Mia unica patria, la lingua

di Aslı Erdoğan. Incontro con Övgü Pınar

illustrazione di Mara Cerri

Le brillano gli occhi quando le dico “Questo mondo è anche il nostro!”, e con una voce mite e nello stesso tempo ribelle mi dice “Che bella frase. Si, è anche nostro questo mondo!” Nei suoi 50 anni di vita si è sempre sentita estranea, anche nel suo paese di origine, la Turchia, e anche nel mondo della letteratura. Solo in carcere dice di non essersi sentita da sola. E solo alla sua madre lingua si sente legata. Aslı Erdoğan ha passato più di quattro mesi in carcere nel 2016, con l’accusa di “fare propaganda terroristica” per aver fatto parte del comitato consultivo di “Özgür Gündem”, il giornale filocurdo chiuso su ordine del tribunale ad agosto 2016. Il processo contro di lei è ancora in corso e la prossima udienza si terrà nelle prossime settimane. Lei vive adesso in Germania, ma dice di voler tornare in Turchia. Anche se i suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue, il suo nome è diventato noto nel mondo in seguito alla sua incarcerazione. Il “New York Times” l’ha dichiarata una delle “11 donne più forti che abbiamo incontrato in tutto il mondo nel 2017”. A gennaio ha ricevuto a Parigi il premio Simone de Beauvoir. Il suo ultimo libro, Neppure il silenzio è più tuo (Garzanti), una raccolta dei suoi articoli, è stato tradotto in 20 lingue. Ma lei si dice a disagio per questa nuova identità politica.

Noi l’abbiamo conosciuta per la letteratura ma prima della letteratura lei si occupava di fisica e ingegneria. Come è avvenuto il passaggio dalla scienza alla letteratura?

Studiavo ingegneria informatica all’università di Bogazici ma volevo studiare anche fisica, solo che nel frattempo studiavo pure balletto classico e il tempo non mi bastava mai. Poi ho fatto il mio master in fisica e al terzo anno sono andata al Cern (Centro europeo per la ricerca nucleare di Ginevra) per un corso estivo. E quell’anno il Cern concesse una borsa di studio di sei mesi a due dei centoventi corsisti. Io ero una di quei due. Sono stata fortunata e ho lavorato con una squadra fantastica. Ho scritto una tesi su Higgs, il fisico. Negli anni novanta Higgs era una cosa molto nuova. E avevo già preso il mio primo premio letterario nel 1990, il premio Yunus Nadi.

 

Quindi non c’è stata una transizione lineare dalla fisica alla letteratura, portava insieme tutte e due…

In realtà no. Volevo essere una fisica e amavo tanto la letteratura, ma non sognavo di diventare una scrittrice. Avevo solamente scritto una storia e l’avevo mandata per il premio e l’ho vinto. Ero rimasta molto sorpresa anch’io di averlo vinto.

 

E che cosa era quella storia?

Era una storia molto pesante, non l’ho mai inclusa in nessun libro. Si tratta di un gioco di suicidio. In una coppia, marito e moglie, la donna fa finta di tentare il suicidio. E poi l’uomo a un certo punto capisce che la donna si è davvero suicidata, che sta davvero morendo. È una storia molto morbosa, la transizione dell’amore tra una donna e un uomo in un micidiale gioco di scacchi. La donna lancia il proprio corpo davanti all’uomo. È l’espressione dell’amore e dell’odio e della rabbia. Si chiama Son Elveda (L’ultimo addio). È una storia che ho scritto a ventitré anni. E solo cinque-sei anni dopo ho scritto la mia seconda storia, Tahta Kuşlar (Uccelli di legno) e mi ha fatto vincere il premio Deutsche Welle. Vincevo premi importanti con le mie storie ma non aspiravo a diventare una scrittrice. Il mio primo libro lo avevo scritto al Cern, Il mandarino meraviglioso (edito in Italia da Keller nel 2014), e anche quello non l’ho pubblicato per anni, per circa cinque anni. Le condizioni di lavoro al Cern erano molto pesanti. Non esagero, lavoravamo 14-15 ore al giorno. Ero una ragazza di venticinque anni, studiavo Higgs, avevo una piccola stanza in affitto. Tornavo a casa con l’ultimo autobus ogni notte a mezzanotte, e scrivevo fino alle cinque del mattino. Poi mi alzavo alle otto-nove e andavo al lavoro. Sette giorni alla settimana. Ho cominciato a scrivere Il mandarino meraviglioso il ventuno dicembre e l’ho finito il dodici maggio. E durante questo periodo ho scritto ogni notte. Ma non scrivevo per pubblicare, scrivevo per me stessa. Non era altro che un atto di sopravvivenza, perché stavo andando fuori di testa, perché al Cern stavo veramente impazzendo.

