Un paese spaventato e individualista

di Dana Domsodi

illustrazione di Mara Cerri

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 42-43 di agosto-settembre 2017 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Una delle più belle metafore della filosofia viene da Georg Wilhelm Friedrich Hegel. È la celebre immagine della civetta che si mette in volo solo al tramonto, rimandando la rilessione filosoica, ed è condannata ad arrivare sempre a cose fatte. Si è scritto molto sulla nuova ondata di populismo, ma c’è il rischio che si riesca a capire davvero questo fenomeno solo dopo che l’elettorato si sarà spostato deinitivamente a destra. In questo senso, il gran parlare che si è fatto della crisi del populismo italiano e della fine del Movimento 5 stelle – schiacciato dal peso della sua incapacità di governare e del suo modo di fare politica – è il frutto, nel migliore dei casi, dell’avventatezza intellettuale e politica di chi confonde il tramonto con la siesta pomeridiana.

Non bisogna dimenticare la traiettoria politica del partito di Grillo. Alle elezioni legislative del 2013 ha preso più del 25 per cento dei voti, trasformando la vittoria del Partito democratico (Pd), guidato da Pier Luigi Bersani, in una sconfitta. L’anno dopo i cinquestelle sono stati sconfitti alle europee da Matteo Renzi, nel frattempo diventato segretario del Pd, ma alle amministrative del 2016 hanno strappato al “partito della nazione” di Renzi le città di Torino e Roma, aggiudicandosi 19 dei 20 comuni in cui sono andati al ballottaggio. Questo eterno ritorno dei cinquestelle, accolto sempre come una sorpresa, è il sintomo della mancanza di comprensione e del paternalismo con cui i principali leader politici italiani hanno analizzato questo fenomeno. Il populismo (di destra) del Movimento 5 stelle non rappresenta semplicemente un intoppo del sistema basato sulle politiche centriste, ma è la conseguenza delle storture strutturali del sistema economico. Le invettive contro i rifugiati e altre categorie sociali deboli sono l’effetto collaterale dell’impegno in politica di quella fetta della classe media (giovani, con istruzione di medio livello, che svolgono vari tipi di lavori, atei o cattolici non praticanti, sensibili all’idea di un leader forte, con una visione politica paternalistica e non del tutto democratica) che sta vivendo un processo di declassamento sociale. Questo processo è il risultato diretto delle condizioni materiali e sociali prodotte dalla crisi economica, del caos sociale e normativo in cui è precipitata l’Unione europea a causa della pessima gestione delle ondate migratorie dall’Africa e dal Medio Oriente, del collasso delle politiche di welfare degli stati europei e della loro incapacità di distribuire in modo equo i costi finanziari e sociali della crisi economica e umanitaria in corso.

In altre parole, per gli elettori della classe media il populismo è semplicemente l’espressione politica della paura provocata dal loro declino socioeconomico, dalla loro condizione di precariato causata dalle politiche centriste. A conti fatti il liberalismo democratico si è dato da solo la zappa sui piedi.

Dopo la sconfitta dell’estrema destra alle elezioni francesi, l’11 giugno anche il Movimento 5 stelle ha soferto una battuta d’arresto al primo turno delle elezioni amministrative. Il centrosinistra, il centrodestra e la destra hanno salutato all’unisono la fine del populismo, profetizzando il ritorno, attesissimo, del tradizionale bipolarismo frammentato all’italiana. Lo stesso bipolarismo che negli ultimi vent’anni ha dato pessima prova di sé, ponendo le basi per la nascita del partito di Grillo. La storia si ripete sempre sotto forma di farsa. E in questo caso mette in ridicolo quelli che si rallegrano troppo presto per la fine di un movimento politico che non hanno mai saputo capire. Tuttavia, l’incapacità di capire il populismo è stata accompagnata dal tentativo di emularlo, soprattutto nel Pd.

