Memorie e storie afroamericane

di Gabriele Vitello

L’epoca di Obama ci aveva illuso che quella americana fosse una società postrazziale, nella quale i conflitti legati al colore della pelle erano ormai roba passata. Questa visione ottimistica, rafforzata dalla presenza di un nero alla Casa Bianca, dimenticava però le fortissime disuguaglianze che colpiscono tuttora la popolazione nera. Un tasso di disoccupazione doppio rispetto a quello dei bianchi, una percentuale di detenuti da spavento (il 37%) e, infine, l’istruzione: oltre un terzo degli adolescenti maschi neri non finisce la scuola dell’obbligo.

Dopo gli scontri di Dallas, Ferguson, Baltimora eccetera, dopo l’elezione di Trump sostenuta dalla destra xenofoba e razzista e benedetta dal Ku klux klan, è ormai evidente che la società americana sta attraversando un lungo e difficile confronto con i problemi che l’affliggono da sempre. All’origine dei recenti conflitti razziali non c’è soltanto il suprematismo bianco, quel razzismo sempre presente nel cuore dell’America profonda e che Donald Trump ha in qualche modo sdoganato. C’è dell’altro. Qualcosa alle radici della storia americana, nei secoli della schiavitù e della segregazione. Non c’è da stupirsene. La schiavitù non è così lontana: risale a solo un secolo e mezzo fa, appena tre generazioni. Se poi consideriamo che il regime schiavista ha avuto una durata di 246 anni, fissando, come suggerisce la storica americana Daina Ramey Berry, la sua data di inizio nel 1619, quando venti africani arrivarono in Virginia su una nave olandese, e il suo termine nel 1865 con la fine della guerra civile, possiamo concludere che “gli afroamericani sono stati liberi per meno tempo di quanto non siano stati in schiavitù”.

Il problema non è solo il becero suprematismo bianco, ma anche una politica miope che si vuole postrazziale e che ha rimpiazzato la lotta al razzismo con una generica lotta alla povertà, dimenticando il senso profondo delle famose parole di Lyndon Johnson, pronunciate nel suo storico discorso sui diritti civili: “la povertà dei neri non è la povertà dei bianchi”. La differenza fra le due povertà è soprattutto di tipo, non solo di grado, come afferma con forza Ta-Nehisi Coates nel suo breve saggio Un conto ancora aperto (Codice edizioni 2016) – un atto d’accusa contro le politiche neoliberiste dell’era Obama che si sofferma in particolare sugli effetti perversi e duratori del redlining (una diffusa pratica discriminatoria volta a escludere i neri da determinati servizi, come ad esempio i mutui in ambito immobiliare).

Nel suo j’accuse, il giornalista dell’“Atlantic” e vincitore del National book award per il suo Tra me e il mondo, interviene anche nel dibattito sul risarcimento per i danni subiti negli ultimi tre secoli dal popolo nero, una questione complessa e spinosa che è stata recentemente riaperta da Charles J. Ogletree, il quale ha proposto un vasto programma di formazione professionale e interventi pubblici che includa anche i poveri di tutte le etnie. È una proposta che sembra convincere Ta-Nehisi Coates, il quale però avverte che “il nostro Paese non potrà mai risarcire davvero gli afroamericani”. Coates non si trastulla, come qualcuno ha fatto, in esercizi per calcolare l’incalcolabile, ma affronta il tema in termini più radicali, smascherando la malafede dei bianchi che ridicolizzano la questione del risarcimento come un’”astrusa prospettiva di sinistroidi visionari e nazionalisti neri privi di qualsiasi credibilità”. “L’idea dei risarcimenti – scrive – ci spaventa non solo perché potremmo non essere in grado di pagarli, ma perché rappresenta una minaccia per qualcosa di ben più profondo: l’eredità dell’America, la sua storia e il suo ruolo nel mondo”. A suo avviso “parlare di risarcimenti significa rivoluzionare la coscienza americana, riconciliare l’immagine di grandi democratizzatori che abbiamo di noi stessi con la realtà della nostra storia”.

L’arte – il cinema e la letteratura – possono svolgere un ruolo importante in questo lavoro di memoria, di decostruzione e ricostruzione dell’identità americana. E non è un caso che il conflitto razziale sia al centro di molti libri e film degli ultimi anni. Un breve e non esaustivo elenco potrebbe contenere film come Selma di Ava DuVernay e I Am Not Your Negro dell’haitiano Raoul Peck, basato sui testi di James Baldwin, e romanzi come Lo schiavista di Paul Beatty e The Hate U Give di Angie Thomas. Ma va anche ricordato il clamore suscitato dalla pubblicazione postuma nel 2015 del prequel del Buio oltre la siepe, Va’ e metti una sentinella, dove l’integerrimo Atticus Finch si rivela essere un simpatizzante dei suprematisti bianchi.