 

E dopo il Cern? Come ha lasciato la fisica e ha scelto la letteratura?

Dopo essere tornata in Turchia, è iniziata una seconda vita ghettizzata. Mi sono innamorata di un africano e ho cominciato a vivere con gli africani in Turchia. Conoscevo la violenza politica, la violenza famigliare, la violenza sessuale – ho subito una violenza sessuale a dieci anni – ma non conoscevo la violenza che subiscono gli immigrati africani, gli ultimi della società, ed è stata una lezione molto dura per me. È in questo periodo che ho scritto Kabuk Adam (L’uomo guscio), il mio primo libro pubblicato. Subito dopo sono andata in Brasile, abbandonando la fisica non per diventare una scrittrice, ma perché non volevo più essere una fisica. È stata una vera trasformazione, durata a lungo e che si è evoluta da sola. Io non ho mai deciso nulla in nessun periodo della mia vita, non ho questa capacità. Una mattina mi sono svegliata, e sapevo che non ero più una fisica, lo sapevo, semplicemente. La trasformazione era completa. Eppure avevo già scritto la mia tesi di dottorato, mi mancava solo un esame per poter diventare dottore in fisica. Ho avuto questa sensazione molto netta, sapevo chiaramente che non avevo più niente a che fare con il mondo della fisica, e non ho mai guardato indietro. Anche se avevo dato molto di me stessa alla fisica, anche se amavo la fisica… Ma amare la fisica e amare il mondo dei fisici sono cose diverse. E adesso sto vivendo la stessa crisi con la letteratura. Sono cose ben diverse amare la letteratura e amare il mondo degli scrittori, che è un mondo, va detto, miserabile. O a me sembra così. Trovo insopportabile tutte queste strutture istituzionali, queste gerarchie, questi giochi di fama e di potere.

 

Parliamo un po’ degli avvenimenti che sono sfociati nel suo arresto. Lei ha cominciato a lavorare per “Özgür Gündem”, che è stato chiuso dal tribunale nell’agosto del 2016

Sono tornata in Turchia nel 1996, e ho scritto uno dei miei libri probabilmente più importanti: La città del mantello rosso. E all’improvviso, il mondo della letteratura mi ha accolta. Hanno cominciato a chiedersi “ma chi è questa donna?” E pochi mesi dopo, il giornale “Radikal” mi ha offerto una rubrica. All’inizio l’ho accettato solo per motivi economici. Avevo chiuso con la fisica, davo lezioni d’inglese ma non riuscivo a guardagnare a sufficienza. Ho cominciato a lavorare per “Radikal” nel 1998, ed è stata per tanti una seconda sorpresa: non si aspettavano da una fisica un libro come La città del mantello rosso, e non si aspettavano pezzi giornalistico-politici dalla scrittrice di quel romanzo…. Scrivevo di temi come gli stupri delle ragazze curde, le carceri, gli scioperi della fame e così via. Ho ricevuto molte minacce e sono stata esclusa dal mondo della letteratura, e alla fine sono stata licenziata, nel 2001, anche da “Radikal”.

 

Per quale motivo?

Non lo so, me l’hanno notificato al telefono, hanno detto: “è arrivato un ordine da molto in alto”. Ho avuto un periodo molto difficile, tra problemi famigliari, di salute, economici… Dopo qualche anno ho ricominciato a cercare un lavoro. E di nuovo ho cominciato a scrivere per “Radikal” e di nuovo sono stata licenziata, dopo cinque mesi. Questa volta mi serviva un posto da cui non essere licenziata, e “Özgür Gündem” me lo ha offerto. Se non fossi stata licenziata diverse volte e se non avessi avuto problemi economici forse non l’avrei accettato…

 

Perché no?

