Scoprire il Canada: Il “migliore dei mondi possibili”?

di Lucio Castracani

“Non mi chiamano per sapere come sto. Come se l’incidente fosse capitato a un cane, ormai non sono più funzionale per loro” mi dice mestamente Edinson, seduto su una poltrona dove passa gran parte delle sue giornate, perché in seguito a un incidente sul lavoro non può stare in piedi senza avere dolore alla schiena. Edinson è venuto in Canada dal Guatemala per lavorare come stagionale in un’azienda agricola, come altre migliaia di persone ogni anno (circa 56 000 secondo i dati statistici del 2016), provenienti dall’America centrale, dal Messico, dalle Antille, dal Sud-Est asiatico, grazie a dei programmi di migrazione temporanea stipulati dal governo canadese. Purtroppo la situazione di Edinson non è rara. Nelle diverse province canadesi, e in particolare nelle province che fanno maggior ricorso al lavoro migrante temporaneo come l’Ontario, il Québec e la Columbia Britannica ormai i casi di mancato rispetto dei diritti del lavoro, di deportazioni forzate e di maltrattamenti nei confronti dei partecipanti e delle partecipanti ai programmi non si contano, senza però che l’immagine internazionale del Paese sia scalfita.

In effetti, l’immagine positiva del Canada per quanto riguarda le politiche migratorie si è ormai andata consolidando nel corso dei decenni ed è difficile metterla in discussione. La svolta risale agli inizi degli anni sessanta quando il Paese nordamericano mise fine a una politica migratoria fondata su criteri razziali (1962) e iniziò a ritagliarsi internazionalmente l’immagine di Paese modello per la gestione dell’immigrazione. Questa reputazione si è basata fondamentalmente su due scelte: innanzitutto, sulla creazione nel 1967 di un sistema a punti per selezionare le persone destinate all’immigrazione permanente. Tale sistema rimpiazzerà di fatto quello basato sui criteri razziali, si vorrà oggettivo e finalizzato alla ricerca di profilli qualificati in grado di rispondere ai bisogni, soprattutto economici, dello Stato canadese.

Inoltre, negli stessi anni, inizierà l’applicazione di diversi programmi di migrazione temporanea, simili a quello che ha permesso a edinson di venire a lavorare in Québec, per soddisfare i bisogni considerati “temporanei” del mercato del lavoro, ma che di fatto in alcuni settori, come nel caso dell’industria agricola o del lavoro di cura, sono diventati bisogni permanenti.

Come sottolineava Abdelmalek Sayad (1991), le politiche di immigrazione internazionale sono sempre state caratterizzate dall’interesse di massimizzare i benefici (in particolare quelli economici), limitando i costi (soprattutto in termini sociali e culturali). Se il Canada è diventato un modello di immigrazione per gli altri paesi è proprio perché sia il sistema di immigrazione a punti che i programmi di migrazione temporanea realizzano pienamente questa logica utilitarista. In entrambi i casi, i bisogni sono stabiliti principalmente dal punto di vista economico, attraverso le analisi sul mercato del lavoro, mentre i costi sono limitati attraverso l’interdizione per alcuni profili di stabilirsi permanentemente sul territorio.

Nel caso dell’immigrazione permanente si applica perfettamente l’ideologia del capitale umano, valutando attraverso un sistema di crediti, i profili che possano aspirare alla cittadinanza canadese. Nel caso dei programmi di migrazione temporanea invece, soprattutto per le persone “poco qualificate” a cui si impedisce di accedere alla residenza permanenza, la volontà è quella di importare il lavoro, senza il lavoratore (Morice 2004). In pratica le regole dei programmi e le costrizioni imposte agiscono come se fosse possibile separare il lavoro fornito, dalla persona che lo produce. Così ci si aspetta dalle persone assunte che lascino tutto ciò riguardante la sfera soggettiva, gli affetti, i progetti nel Paese di origine.

