Sindaco a Messina

di Renato Accorinti. Incontro con Nadia Terranova

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 41 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

“Il politico messinese ha caratteristiche particolari, diverse da quelle del palermitano o, mettiamo, del catanese o dell’agrigentino. La sua mafia, diversa da quella chiassosa, sfacciante, roboante – quando non è esplosiva o deflagrante – degli altri, è sorda, occulta, strisciante. Egli è sempre il ‘vice’, il secondo, il Fouché delle correnti, il burocrate, il fedele assoluto, cieco al capocorrente, al capo sotto-corrente, al capogruppo in auge. Il prodotto più riuscito di questa specie è uno che è riuscito ad avere una tale quantità di sottopotere che riesce a sotto-dirigere la politica regionale siciliana, a manipolare alchimie e combinazioni politiche, a mettere in luce fatti e uomini e fare occultare fatti che a quegli uomini si riferiscono. Educato nei collegi dei salesiani o dei gesuiti di Messina o di Acireale, il politico messinese si è diplomato maestro o laureato in Legge. Se studente in medicina o ingegneria, molto spesso s’è arenato. Incolto, la sua ultima lettura di genere diciamo letterario è forse La pelle di Malaparte o Navi e poltrone di Trizzino. Le sue letture politiche, i programmi dei partiti, l’organo ufficiale del partito e il giornale della provincia. Quando decide di sposarsi la sua scelta dipende da un ragionato e il più possibile attento calcolo dei mobili e immobili, dei crediti e dei liquidi, delle nubili più adatte. Il Bar Irrera è il suo salotto e Mortelle la sua Costa Smeralda. È uno dei massimi assertori dell’importanza del turismo, del festival cinematografico Messina-Taormina, del Casinò di Taormina, dell’Agosto Messinese, della processione delle ‘Statue colossali allusive ai fondatori della città di Messina’ (come dice la scritta sotto l’incisione fatta da quel fine disegnatore che era Panebianco). Della processione della Vara dell’Assunta…”

È una tiepida sera di aprile e dopo avere attraversato la mia città nell’ora blu, quella in cui il declino della luce nel crepuscolo tinge il mare, il cielo e la costa calabrese antistante di un unico colore, aspetto il sindaco di Messina, Renato Accorinti, accovacciata in modo decisamente poco formale su uno dei divanetti della sala d’attesa. Il sindaco sta per uscire da una riunione, e io ripenso alle parole con cui Vincenzo Consolo, il 31 marzo 1969, descriveva con sarcasmo e acutezza l’intera classe dirigente di una provincia fino allora meno raccontata rispetto ai grandi ritratti di mafie siciliane, la “provincia babba” colpevole di non avere nemmeno l’onore di una delinquenza propria ma di subire quella importata dalla Calabria (oggi quel suo articolo, Appunti per un ritratto dell’uomo politico messinese, si può leggere in Esercizi di cronaca, pubblicato da Sellerio). Renato Accorinti, o semplicemente “Renato” come tutti lo chiamano, è in leggero ritardo sul nostro appuntamento ma trattenersi a parlare oltre l’orario in cui gli impiegati sono andati via non sarà un problema, perché ogni sera è lui a chiudere il municipio a ridosso di mezzanotte. Così lo aspetto e mi guardo intorno, scambio qualche parola con Tonino Cafeo, membro del coordinamento di “Cambiamo Messina dal basso”, il movimento nato dalla lista civica che ha sostenuto Accorinti, ma siamo continuamente interrotti da qualcuno. Sono stata più volte a Palazzo Zanca da quando il nuovo sindaco è stato eletto e sono abituata al viavai di cittadini, assessori, consiglieri, disperati, malcontenti, entusiasti, senzacasa – al contrario, fino al 2013, era quasi impossibile entrare qui dentro. Chi ricopriva la carica di sindaco di Messina diventava automaticamente inaccessibile; neanche la giunta comunale fosse la Casa Bianca. Il primo gesto di Renato Accorinti all’indomani delle elezioni è stato far togliere i tornelli all’ingresso, al piano di sotto, quei tornelli penosi e ridicoli che separavano un piccolo potere, lo scimmiottamento grottesco del potere che si fa in provincia, dal resto della città. Da allora, a bussare al sindaco può andarci chi vuole, ci vanno anche i bambini in gita scolastica, portati dalle insegnanti a vedere che può esistere un modo diverso di fare politica, perfino di amministrare una città, fotografati sorridenti in grembiule fra un ritratto di Gandhi e le bandiere con i simboli della nonviolenza. Lo scorso inverno, nelle stanze del comune hanno dormito molti barboni, il freddo era inusuale e lo spazio alla Casa di Vincenzo (la casa per i senzatetto voluta e inaugurata da Accorinti, poi chiusa, poi riaperta, sempre contestata) non bastava. Tutto si è svolto fra critiche e veleni, come da tradizione messinese, perché lamentarsi è lo sport cittadino: la Casa di Vincenzo non basta, il “sindaco degli ultimi” non pensa davvero agli ultimi, la Casa di Vincenzo fa schifo, la Casa di Vincenzo è in condizioni penose – è un attimo dimenticarsi che fino a qualche anno fa la Casa di Vincenzo neppure esisteva. Accorinti – che non legge i social network, che fino a qualche mese fa non aveva neppure un cellulare – non ascolta il chiacchiericcio, e ha risposto all’emergenza freddo nel modo che conosce meglio: con la soluzione più rapida e concreta. Se la Casa di Vincenzo non basta, allora teniamo il comune aperto e a disposizione tutta la notte, usiamolo come secondo rifugio.