Ero solidale con “Özgür Gündem” ma sapevo benissimo dei potenziali rischi. Sapevo che tanti miei lettori avrebbero reagito male. Perché in Turchia il lettore di letteratura è una massa nazionalista, per loro persino passare dalla porta di “Özgür Gündem” è un reato… Comunque, io sono entrata in “Özgür Gündem” nell’aprile 2011. Dopo due-tre mesi ho ricevuto una borsa di studio per Zurigo, come scrittrice in residenza, una borsa di studio molto importante e dovevo essere a Zurigo all’inizio di dicembre. A novembre è stata fatta un’operazione contro “Özgür Gündem” e sono state arrestate dodici persone, ma io non ero tra quelle. A dicembre del 2011 sono andata a Zurigo, ma avevo paura di tornare in Turchia e ci sono rimasta per un anno e poi sono stata in Austria. E nel 2013 sono tornata in Turchia. Non stavo molto bene di salute, e ho smesso di scrivere la rubrica per “Özgür Gündem”. Sono rimasta nel comitato consultivo del giornale ma scrivevo part-time, una volta ogni due-tre settimane, a volte scrivevo per tre mesi e poi non scrivevo per altri tre mesi. E non venivo pagata, era tipo un lavoro volontario. “Özgür Gündem” era una delle tre-quattro testate per cui scrivevo, scrivevo anche per diverse testate in Europa. Però nel 2016, all’improvviso, fare parte del comitato consultivo di quel giornale è diventato un crimine, che merita addirittura la richiesta di condanna all’ergastolo! Essere nel comitato consultivo è stata considerata come una prova di essere membro del Pkk!

 

Pensa che ce l’avessero in particolare con lei?

Si, volevano arrestarmi e si sono inventate delle accuse!

 

E perché proprio lei?

Non sono certamente l’unico bersaglio. In corso c’è una grande campagna contro gli intellettuali, la stampa, gli oppositori. Hanno scelto diverse persone da tutti i gruppi di accademici, giornalisti, scrittori… E io perche sono stata scelta? Prima di tutto perche ho scritto di Cizre, una città a maggioranza curda in Turchia, colpita da un’operazione militare tra il 2015 e 2016. E poi perché sono un perfetto esempio del gruppo che la Turchia adesso vorrebbe punire o far tacere, i “turchi bianchi”, l’élite metropolitana che solidarizza con “Özgür Gündem”. Hanno voluto dare questo messaggio: “Voi turchi bianchi, intellettuali, giornalisti mettetevi da parte e lasciateci parlare con i curdi nel solo linguaggio che capiscono. Non vogliamo testimoni!”. E adesso ci trattano peggio dei curdi. Forse perché ci considerano dei traditori della patria, per loro una turca bianca – anche se io non mi vedo tale ma per loro sono cosi – che è solidale con i curdi commette un reato ancora più grande. Poi ci sono delle caratteristiche che mi hanno resa un bersaglio facile. La prima è che sono conosciuta in Europa, hanno voluto dare un messaggio anche all’Europa. La seconda è che in Turchia non sono molto famosa. Hanno pensato che mi sarei ritrovata sola, ma non è andata cosi. Il numero dei miei lettori è molto aumentato, tutti i miei libri sono stati ripubblicati più volte. La terza caratteristica è quella di essere donna. Necmiye Alpay (l’altra donna membro del comitato consultivo di “Özgür Gündem” arrestata) e io eravamo donne sole, non molto popolari, considerate un po’ matte… Detto questo anche io sono rimasta sorpresa, non capisco come possa venir considerata una minaccia al sistema! In fin dei conti io sono una che si occupa di letteratura, scrivo una rubrica una volta ogni tanto, che cosa potrei fare!

 

Potrebbe essere proprio questo il punto? Forse volevano dire: possiamo raggiungere chi vogliamo, non è necessario essere curdo, non è necessario essere un feroce oppositore, anche tu puoi essere toccato! Forse per far paura alle masse?

Certamente, e certamente è un messaggio ancora più inquietante. Tante persone, anche non molto attive politicamente, hanno pensato:“Se Aslı è stata arrestata, allora anche io potrei essere arrestata”.

 

Se lo scopo era creare un’atmosfera di paura, voi eravate dei nomi scelti con molta accortezza!

Assolutamente. Una cosa simile all’uccisione di Hrant Dink (il giornalista armeno-turco assassinato nel 2007). Uccidere un falco non crea orrore, ma se uccidi una colomba la società rimane inorridita. Il mio caso è del genere come far del male a un passero.

 

Ostacolare la libertà di espressione è una condizione per la durata dei regimi repressivi. Lo scopo finale sarebbe questo?