Nelle pagine seguenti saranno analizzati in particolar modo i programmi di migrazione temporanea applicati all’industria agricola canadese nella provincia di Québec. Tali programmi mostrano come l’interesse governativo di regolarizzare la migrazione di lavoro se da un lato contribuisce al riconoscimento di diritti formali, d’altro canto rivela la creazione politica di un profilo di lavoro e di migrazione vulnerabile, a cui si richiede, come ho mostrato altrove (Castracani 2017), di comportarsi soltanto come forza lavoro, rispondere alla domanda di maggiore produttività, flessibilità e capacità di far fronte a diverse mansioni nei processi di produzione. Tutto ciò rende il “modello canadese” ancora molto problematico.

 

I programmi di migrazione temporanea nell’industria agricola canadese

Il settore agricolo è stato un laboratorio per la creazione dei programmi di migrazione temporanea del lavoro. Il primo programma risale al 1966, quando il Canada firmò un primo accordo con la Giamaica per l’invio di 264 operai agricoli stagionali, dando vita al Programma per i lavoratori stagionali (Plas). Tale programma, ancora esistente, permette alle aziende agricole canadesi di assumere della mano d’opera dall’estero per otto mesi all’anno, grazie a degli accordi bilaterali tra il Canada e i paesi di origine, ossia varie isole delle Antille e il Messico. Per la sua lunga storia e l’alta percentuale di ritorni degli stagionali, il Plas è il fiore all’occhiello dell’immagine internazionale canadese, ed è considerato un modello per gli altri paesi che vogliono assumere mano d’opera migrante.

Nel 2000, a esempio, in un seminario internazionale organizzato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), il Plas è stato considerato come la miglior pratica di assunzione di lavoro migrante (in Hennebry e Preibisch 2010). Nel 2006, la Banca Mondiale sosteneva che il Plas canadese potesse essere un modello per paesi come Australia e Nuova Zelanda, per diverse similitudini: si tratta infatti di paesi di immigrazione che hanno sistemi politici simili al Canada e con la possibilità di assumere dalle piccole isole vicine nel Pacifico, come nel caso del Canada con le Antille (World Bank 2006, p.117). Nel 2008, 2009 e 2010 il Plas è stato definito come un modello di migrazione temporanea nel Foro globale su migrazione e sviluppo (in Gabriel 2014). Infine, anche se a partire da posizioni generali differenti, la preferenza per il Plas è stata confermata in diversi contributi scientifici (Greenhill e Aceytuno 1999; Verduzco e Lozano 2003; Basok 2007).

Il Plas rappresenta davvero un modello da seguire? Secondo le ricercatrici Jenna Hennebry e la compianta Kerry Preibisch, il Plas ha ricevuto diversi consensi perché crea benefici per gli Stati e le aziende. Se si considerano però i diritti delle persone migranti, il programma è caratterizzato da problematiche strutturali che causano diverse forme di abuso (Hennebry e Preibisch 2010). Innanzitutto, le persone assunte con il Plas hanno dei contratti di lavoro nominativi. Ciò significa che sono legati a un’azienda specifica e non possono cambiare datore di lavoro se non con il consenso del datore di lavoro stesso. Inoltre il loro ritorno in Canada l’anno successivo dipende soprattutto dalla valutazione compilata a fine stagione dalla loro azienda e inviata al Paese di origine. Si tratta, come sottolineato da più fonti, di una forma di lavoro non libera, perché è di fatto immobilizzata nel mercato del lavoro (Satzewich 1991; Basok 2002 ; Sharma 2006).

L’altro fattore strutturale, che influisce sulle condizioni di vita e di lavoro dei migranti in Canada, è l’impossibilità di domandare la residenza permanente e di stabilirsi permanentemente in Canada, a differenza di altri profili di lavoro migrante temporaneo considerati come “qualificati”. L’impossibilità di accedere alla residenza permanente e di seguito alla cittadinanza rende i lavoratori migranti stagionali “deportabili” e, come nel caso dei migranti irregolari, la minaccia di deportazione agisce come strumento di controllo e disciplina (De Genova 2002; Basok et al. 2013). A questi due fattori principali si aggiungono altre condizioni che incidono sull’esperienza, come l’isolamento, le incomprensioni linguistiche e soprattutto l’obbligo di dimora nel sito scelto dal datore di lavoro.