Così, mentre ripenso alle parole di Consolo mi viene da ridere amaro. Perché comunque la si pensi, Renato, il sindaco anarchico, il sindaco scalzo, il sindaco anomalo, l’uomo che lavora più ore di quante ne abbia il giorno, il “ciclone Accorinti”, di quel perfetto ritratto fatto da Consolo degli uomini – tanti, ma un uomo solo, un solo archetipo – che hanno attraversato la storia politica messinese dal secondo dopoguerra a oggi costituisce, con precisione speculare, l’anti-ritratto. In corridoio, una parete mostra le foto di tutti i sindaci della città, in ordine cronologico. Vediamo quelli degli ultimi vent’anni: Salvatore Leonardi (1998-2003, Polo per le libertà, laureato in giurisprudenza, ex direttore del Policlinico universitario); Giuseppe Buzzanca detto Peppino (2003, Alleanza nazionale, medico nutrizionista, ex consigliere comunale Msi a Barcellona Pozzo di Gotto, ex presidente della Provincia, ex deputato regionale, decaduto da sindaco per una condanna per peculato d’uso, poi estinta, quindi condannato per abuso d’ufficio); Bruno Sbordone (2003-2005, commissario straordinario); Francantonio Genovese (2005-2007, eletto con la Margherita, avvocato, azionista della società dei traghetti guidata dal gruppo Franza, ex presidente della gioventù democristiana, ex deputato regionale, primo segretario regionale Pd, poi deputato nazionale Pd, dal 2015 passato a Forza Italia, nel 2014 è arrestato grazie al via libera della Camera con 371 voti favorevoli e 39 contrari per le accuse di associazione a delinquere, riciclaggio, peculato e truffa, decaduto da sindaco per opposizione alla regolarità elettorale, condannato in primo grado a undici anni per la vicenda “Corsi d’oro” sull’uso illecito di finanziamenti regionali ad attività di formazione, in attesa di giudizio per il processo “Matassa” sul voto di scambio); Gaspare Sinatra (2007-2008, commissario straordinario); di nuovo “Peppino” Buzzanca (2008-2012, ricandidato e rieletto sull’avversario, il ricandidato Francantonio Genovese); Luigi Croce (2012-2013, commissario straordinario).

Da ultimo, la foto di Accorinti. Non è in posa, non è in bianco e nero, ha una maglietta arancione e sorride dalla bicicletta. Facciamo un passo indietro.