Assolutamente. Bisogna valutare diversamente il primo periodo di Erdoğan, perché veramente ha fatto diversi passi verso la democratizzazione della Turchia e ha rotto alcuni tabù, soprattutto riguardo alla questione curda. Prima degli anni duemila era quasi un peccato pronunciare la parola “curdo”. Questo è cambiato durante il suo mandato. Il movimento curdo si è sviluppato molto, il movimento delle donne si è sviluppato molto. Ma poi Erdogan ha cambiato direzione. Una volta che si è impossessato del meccanismo dello Stato, si è reso conto, credo, che la libertà di espressione non gli serviva a molto. Sopratutto si è spaventato per le manifestazioni di Gezi Park. Ha capito che la società non era intorpidita come pensava lui e nel panico ha cercato di tagliare tutte le corde vocali della società. Anche prima di Erdoğan la stampa turca aveva un problema di monopolizzazione ma lui l’ha spinto molto più avanti. Ha visto che poteva comprare la stampa e l’ha fatto. Ha visto che poteva silenziare le tv e l’ha fatto. E quando invece ha visto che era un po’ più difficile mettere a tacere gli intellettuali ha trovato questa soluzione. E in effetti, è riuscito a ridurre la società al silenzio. Non so se fosse tutto pianificato, ma nella fase di transizione al fascismo si fanno spesso passi simili. Il fascismo non è mai definito nello stesso modo da due persone, ma una volta ho letto un articolo che considerava l’arresto degli intellettuali come un indicatore importante. Silenziare gli intellettuali è uno dei passaggi per impostare il regime di un solo uomo. Non perché gli intellettuali sono tanto importanti, ma sono qualcosa che spaventa i dittatori. Iniziano prima con la stampa perché la stampa è più potente. Ma non si fermano lì. Quando il regime diventa più autoritario, gli intellettuali diventano il bersaglio successivo.

 

Com’era la vita che ha visto e vissuto nel carcere? Ha vissuto cose che l’hanno cambiata? Ho sentito la storia di come le detenute coltivano i fiori di nascosto…

L’effetto dello stato di emergenza, che dura da più di un anno e mezzo, è sentito molto di più nelle carceri. Ogni giorno viene proibito qualcosa di nuovo. Una delle leggi dello stato di emergenza ha proibito la coltivazione di fiori e piante. Prima che entrassi io in carcere c’era un grande giardino, circondato da muri alti coperti di filo spinato. Le ragazze hanno coltivatofiori per anni, piantando persino un albero di pesco. Con l’arrivo dello stato di emergenza sono stati portati tutti via. Dopo di che, hanno iniziato tutto da capo. E io come nuova arrivata ho imparato come si coltivano i fiori senza terra. Prima devi fare la terra. Si avvolgono le foglie di tè nella carta dei giornali e si lasciano asciugare nel cortile. Prendono una consistenza simile alla terra, ma non basta, bisogna aggiungere azoto. Quando vengono date le uova, le ragazze accumulano i gusci, e li mettono tra le foglie di tè. È un lavoro molto meticoloso. Poi trovano il seme, come lo trovano è un mistero. Dopo di che, piantano il seme nella terra creata da loro. Ma non si è mai sicure che crescerà. Alla fine la pianta ha cacciato un brutto germoglio, sembrava basilico. Tutto il reparto si prendeva tantissima cura di questa brutta pianta. Quando pioveva la portavano nel cortile per farle prendere l’acqua piovana, la mettavano al sole quando c’era il sole, la coccolavano come una bimbetta. Però anche quella pianta è stata strappata dopo un mese e mezzo. Le ragazze piangevano quando toglievano loro quel piccolo piacere! Anche le guerrigliere imploravano, ed era doloroso da vedere… E le guardie prendevano i fiori con un piacere sadico. E li lasciavano morire. Centinaia di vasi sono stati abbandonati a morire nel cortile esterno del carcere… Per me questa immagine è un perfetto simbolo del fascismo. È stata questa la lezione che ho appreso. La prima volta che sono entrata in carcere, ero molto giù di morale. Ho pensato molto al suicidio, e l’ho detto a tante persone: “Io esco da qua entro un anno, o camminando sulle mie gambe, oppure in una bara”. Ma tre giorni prima di venir rilasciata ho chiesto scusa alle ragazze. Ho detto loro, “Voi fate una fatica tremenda per far vivere un fiore e io che vi parlavo di suicidio!” E ho imparato la forza della solidarietà. Non ho mai visto una solidarietà così forte come quella nella prigione. Per la prima volta nella mia vita non mi sono sentita da sola. Quando mi sono ammalata, perché ho continuato a danzare nel cortile anche con il vento e cinque gradi, l’unica cosa che mi ricordo è che le ragazze non mi hanno mai lasciata da sola, mi portavano tisane, aspirine che avevano nascosto per le emergenze, mi preparavano borse di acqua calda. Ventiquattro ore su ventiquattro c’era sempre qualcuna che si prendeva cura di me.

 

Come vede il futuro della Turchia?

Dal punto di vista ideologico sembra tutto disperato. Invece dal punto di vista di una letterata ho più speranza, nel buio vedo una luce che filtra da sotto la porta… Un po’ come il fiore nel carcere. Il fiore cresce e muore ma la gente cerca di coltivare un altro fiore, non smette di provare a farlo vivere.