Se il Plas nonostante i complimenti è caratterizzato da problematiche strutturali evidenti, la tendenza degli ultimi anni non è stata quella di risolverli per evitare che il programma contribuisca alla vulnerabilità delle persone assunte, lasciando alla singola azienda di decidere la sorte dei suoi impiegati nel programma. Al contrario, i programmi nati dopo il Plas non solo non hanno risolto i problemi, ma li hanno incrementati. In particolare, agli inizi degli anni duemila il governo canadese ha creato nuovi programmi di migrazione temporanea per soddisfare le richieste di diversi settori in cui è impiegata una mano d’opera considerata “poco qualificata”, come la costruzione, l’industria alimentare, la ristorazione rapida. Nell’ambito di questi cambiamenti sono nati due nuovi programmi per il settore agricolo, la “componente agricola” e la “componente professioni poco qualificate – settore agricolo”. A differenza del Plas, i nuovi programmi non richiedono l’accordo tra gli Stati, ma sono nati con la collaborazione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim).

Di fatto, l’assenza dell’accordo tra gli Stati ha contribuito alla privatizzazione della gestione migratoria, con le aziende che possano ormai assumere in qualsiasi parte del mondo, mentre le persone che vogliono essere assunte sono lasciate alla mercé di aziende private che si sostituiscono agli stati di origine per la selezione. Tutto ciò ha contribuito a una maggiore vulnerabilità delle persone migranti. Innanzitutto, perché spesso le agenzie di impiego richiedono somme esorbitanti per partire, costringendo le persone all’indebitamento. Inoltre la gestione privata rende la presenza degli stagionali in Canada ancora più invisibile, in quanto manca un registro nazionale del Paese di invio. Infine, la possibilità di assumere ormai da qualsiasi Paese al mondo ha contribuito a una maggiore competizione tra i lavoratori nei posti di lavoro e tra i paesi di invio che, come nei casi di delocalizzazione, mirano ad attirare le aziende canadesi offrendo una mano d’opera conveniente.

Quest’ultimo aspetto è abbastanza chiaro analizzando l’attività dei consolati dei paesi di invio in Canada, ufficialmente riconosciuti come unici referenti per gli stagionali migranti in caso di problema. I consolati adottano una linea piuttosto accondiscendente verso le aziende canadesi, quando non addirittura deleteria per gli interessi dei propri connazionali impiegati nei campi e nelle serre. Molti migranti che hanno provato a contattare i loro consolati in seguito a dei problemi a lavoro hanno riferito che il consolato “no hace nada”, non fa nulla. Inoltre il più delle volte i consolati hanno ostacolato i tentativi di rivendicazione di migliori diritti da parte dei loro connazionali stagionali. È noto il caso del consolato messicano a Vancouver che ha escluso delle persone dal programma per aver tentato di sindacalizzarsi. In Québec il consolato guatemalteco ha deportato di forza delle persone in seguito alla partecipazione a uno sciopero spontaneo.

Il caso più paradossale resta però la gestione degli incidenti sul lavoro, perché spesso si ostacola il diritto alla cura sancito dai programmi. Infatti se da un lato i programmi cercano di legare dal punto di vista amministrativo i lavoratori alle aziende, affinché i produttori agricoli possano sempre disporre della forza lavoro in un settore in cui è difficile trovare della mano d’opera locale, è pur vero che le norme amministrative hanno anche permesso ai braccianti migranti di ricevere alcune garanzie, come il salario minimo stabilito da ogni provincia per il lavoro agricolo o l’accesso al sistema di salute pubblico.

Nella pratica, per quanto riguarda il salario, a causa delle detrazioni legate ai costi del volo o al pagamento degli alloggi alle aziende stesse, di fatto la paga è inferiore al salario minimo stabilito. Nel caso delle cure, soprattutto in caso di incidente, queste sono spesso ostacolate dalle aziende e dai consolati che spingono per la deportazione. Così, i diritti sanciti formalmente dai programmi, e che spiegano i motivi per cui si guardi con interesse al modello canadese anche tra coloro che domandano migliori condizioni per i migranti, nella pratica sono un terreno di lotta in cui gli stagionali non sempre vincono.