Renato Accorinti, classe 1954, è attivista, pacifista, insegnante di educazione fisica alla scuola media Enzo Drago dal 1977. La sua prima esperienza politica risale al 1972, quando è referente provinciale della Lega degli obiettori di coscienza al servizio militare. Nel curriculum, sul sito del comune, la sua formazione politica giovanile, dove non figura l’iscrizione a nessun partito, bensì: la carovana per il disarmo Bruxelles-Varsavia, l’incontro con Pietro Pinna a Perugia, la fondazione del Movimento nonviolento messinese (1979); la campagna informativa in favore dei cinque referendum radicali (1981); la protesta contro la base Nato a Comiso (1982). Ha anche lui problemi con la legge, ma di tutt’altra natura: il 15 gennaio 1991 è stato rinviato a giudizio perché durante una manifestazione contro l’intervento italiano nella Guerra del Golfo ha invitato i militari a disertare se inviati a combattere e i ragazzi a strappare la cartolina se l’avessero ricevuta. Il 9 giugno del 1992, per il tribunale, il fatto sussiste ma non costituisce reato: Accorinti è assolto. Torniamo al curriculum. La fondazione del Comitato messinese per la Pace e il Disarmo unilaterale (1992-1995). L’iniziativa Free Burma, Free Tibet per protestare contro il rifiuto del presidente del consiglio Romano Prodi di incontrare il Dalai Lama Tenzin Gyatso e l’organizzazione a Messina all’interno delle sale istituzionali di una “Serata per il Tibet (1998). La battaglia per affiggere una targa commemorativa che racconti la storia di Graziella Campagna, vittima di mafia, a cui è intitolata la piscina comunale (2008). La fondazione del movimento No Ponte e l’arrampicata sul pilone elettrico in disuso del borgo di Torre Faro: per un giorno e una notte Accorinti ha esposto due striscioni contro il progetto di costruzione del ponte (2002), quella foto che ritrae un uomo e la sua silenziosa eclatante protesta a duecentoventi metri di altezza è diventata uno dei simboli della salvaguardia ambientale dello Stretto. La co-realizzazione del documentario Gli Ultimi degli Ultimi, viaggio nel campo rom di Messina, l’ostinazione a smontare il razzismo contro le comunità rom e la proiezione del film a Palazzo Zanca (2005).

Finché, nel 2013, Accorinti si è presentato alle elezioni comunali con la lista civica “Cambiamo Messina dal basso”. Era l’anno dell’esplosione del movimento Cinquestelle, e qualcuno ne volle vedere una diretta emanazione. Un abbaglio, perché l’accordo fu tentato ma non si concretizzò per divergenze insanabili, la candidata Cinquestelle c’era, Maria Cristina Saija, correva col simbolo del movimento e prese al primo turno il 2,86%, ovvero registrò un clamoroso insuccesso: nonostante la scenografica traversata a nuoto dello Stretto di Beppe Grillo e i buoni risultati regionali, nella città di Messina quel populismo non ha mai attecchito, gli equilibri erano e sono altri, diversi, non migliori né peggiori, semplicemente altri. Per capire l’anomalia messinese bisogna innanzitutto comprendere questo: che è un’anomalia. È la città che Nichi Vendola, nel 1998, in qualità di vicepresidente della commissione antimafia, definì “un verminaio”, mentre si indagava su mafia, massoneria e università in seguito al cosiddetto “delitto dell’ateneo”, l’uccisione del professore Matteo Bottari con un colpo di lupara il 15 gennaio dello stesso anno – fu quello uno dei momenti in cui l’Italia si accorse di Messina, e a tutti fu visibile la particolare forma di delinquenza secolarizzata e sotterranea che la abitava. Girava allora fra noi studenti una battuta che capovolgeva quello che scrivevano i giornali, “si sospettano infiltrazioni mafiose all’università” diventava “si sospettano infiltrazioni universitarie nella mafia”: mancano tante cose nella Sicilia orientale, ma non l’ironia per tirare avanti. Il 1998 fu per Messina quello che il 1992 delle stragi fu per la Sicilia intera, l’anno di uno sconvolgimento dopo il quale il clientelismo e la delinquenza cominciarono a riassestarsi in forme diverse, forse meno plateali, ma non meno aggrovigliate.