Le leggi approvate di recente dal parlamento italiano sotto la spinta del Pd dimostrano che i democratici non hanno capito perché tanti elettori di sinistra hanno votato contro la riforma costituzionale nel referendum del dicembre 2016. E non si rendono conto che dal punto di vista ideologico sono stati sconfitti dalla politica dei cinquestelle. Il decreto Minniti-Orlando sull’immigrazione e le altre misure repressive sui migranti adottate a livello sia nazionale sia locale segnano un avvicinamento alle posizioni della destra populista, che diventa così la vera vincitrice nel nuovo panorama politico italiano, almeno a livello ideologico. Il potere dato ai sindaci e alle forze di polizia di allontanare dal centro delle città ogni elemento considerato “indecoroso” è un’altra misura che dimostra l’impianto antidemocratico, antisociale e antiliberale del decreto Minniti- Orlando. A dimostrazione del fatto che non siamo di fronte a un semplice incidente politico, c’è anche la legge sulla legittima difesa, che rientra nella stessa tendenza a inseguire e a emulare il populismo per compiacere l’elettorato più reazionario. A questa tendenza appartengono anche le dichiarazioni di Debora Serracchiani, dirigente del Pd e governatrice del Friuli Venezia Giulia, secondo cui uno stupro sarebbe più grave se commesso da un immigrato. Negli ultimi anni il Movimento 5 stelle ha oscillato nei sondaggi, ma la schizofrenica composizione del suo elettorato è stata una costante. Questo proprio perché i cinquestelle portano avanti una formula politica in cui possono convivere l’estrema destra e i riformisti indignati. Comprendere questa forma di radicalismo politico è il primo passo per capire il movimento e la sua base sociale.

Il nuovo populismo che si sta affermando in Italia è l’espressione di una crisi interna alla classe media, non il sintomo dell’impoverimento della classe lavoratrice, del precariato o delle nuove armate di sottoproletari. Per questi nuovi movimenti politici alla base di tutto ci sono la proprietà privata, le imprese e le privatizzazioni, cioè i tre cardini dell’individualismo possessivo. Questo ritorno alla sacralità della proprietà privata, accompagnato da un giustizialismo popolare che prende di mira ogni istituzione o categoria sociale che metta in pericolo quella stessa sacralità, sembra essere il filo rosso che svela i legami tra la classe media, i suoi interessi, i suoi nuovi nemici e il nuovo radicalismo politico. Una tendenza politica che deriva dalle frustrazioni nate direttamente nelle tasche dei cittadini e che punta a distruggere l’intero edificio politico costruito per proteggere gli interessi della finanza e dei grandi capitalisti.

La politica dei cinquestelle sembra incoerente su molti argomenti, ma è perfettamente coerente se vista nella prospettiva dei cittadini indignati e della loro ossessione per la dimensione privata. La piccola proprietà privata va difesa proprio perché è la prima vittima del declino di una parte della classe media. La politica dell’indignazione dei cinquestelle è la reazione alla rottura del contratto sociale in cui la classe media garantiva sostegno politico allo stato in cambio della promessa di stabilità economica, che però di fatto nessuno stato europeo può più garantire. Nel mondo dei lupi di Wall street, i comuni cittadini sono le vittime di un irreversibile processo di polarizzazione sociale. Dall’oscurantismo dell’isteria contro i vaccini all’irrazionale guerra alla casta, dal complottismo alla mancanza di solidarietà verso i profughi, emerge un tratto comune dei nuovi populisti: l’idea arrogante di sostituire la politica dell’universalismo egualitario con un individualismo possessivo e antielitario. Alla fine la nuova realpolitik populista, lontana dall’essere la soluzione contro il declino della classe media europea, è solo una nuova forma di utopia politica, un nuovo conservatorismo antimoderno. È un’utopia nata direttamente nelle teste dei cittadini, che coltivano l’ideale ingenuo di una nuova borghesia di seconda mano, più precaria che mai dal punto di vista economico. Mentre si avvicinano i ballottaggi delle amministrative, sembra che l’Italia si sia svegliata dal suo riposino pomeridiano decisamente spostata a destra. La sconfitta dei cinquestelle al primo turno ha fatto gioire il centrosinistra, convinto di aver visto la luce in fondo al tunnel. Ma la luce potrebbe venire dai fari di un treno che arriva a tutta velocità dalla direzione opposta. 

da “Internazionale” n. 1210 23-29 giugno 2017

Dana Domsodi è una ricercatrice romena. È laureata in filosofia, ha un dottorato in teoria politica alla scuola superiore Sant’Anna di Pisa. Collabora con siti d’informazione e riviste, tra cui CriticAtac, Vatra e Gap.

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