 

Diritti contestati

A Belleville (il nome della città, dei lavoratori e dell’azienda sono stati cambiati per proteggere l’anonimato), oggi è giorno di riposo per i lavoratori guatemaltechi assunti attraverso il programma per i lavoratori migranti temporanei. Alcuni di loro decidono quindi di andare a pesca, altri passeggiano nel centro città. Al loro ritorno, i lavoratori trovano un avviso sulla porta dell’appartamento dove risiedono, scritto dalla responsabile delle risorse umane. Nell’avviso c’è scritto che non avrebbero dovuto allontanarsi dall’edificio, malgrado il loro giorno libero, e che per tale motivo avevano tutti ricevuto una nota disciplinare. L’azienda ha infatti stabilito un sistema di punizione che prevede un massimo di tre sanzioni disciplinari, dopo le quali vi è la deportazione in Guatemala. Come questo caso dimostra, le ragioni che spingono a sanzionare i lavoratori possono essere però del tutto arbitrarie e irrispettose dei diritti sanciti dal contratto di lavoro.

Questo aneddoto è solo uno dei vari contrasti con l’azienda che Gonzalo e José mi raccontano, seduti a un tavolino di un bar a Montreal dove sono venuti per raccontare la loro esperienza in un evento organizzato dal centro di sostegno ai lavoratori migranti entrato in contatto con loro. Gonzalo e José lavoravano per la Polloexpress, un’azienda di manutenzione di pollame, la cui sede principale è a Belleville, una città a 140 chilometri da Montreal, nella regione amministrativa di Centre-du-Québec. L’azienda lavora in subappalto, stipulando dei contratti con gli allevatori del Québec per incaricarsi di prendere il loro pollame per poi trasportarlo ai mattatoi situati in Québec e nelle province vicine dell’Ontario e del Nuovo Brunswick. Il compito dei lavoratori guatemaltechi è quindi quello di andare nelle diverse aziende di allevamento che hanno richiesto i servizi della Polloexpress, prendere i polli, spesso vaccinarli, metterli nei furgoni e portarli ai mattatoi. Gli orari di lavoro sono variabili, ma nei periodi caratterizzati da una forte domanda, il tempo di riposo è praticamente assente e i lavoratori possono anche raggiungere le 105 ore di lavoro settimanali.

Per assicurare all’azienda il massimo della flessibilità e ridurre i tempi di organizzazione del gruppo di lavoro, un sistema dei dormitori è particolarmente utile in questo caso specifico. I lavoratori infatti vivono tutti in un edificio a Belleville, in cui vi è anche l’ufficio della responsabile delle risorse umane, e all’esterno dell’edificio i furgoni e gli attrezzi per occuparsi del trasporto, così che in caso di una domanda improvvisa di lavoro, la responsabile può bussare alle porte delle loro camere e ordinare loro di partire.

Le mansioni richiedono un notevole sforzo fisico. I lavoratori devono prendere i polli dalle gabbie per entrambe le zampe e agganciarli in un altro contenitore che viene poi collocato nel retro del furgone. Per ragioni produttive, i lavoratori sono costretti a tirare fuori dalla gabbia contemporaneamente 6-8 polli di un peso variabile tra i 2 e i 4 chili ognuno, a seconda del tipo, e agganciarli uno alla volta mentre questi si muovono per divincolarsi dalla presa. Inoltre le operazioni sono spesso effettuate di notte e evitando l’accensione delle luci per non agitare ulteriormente gli animali, comportando ulteriori difficoltà e rischi per i lavoratori costretti a operare nell’oscurità. Data la mansione e le condizioni di lavoro, non è raro subire degli infortuni sul lavoro, dalle ferite alle mani provocate dagli animali, fino a incidenti più gravi, come la caduta dai carrelli da cui i lavoratori prendono i polli situati nelle gabbie più in alto. In caso di incidenti, l’azienda cerca di non ammettere che siano avvenuti a lavoro o che gli infortuni siano legati a condizioni preesistenti all’arrivo del lavoratore in Québec. Caroline, un’ex-dipendente dell’azienda che si occupava anche di fare le traduzioni per i lavoratori alla clinica in caso di incidenti, ha deciso di aiutare i lavoratori incidentati collaborando con un centro di sostegno ai migranti di Montreal.

