uniscono, si separano e ci coinvolgono nella realtà brutale della guerra e della miseria, tra la crudeltà del potere e la generosità dei poveri; ci portano dentro e fuori da prigioni e castelli, case di vetro e tuguri; nei bazar affollati di città, tra i bambini di strada che si arrangiano a sopravvivere con i loro banchetti di verdura e i peshmerga asserragliati tra le montagne. Con una pioggia incessante in sottofondo, canti, risate, singhiozzi, ci portano fino a un punto sospeso tra terra e cielo, dove cresce l’ultimo melograno, sotto le cui radici vengono sepolti giuramenti e patti di fratellanza, per lasciarci infine tra le onde di un mare infuriato, su un barcone per l’Europa, tra uomini che intonano “il canto di tutti gli uomini che non hanno conosciuto misericordia, né in terra né fra le onde”.

Filo conduttore del romanzo è l’ansiosa ricerca del figlio perduto da parte di un padre che nessun ostacolo riuscirà a fermare, neppure lo shock di scoprire che il mondo di fuori non è più quello che ha lasciato venti anni prima, perché quel mondo è stato distrutto, centinaia di villaggi rasi al suolo, gli abitanti massacrati, gli uccelli estinti, e tante “specie di fiori cancellate dalla terra, innumerevoli stelle cadute per sempre….” Seguendo la traccia del nome Seriasi e il mistero di una melagrana di vetro, Muzafari continuerà a cercarlo ostinatamente, perfino dopo avere appreso della sua morte. Ma lungo il cammino troverà altri giovani con lo stesso nome, un secondo e poi un terzo Seriasi, ciascuno con la sua melagrana, ragazzi che hanno avuto destini diversi, e che a un certo punto si sono incrociati e amati come fratelli. E Muzafari deciderà di amarli tutti a sua volta come fossero suoi figli, perché in un mondo di orfani poco importa accertare la paternità, ciò che conta è esercitarla, e lui può “essere il padre di tutti i bambini che vagavano per strada senza meta, di tutti i ragazzini morti inutilmente e di quelli il cui destino era gravato dall’incertezza”.

Approfondendo ciò che significa essere uomini e padri, il romanzo mette a confronto due generazioni, quella di chi ha vissuto e lottato contro la dittatura e quella dei figli, ragazzi che hanno visto solo la guerra e che non hanno altra ambizione o speranza se non la morte; bambini cresciuti in orfanatrofi, finiti a mendicare o a farsi la guerra come peshmerga o come collaborazionisti, e qui la favola si trasforma nella cronaca spaventosa di un’umanità smarrita, “i figli dispersi della rivoluzione”, costretta alla fuga e allo sbando, mostrandoci scene che ormai si guardano senza emozioni tanto siamo abituati a vederle, ma che in queste pagine hanno tutt’altra forza: “Vede migliaia di famiglie a bordo di camion, lenzuola, coperte, cibo e stoviglie. Bambini scalzi che camminano ai bordi delle strade. Alcuni colpiti dalle mine che esplodono sotto ai loro piedi. Vede donne anziane a capo scoperto che piangono sotto la pioggia e incolpano Dio di quanto sta accadendo. Osserva madri che hanno smarrito le loro figlie, altre che le hanno appena ritrovate, anziani che seduti su una roccia aspettano di morire.”

In un’intervista Bachtyar Ali ha dichiarato di scrivere per abbattere i confini della realtà e per separare l’idea di libertà dalle illusioni politiche: “Nel mio lavoro di scrittore ho sempre avuto l’obiettivo di lottare per la libertà senza diventare un attivista politico”. Benché i riferimenti alla realtà della lotta del suo popolo, dalla dittatura di Saddam Hussein alla guerra civile tra gruppi curdi contrapposti, siano chiari nel romanzo, più vaste sono le ambizioni del suo lavoro.

Con L’ultimo melograno Ali ci offre una visione lirica e potente di quanto accade da anni in paesi in guerra come la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan, esprimendo una filosofia della resilienza, di speranza e di sopravvivenza:

“Dappertutto, in terra come in mare, c’è una strada che si credeva smarrita e invece ci aspetta…. io non credo che l’uomo sia debole e incapace…. Se la strada svanisce davanti ai suoi occhi deve solo pensare che se ne aprirà una nuova e potrà rimettersi in marcia proprio dal punto in cui si è smarrito. Forse significherà seguire il percorso più lungo e meno agevole, ma ditemi: cos’è la vita stessa se non una lunga deviazione, un continuo allontanarsi dalla strada maestra per raggiungere un’altra via da dove finalmente si possono guardare le cose da una nuova angolazione?”

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