Torniamo alle elezioni del 2013. Al primo turno, in testa c’era Felice Calabrò (avvocato, candidato Pd), ma per arrivare al 50,1% mancavano cinquantanove voti, Per quei cinquantanove voti, a sorpresa – e fu davvero una sorpresa fragorosa – l’alieno Renato Accorinti conquistò il ballottaggio. Fino allora nessuno aveva preso sul serio l’ipotesi che nella città sullo Stretto, considerata né più né meno che un feudo depredabile e depredato, portata sull’orlo della bancarotta, avrebbe avuto una possibilità il professore di educazione fisica di scuola media, pacifista, non violento, solitario, rompiscatole, schivo e ferocemente ostinato, irreggimentabile e destabilizzante. Renato Accorinti era ed è il prototipo dell’uomo da prendere in giro, il folle risibile da una borghesia fossile e saldamente incollata alle apparenze. Chi poteva mai rappresentare l’uomo che girava in bicicletta (molto prima che le piste ciclabili diventassero la battaglia preferita di una sinistra a corto di idee), in sandali o scalzo, con l’eterna maglietta con su scritto “Free Tibet”? Dopo la vittoria, questi dettagli gli hanno fatto assumere l’aura nazionale di “sindaco strano” ma non fanno capire la concretezza delle azioni del suo mandato. Perché la via più facile, tirare le pietre al sognatore, è scandalosa nella sua forma paternalista e carezzevole, e impedisce di vedere la forza di un tentativo importante di cambiamento. Forse, nel 2013, al ballottaggio contro un candidato di destra, Renato Accorinti avrebbe perso e basta, nessuno ricorderebbe più il suo programma visionario che racchiudeva in quattro anni il possibile e l’impossibile, tantissimo per una città immobile e insieme nulla rispetto a tutto quello che sarebbe rimasto da fare. Invece, contro quel candidato del Pd e contro ogni logica, previsione o regola, nel territorio deserto dell’esasperazione collettiva, l’alieno Accorinti vinse.

L’ora blu è finita da un pezzo e quando infine Renato arriva, trafelato, con l’aria provata ed esaltata insieme, come sempre, e iniziamo a parlare, una delle prime cose che gli chiedo è: “Che fine ha fatto poi quello sfidante, Felice Calabrò?”. “E che ne so. L’avevo invitato a partecipare, a fare opposizione, Messina ha bisogno anche dell’opposizione, c’è posto per tutti, ma non s’è più visto, io sono qua tutti i giorni, c’ero prima e ci sarò anche domani, indipendentemente dal mandato. Messina se uno la ama, la ama sempre”. Mi fa strada nella sua stanza e ci sediamo al tavolo dove una targhetta recita il suo nome in arabo; intorno a noi bandiere colorate, oggetti simbolici, fotografie e cartoline del nostro paesaggio marino, la cosa più ancestrale e autentica che abbiamo, a cui dieci anni fa Accorinti aveva dedicato la realizzazione di un calendario. Gli chiedo di raccontarmi del suo incontro culturale con Capitini, dei rapporti con Pietro Pinna, di cominciare dall’inizio, rimane sorpreso, “Non me l’aspettavo”, dice, ormai abituato a una difensiva che caratterialmente non gli appartiene, e si rilassa. “Ci sono persone che possono cambiarti la vita, figure affettive, culturali, educative. All’inizio degli anni Settanta ho fatto un viaggio a Perugia, da solo, con uno zaino, ho incontrato Pietro Pinna con cui poi sono sempre rimasto in contatto, quando sono tornato ho fondato a Messina una sezione del Movimento nonviolento, io ero – e sono – un professore di educazione fisica, ho fondato anche una società sportiva, Polisportiva movimento nonviolento”. Gli faccio notare che, coerentemente con il suo percorso, mi sarei aspettata una precisa ridestinazione delle aree militari, a partire da quell’assurda ingiustizia a cui siamo ormai assuefatti che è la chiusura della splendida zona falcata. Messina ha la forma di una falce sul mare, la cui roncola è – da sempre, da che ne ho memoria – zona militare, con accesso proibito ai civili non muniti di speciale permesso. “Aspetta, ti racconto una cosa. Sto per aprire il secondo palazzo di giustizia, una delle cose su cui mi hanno sempre attaccato, perché non l’avevo fatto subito, come sai a Messina il tribunale lavora parecchio…”. In effetti, non credo che in città esista un portone che non rechi la targa di uno studio civile o penale. “Certo che il secondo palazzo serve, solo che volevano farlo al posto della casa dello studente, perché il primo è lì vicino, volevano proprio sventrarla la casa dello studente, ma sarebbe stata una follia: non c’era parcheggio, è in pieno centro, come si fa a tutelare la sicurezza dei magistrati? E dove sarebbero finiti gli studenti? Hanno fatto un’occupazione e io ero con loro, per non farli andare via. E sai che cos’hanno detto? Che Accorinti non voleva il secondo palazzo di giustizia, invece di dire che avevo un’idea alternativa. Ho incontrato la ministra Pinotti, che mi guardava storto per via della faccenda della bandiera…”. E qui bisogna ricordare che il 4 novembre, alla festa delle forze armate, Accorinti in veste istituzionale ha esposto la bandiera della pace. “La ministra mi ha chiesto: ‘Sindaco, e la bandiera?’ Le ho risposto: ‘La bandiera, mettiamola insieme’. Abbiamo parlato, e sono riuscito a ottenere di costruire il secondo palazzo di giustizia in periferia, sai dove? Nell’aerea dell’ex ospedale militare, vicinissimo a uno svincolo dell’autostrada, per cui non si intasa il traffico, che come sai bene è uno dei problemi della città”. Ed è anche uno dei capisaldi delle sue lotte, molto prima che diventasse sindaco, e anche adesso, a partire dall’ostinazione con cui lavora per svuotare l’arteria congestionata del viale Boccetta, dove passano i tir che attraversano la città con le merci di importazione ed esportazione dall’isola al continente e viceversa.