 

Anche non smettere di tentare può essere una forma di resistenza?

È questa la resistenza più sacra. Resistere, resistere senza volere il potere. Più il sistema ti vuole uccidere più tu devi insistere a vivere. Certo, guardare dall’esterno è molto diverso dal viverci dentro. a esempio, quando eravamo in Gezi Park durante le manifestazioni e le forze dell’ordine hanno messo a fuoco il parco io ero nel parco. Poi sono uscita con tutte le altre persone e ho camminato per circa cento metri e mi sono seduta in un bar. E ho visto in tv quello che succedeva nel parco. Sono scoppiata a piangere. Mentre stavo nel parco non avevo paura, però quando ho visto tutto da fuori sono rimasta inorridita. Forse quando ci sei dentro non hai tanta paura, forse non affronti veramente la realtà.

 

C’è una frase del grande scrittore turco Tanpınar che dice: “La Turchia non permette ai suoi figli di occuparsi di altro”. E di recente ho letto un’ intervista di Orhan Pamuk, che si lamentava dicendo “Scrivo un libro dopo averci lavorato su per sei anni, ma la prima cosa che mi chiedono è sempre Erdoğan”. Anche a lei dispiace dover parlare sempre meno della letteratura e sempre più della politica?

Come no! All’improvviso mi sono trovata ad avere un’identità molto politica, e questo nuovo ruolo politico diventa una cosa da cui non riesco a uscire. Ma io non penso di essere degna di un tale ruolo, per diversi motivi. Da un lato, per me diventare una figura politica, un’eroina non è giusto nei confronti di decine di migliaia di persone che hanno dedicato la loro vita a questa causa. E da un altro lato, io ho dedicato la mia vita a un altra cosa, alla letteratura. L’ultimo libro che ho scritto (Neppure il silenzio è più tuo) è stato tradotto in molte più lingue dei precedenti. Hayatın Sessizliği (Nel silenzio della vita), per cui ho lavorato per sette anni e che considero il mio migliore è stato tradotto solo in francese e svedese. Invece questo ultimo libro è una raccolta dei pezzi che avevo scritto per un giornale, era un lavoro professionale. Erano pezzi che dovevo consegnare alle sette di sera, non potevo lavorarci su per giorni, o mesi. E questo libro adesso è tradotto in venti lingue, Catherine Deneuve l’ha letto in audiolibro, mi hanno premiata con il premio  Simone de Beauvoir 2018, il più importante che ho mai ricevuto. E tutto questo per i miei scritti politici. Ma non è questo il mio lato più forte, anzi secondo me è il mio lato più debole.

 

E lei trova un lusso parlare di letteratura in queste condizioni? Oppure è proprio per questo che bisogna parlare di più dell’arte?

Purtroppo quando ci incontriamo tra amici non ce la facciamo più a parlare di letteratura, di arte, farlo sembra un lusso. Ma in realtà, persino ad Auschwitz la gente disegnava. Presero qualcosa di molto prezioso e difficile da trovare, come era la carta igienica, e disegnarono. L’arte è un modo per guardare alla vita, per ritornare alla vita anche se al momento in Turchia tutti hanno perso la voglia di parlare di letteratura. È questo il modo in cui il fascismo aggredisce e spezza passo dopo passo l’anima umana. Però anche le situazioni di peggior caos possono produrre arte. Spero che anche dalla nostra situazione esca una buona letteratura.

 

Attualmente sta scrivendo?

Non ho potuto scrivere tanto da quando sono uscita dal carcere. L’altro giorno mentre preparavo un discorso mi sono resa conto di quanto mi manca scrivere. Mi sta tornando…

 

Ora che vive in Germania, vede una differenza tra scrivere nel suo paese e un altro paese?

La mia unica patria è la mia lingua, la madre lingua, la lingua turca. In verità non ho legami molto profondi con la Turchia, non ho né il senso della proprietà né dell’appartenenza. Mi sono sempre sentita straniera dovunque. Però il mio cordone ombelicale è attaccato alla lingua turca. E io amo la mia lingua, amo scrivere in turco. E il turco non è una lingua come l’inglese e il francese, non lo senti parlare spesso quando ti trovi in un altro paese. Io sento il bisogno di respirare nella mia lingua. La mia forza è la mia lingua, gioco molto sul linguaggio, ho un senso del ritmo in turco. E quando uno sta all’estero questo senso lo perde. Quando passi metà della giornata a parlare in un altra lingua a un certo punto non senti più le parole che si parlano tra di loro, e questo per me significa morte.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 49 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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