In uno di questi incontri con il centro, Caroline mi spiega in che modo l’azienda tentava di aggirare le diagnosi mediche ed evitare di riconoscere l’incidente sul lavoro:

“Se c’era un lavoratore che si era infortunato al lavoro, l’amministrazione mi domandava di dire che si trattava di un incidente personale e non di un incidente sul lavoro, in modo che sarebbe stato coperto dall’assicurazione personale del lavoratore e non dalla Cssnt (Commissione della salute, della sicurezza e delle norme sul lavoro n.d.a.) […] Mi hanno chiesto di fare pressione sui lavoratori affinché ritornino al lavoro, di cercare di tradurre i dialoghi tra i medici e i lavoratori in favore dell’azienda e non per i lavoratori, di fare pressione anche sui medici affinché questi approvassero l’utilizzo dei lavoratori per mansioni temporanee. Lo scopo principale era che non prendessero la Cssnt e che ritornassero al lavoro al più presto possibile”.

Eppure, i lavoratori che arrivano attraverso i programmi menzionati possono essere iscritti al regime pubblico di assicurazione medica del Québec e, nell’attesa, essere coperti da un’assicurazione privata che loro stessi pagano attraverso delle ritenute salariali. Inoltre per quanto riguarda gli incidenti sul lavoro, i lavoratori sono coperti da un’assicurazione pagata dai datori di lavoro. In caso di incidenti durante le attività lavorative, i datori di lavoro saranno però costretti a pagare dei premi assicurativi più alti e perdere temporaneamente un lavoratore per cui avevano già pagato la domanda di assunzione e parte dei costi di viaggio. Per questo motivo alcune aziende ostacolano le procedure di indennizzo cercando di non attribuire le cause degli infortuni alle attività lavorative, potendo contare sulle poche conoscenze dei lavoratori circa i loro diritti, nonché sulle differenze linguistiche, e inoltre facendo pressione sui lavoratori stessi, paventando possibili deportazioni per spingerli a riprendere il lavoro.

Edinson, Gonzalo e Ezequiel sono tra i lavoratori della Polloexpress che hanno dovuto subire questo tipo di trattamento dall’azienda, in seguito ai loro rispettivi infortuni, ritrovandosi in una battaglia legale, tra perizie, visite mediche e opinioni contrastanti, che mettono in evidenza la complessità caratterizzante il riconoscimento di un diritto previsto dal programma.

Il caso di Edinson mi sembra il più emblematico a riguardo. Edinson è un agricoltore guatemalteco che ha iniziato a lavorare per la Polloexpress come lavoratore migrante stagionale nel 2006. Dopo diverse assunzioni di alcuni mesi ogni anno, riceve un contratto di due anni. Nel 2013, mentre stava vaccinando dei polli situati al terzo compartimento delle gabbie, a circa 2 metri dal suolo, Edinson cade a terra, a causa della rottura di una ruota del carrello su cui si trovava, sbattendo su un oggetto contundente. A causa dei dolori nella zona lombare, viene portato di urgenza alla clinica, dove il medico gli diagnostica un’ernia del disco e una lombo- sciatalgia, rilasciandogli un certificato medico in cui c’è scritto che Edinson è in grado di sostenere soltanto delle attività di ufficio per non più di quattro ore al giorno e prescrivendogli un’epidurale.

Dopo tre mesi di trattamento Edinson si sente meglio e decide di accettare la richiesta dell’azienda di riprendere gradualmente il lavoro per riadattarsi. Nonostante la promessa di farlo lavorare quattro ore, Edinson si ritrova a lavorare il primo giorno per sette ore e mezza, non in ufficio come consigliato dal medico, ma caricando e scaricando circa sedici mila polli. Dopo questa giornata il dolore si ripresenta e Edinson decide di andare a rivedere i medici, nonostante il parere contrario dell’amministrazione che gli rimproverava di non aver preso le medicine prescrittegli.

Grazie all’incontro con il centro di sostegno ai lavoratori e le lavoratrici migranti di Montreal, che ha spesso mediato con le cliniche facendo le traduzioni e ha riempito le domande burocratiche, Edinson ha sostenuto diverse visite affinché gli riconoscano l’indennizzo, con dei referti però spesso differenti tra loro. Dopo diversi mesi, non gli è stato riconosciuto un danno permanente, ma soltanto il pagamento di cure provvisorie, in seguito alle quali Edinson ha deciso di ritornare in Guatemala.