Al polso, Renato ha un rosario tibetano. Gli ricordo che, subito dopo la sua elezione, ero andata a trovarlo raccogliendo l’invito “qui, adesso, può entrare chiunque” e in quell’occasione mi aveva parlato dell’idea di costruire una casa interreligiosa, spirituale, un luogo riparato e silenzioso in cui tutti avrebbero potuto entrare, sentirsi a casa, meditare, pregare o riflettere, anche gli atei. Non mi sembra che sia stata realizzata. Non ricorda la nostra conversazione, ma si illumina, si alza, prende il volantino di una inaugurazione: “Apre adesso a Mortelle un polo neuropsichiatrico che si occuperà dell’autismo infantile. C’era già un’unità di ricerca, ma questo sarà proprio un centro di eccellenza, nell’ex Istituto Marino, il più avanzato del meridione. Completamente immerso nel verde. Vedi questa struttura? È una chiesa sconsacrata, ho chiesto che sia destinata proprio a quel progetto, e aperta non solo ai medici, ai pazienti e alle famiglie, ma a tutti”. Fra un anno si vota di nuovo, ma Accorinti ha già vinto: nessuno pensava che sarebbe durato per tutto il mandato, lui e la sua squadra sono sopravvissuti anche a una mozione di sfiducia qualche mese fa. Gli attacchi peggiori arrivano dal centrosinistra, con accuse che ogni volta puntano il dito su tutto quello che non è stato fatto. “La verità, e lo sanno pure loro, è che per risollevare Messina ci vogliono vent’anni. Il giorno dopo le elezioni, ho pensato: sono il sindaco di Hiroshima dopo l’esplosione, ho in mano una città distrutta, mi devo inventare tutto”. Mi pare emblematica la vicenda degli autobus, assurda da spiegare a chi non è di qui, io stessa non sapevo come reagire alle facce incredule degli interlocutori quando provavo a spiegare che a Messina non giravano più i mezzi pubblici: non ci credevano, pensavano fosse un’iperbole. “Ecco, quello è un risultato su cui anche i nemici sono costretti a tacere, perché è proprio evidente. Nel 2013 a Messina c’erano 12 autobus in funzione, adesso ce ne sono 65. Fra sei mesi ce ne saranno 120. La prima volta che è passato un autobus, all’angolo fra la via Tommaso Cannizzaro e la Cesare Battisti, la gente non ci credeva. E subito dopo ne è passato un altro, il secondo. E questa scena, lo so perché l’ho vista, sai cos’ha provocato? Hanno fatto un applauso”. Immagino perfettamente la scena, neanche la Madonna della Vara portata in processione a Ferragosto sarà stata così acclamata.

Chiedo a Renato se sa che, su Facebook, ogni giorno c’è una polemica nuova, su come si veste, se indossa il mantello dei poveri, se entra in comune a piedi nudi, cose così. “Non le leggo, non ho tempo, ma perché non vengono qua a dare una mano? Perché fare cose non porta voti. A me non importa niente di fare le campagne per i consensi, qua lavoriamo dalla mattina alla sera, la violenza non è politica, nemmeno verbale. Ho dato una casa in deroga a una famiglia rom che vive difficoltà sanitarie inenarrabili, non erano rientrati nelle graduatorie per gli alloggi destinati all’emergenza abitativa, e io ho usato questa possibilità straordinaria. Allora hanno detto che non penso ai messinesi ma agli zingari. Con queste cose si perdono voti, lo so benissimo, ma non m’importa”.