Un paio di mesi fa nelle sale è uscito Detroit, un film di Kathryn Bigelow sulla rivolta scoppiata nel ghetto nero della capitale del Michigan il 23 luglio del 1967. Quelli di Detroit non furono i primi tumulti urbani del dopoguerra – c’erano stati Watt, a Los Angeles nel 1965, e Chicago nel 1966 – ma, insieme a quelli di Newark dello stesso anno, furono i più gravi della storia americana. Erano il sintomo di una sfiducia che fasce numerose di giovani neri nutrivano verso i progressi ottenuti dal movimento dei diritti civili del Sud (il Voting right act risale al ’65). Il film della Bigelow, dopo alcune sequenze girate all’interno del locale dove iniziarono le rivolte, si concentra sul cosiddetto Algiers Motel incident. La notte del 25 luglio, degli agenti bianchi della polizia di Detroit assediano l’Algiers Motel, credendo che vi si nasconda un cecchino. Trovano invece due ragazze bianche in compagnia di alcuni giovani neri e, convinti che tra questi ultimi si celi il cecchino, li sottopongono a disumane violenze fisiche e psicologiche, per costringerli a parlare: tre di loro vengono uccisi, altri sette pestati a sangue. I poliziotti non verranno mai condannati. Il film è una ricostruzione estremamente convincente, girato quasi come un documentario, per supplire all’assenza di una versione ufficiale dei fatti. Ottima l’interpretazione di Will Poulter del poliziotto razzista, ma il personaggio chiave di tutto il film è il poliziotto nero, interpretato da John Boyega, che assiste passivamente al massacro e suggerisce ingenuamente ai giovani terrorizzati di obbedire agli ordini, credendo che così ne sarebbero usciti indenni. La sua inettitudine getta una luce sinistra su tutto il film, e fa pensare che avere fiducia nell’esistenza di una parte sana delle istituzioni bianche sia un’illusione.

Gli anni sessanta occupano uno spazio importante anche nell’interessante libro di Margo Jefferson Negroland (66thand2nd 2017), un ritratto della borghesia nera a cavallo tra memoir, saggio storico e sociologico. Questa sua caratteristica avvicina Negroland a Gli anni della francese Annie Ernaux, con cui condivide lo sforzo, riuscito, di sottomettere l’io alla Storia, di fare cioè storia collettiva. Negroland – spiega l’autrice, già critica teatrale per il “New York Times” – “è il nome che ho assegnato a una piccola regione dell’America negra i cui abitanti erano protetti da un certo grado di benessere e privilegi”. Negroland è il termine con cui Jefferson definisce la sua stessa classe sociale, della quale ricostruisce una breve genealogia dall’epoca della schiavitù a oggi. Gli abitanti di Negroland non sono né bianchi né neri, sono una “Terza Razza”(58), che ha imparato a vivere in un’intercapedine, a stare in equilibrio tra l’istinto di conservazione dei privilegi conquistati e i doveri verso la più vasta comunità nera, tra il desiderio di riconoscimento da parte del mondo bianco e il senso di colpa nei confronti dei neri meno fortunati. Negroland è così il ritratto di una classe sociale che rivela l’intreccio di razza, classe e genere su cui è fondata la società americana.

La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead (Sur 2017) risale più indietro nel tempo, fino al peccato originale della storia americana. La protagonista è Cora, una giovane schiava in una piantagione di cotone della Georgia, che fugge dal proprio padrone attraverso una ferrovia sotterranea. “Ferrovia sotterranea” era il nome della rete clandestina che aiutava gli schiavi delle piantagioni del Sud a raggiungere gli Stati liberi del Nord, Whitehead però ne immagina una vera, alla quale si accede tramite botole e cunicoli nascosti e i cui gestori si comunicano gli orari dei treni attraverso messaggi in codice sui giornali. Grazie a questa misteriosa ferrovia di cui si ignorano i costruttori, Cora arriva in Carolina del Sud, poi in Carolina del Nord, in Indiana e infine in California. Da uno stato all’altro il razzismo cambia solo forma: in Carolina del Sud, ad esempio, di cui i giornali elogiano le riforme a favore del progresso della gente di colore, le donne nere vengono spinte a sterilizzarsi e a sottoporsi a inquietanti esperimenti eugenetici. Siamo nella metà dell’Ottocento ma i cortocircuiti con la storia successiva e il presente sono continui.

Sebbene Whitehead abbia scavato negli archivi del Federal writers’ project setacciando decine di memorie di ex-schiavi, La ferrovia sotterranea non è un romanzo storico e non vuole essere un rappresentazione storicamente fedele dell’America dell’Ottocento. La storia si fonde con il realismo magico: Cent’anni di solitudine è uno dei suoi modelli dichiarati, ma la sua vena surreale fa pensare anche a Amatissima di Toni Morrison. La ferrovia sotterranea paga anche un grosso tributo all’epopea hollywoodiana, offrendo al lettore un finale in parte consolatorio, e alcuni personaggi super-cattivi sembrano usciti da un feuilleton. Colpiscono alcune invenzioni geniali come quella del museo vivente in cui Cora viene assunta come manichino per illustrare la vita della popolazione nera, e dove si accorge che le scene da interpretare sono piene di inesattezze e contraddizioni a uso e consumo dei bianchi. Così, nella scena dedicata alla vita sulla nave negriera, vediamo “ragazzini rapiti che strofinavano il ponte con lo straccio e si guadagnavano pacche sulla testa dai rapitori bianchi”, ma nella realtà il posto di quei ragazzini sarebbe stato piuttosto “sotto coperta, a rivoltarsi nelle (…) feci”. Che cos’è la verità in un’America che occulta la sua storia per fabbricarsi una mitologia del progresso e della democrazia? “La verità era la vetrina di un negozio in perenne cambiamento, manipolata da mani altrui mentre non guardavi, seducente e mai davvero a portata di mano”.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

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