 

“Win-win-win”

Dagli anni duemila a livello internazionale si afferma un nuovo paradigma migratorio che si caratterizza per la gestione della mobilità umana (Geiger e Pécoud 2010; Ghosh 2000; Péllerin 2010). In questo contesto c’è stato un rinnovato interesse nei confronti dei programmi di migrazione temporanea del lavoro. Diversi organismi internazionali come la Banca Mondiale, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni o l’Organizzazione internazionale del lavoro hanno celebrato questo tipo di migrazione definendolo come un modello di sviluppo vincente per tutti gli attori coinvolti (per il Paese di destinazione, di invio e le persone stesse che migrano) e come un’alternativa legale, ordinata e sicura all’immigrazione irregolare.

Nel caso dei programmi canadesi nel settore agricolo, spesso presi a modello dagli altri paesi, il carattere regolare dei programmi agisce in due modi. Da un lato, possiamo dire che la regolarità “briglia” (Mezzadra 2006; Moulier-Boutang 1998) la mobilità della forza lavoro, attraverso dei contratti di lavoro nominativi e l’impossibilità di accedere alla residenza permanente e in seguito alla cittadinanza. Allo stesso tempo, la regolarizzazione permette di stabilire alcuni diritti formali per la mano d’opera migrante stagionale, come un salario minimo e l’accesso alle cure mediche, che non sono garantiti per le persone assunte irregolarmente. L’analisi delle dinamiche quotidiane e la prossimità con le persone assunte mostra che la funzione di briglia prevale nettamente su quella garantista.

Il caso di Edinson e il conflitto intorno alle sue reali condizioni di salute e alle cause della sua parziale immobilità fisica, mostra che i diritti sanciti dal programma non sono mai acquisiti, ma un terreno di lotta in cui i lavoratori, senza un supporto, sono destinati a perdere. Dinanzi a episodi simili, non unici nel corso dei due anni di analisi di campo, sorge una domanda: questi casi riflettono una falla del programma o piuttosto la sua natura? Analizzando i diversi programmi, la seconda risposta sembra più appropriata. In effetti, la competizione tra i paesi, l’immobilità nel mercato del lavoro, l’impossibilità di accedere alla residenza permanente sono una serie di aspetti che rinforzano la vulnerabilità dei lavoratori in Canada e su cui prendono forma delle pratiche informali e degli illegalismi nelle relazioni tra capitale e lavoro. In questo senso, la sfera politica non assume tanto il ruolo di garante delle relazioni sociali, ma agisce piuttosto in maniera duplice: da un lato istituisce delle norme e regola un sistema di assunzione che dovrebbe offrire maggiori garanzie ai lavoratori, dall’altra crea le condizioni di vulnerabilità della mano d’opera affinché le tutele e la gestione regolamentata possano essere raggirate laddove ostacolino il processo di accumulazione.

L’altro aspetto problematico riguarda il rapporto con la migrazione definita “irregolare”. Nei discorsi celebrativi di questo tipo di programmi, la migrazione temporanea è presentata come una soluzione che si oppone alla migrazione irregolare. In realtà, impedendo agli stagionali agricoli di accedere alla residenza permanente e alla cittadinanza, l’irregolarità agisce piuttosto come spauracchio, facilitando il controllo e la disciplina delle persone che partecipano ai programmi. Senza politiche selettive di immigrazione permanente, probabilmente non ci sarebbero nemmeno i programmi di migrazione temporanea.

Dinanzi a queste problematiche possiamo considerare i programmi di migrazione temporanea canadesi un modello da seguire? Se compariamo la situazione degli stagionali migranti in Canada con altre realtà in cui la mano d’opera è principalmente costituita da persone irregolari e che sono quindi totalmente al giogo delle aziende agricole, è chiaro che la situazione sia migliore. Le difficoltà nell’esercitare i diritti a causa degli stessi programmi che li sanciscono e i numerosi casi di abuso e sfruttamento documentati dovrebbero però frenare l’entusiasmo. Malgrado il successo che i programmi canadesi riscuotono, non sarà lo Stato canadese a mostrare la via verso un modello che tuteli le persone migranti. Se ci sarà un esempio da seguire, probabilmente, sarà conseguente alle lotte dei migranti stessi che sovvertiranno la logica utilitarista che si impone sulla loro mobilità.

 

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