Un nodo su cui gli abitanti dello Stretto dovrebbero essere tutti d’accordo è l’opposizione alla mostruosità del ponte, e la foto di Accorinti, quindici anni fa, abbracciato al pilone di Torre Faro a duecento metri di altezza, è ormai un simbolo. “Chiedi ai calabresi del loro sindaco Falcomatà, quando non si è opposto a Renzi che era favorevole al ponte si sono ribellati e gli hanno detto che non era coerente come Accorinti. Sono in contatto continuo con il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Delrio, che ha capito l’importanza e la gravità della cosa: il ponte non si farà”.

Parliamo di mafia, di come è cambiata dopo le stragi, inabissandosi e rendendosi meno palese, spostandosi oltralpe ma restando presente in un modo più vischioso e insolubile, parliamo delle corse clandestine dei cavalli sul viale Giostra, uno dei centri nevralgici della criminalità, parliamo del degrado e delle baracche nei quartieri dove l’emergenza abitativa non è mai diminuita dal terremoto del 1908. Mi mostra le foto del giardino appena inaugurato vicino all’oratorio di Santa Chiara, nell’ambito di un progetto di nuovi ecospazi urbani, si vedono bambini felici e mamme giovanissime sorridenti. Non c’era nulla, lì. Non c’è mai stato nulla, e ora ci sono quei pochi ma preziosi metri di verde e di giochi. Ricordo un articolo di mio padre, su un giornale locale, che parlava di baracche invase dall’acqua e dai topi, era il 1988. “Tanto anche lì: se fai una cosa in periferia ti dicono che dimentichi il centro, se l’avessi fatta in centro avrebbero detto che dimentico le periferie…”.

È buio, il municipio è deserto e nessuno dei due ha cenato. Renato è sveglio ed euforico come sempre, non smette di parlare e mostrarmi risultati, progetti, fotografie; quando gli dico che è ora di tornare a casa mi guarda incredulo: “Sei stanca?”. Annuisco. “Io per niente, e ho vent’anni più di te”.

Uscendo, mi volto a guardare Palazzo Zanca, questa costruzione massiccia che doveva simboleggiare il potere, costruita dopo il terremoto per sostituire il palazzo del comune che un tempo era parte della Palazzata, lo splendido, lunghissimo edificio sulla costa portuale che accoglieva i visitatori appena sbarcati. La Palazzata crollò nel terremoto e il comune fu ripensato qualche metro più indietro da un architetto palermitano, Antonio Zanca, che finì i lavori nel 1924.

Tra un anno si vota. Forse l’epoca Accorinti finirà ma forse no, un giorno di sicuro potremo ricordare che in quel luogo pretenzioso, tetro, dai soffitti altissimi e dall’estetica protofascista, a un certo punto è entrato un uomo fuori dalle regole, con la fascia istituzionale e l’ostinazione incrollabile e bramosa di far ripartire una città in cui non era mai cambiato nulla, un sindaco che ha amato come pochi quella striscia di terra sullo Stretto attraversata da tutti e conosciuta da nessuno (“Messina forse non esiste, è soltanto il punto della Sicilia da cui partono i traghetti e a cui attraccano”, provocava Leonardo Sciascia nella prefazione alle poesie di Vanni Ronsisvalle, era il 1974). Discuteremo e discuteranno della misura della sua riuscita, ma solo chi è in malafede non potrà riconoscere che il tentativo di Renato Accorinti, l’anarchico con il sacro senso delle istituzioni, è stato radicalmente diverso da ogni cosa accaduta prima.

Mi guardo intorno un’ultima volta. Nella grande piazza antistante, durante il mese di agosto, ad accogliere chi viene dal continente ci sono due statue dei giganti a cavallo Mata e Grifone, la principessa bianca e il guerriero saraceno che si sono innamorati e secondo la leggenda hanno fondato insieme la città. È uno dei miei primi ricordi da bambina: mio zio mi prende sulle spalle, allungo la mano, sfioro la caviglia di Mata, intorno vedo le bancarelle della calia e i palloncini che volano. Ora la piazza è buia e vuota, passa qualche macchina, i fari si confondono con la luce di una nave parcheggiata, Messina tace, il giorno ha esaurito tutte le parole e per una volta pure io.

 

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