Freud secondo massini

di Simona Argentieri

illustrazione di Alice Badalan

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

 

Sigmund Freud, a neanche trent’anni, aveva scritto alla fidanzata Martha di avere appena compiuto un’impresa ai danni dei suoi futuri biografi: distruggere accuratamente tutti gli appunti, le lettere, i manoscritti originali con aggiunte e cancellature dei suoi lavori, per sottrarsi alle speculazioni indiscrete dei posteri, lasciando alla luce del sole solo le opere passate al vaglio del suo controllo. Affermava così il diritto alla privatezza di tutti gli aspetti intimi e affettivi che sempre accompagnano le vicende ufficiali di un uomo di scienza e di pensiero. Più volte, nel corso del tempo, ripeterà la stessa azione di pulizia, stracciando e bruciando tutto ciò che non desiderava fosse letto da occhi indiscreti. In un’epoca ancora oscura e travagliata del suo percorso professionale, con una nota di presunzione che si è rivelata profetica, era già convinto di passare alla Storia.

Con il passare degli anni non cambierà idea e in piena maturità risponderà ad Arnold Zweig, che si era proposto di scrivere la sua vita: “Chiunque si dedica alla biografia si impegna a mentire, a nascondere, a ricorrere all’ipocrisia e agli abbellimenti e persino a passare sotto silenzio ciò che non capisce” (Peter Gay, Freud, una vita per i nostri tempi, Bompiani 1988). Tuttavia, Freud è stato più che ingenuo a questo proposito. Nonostante tante precauzioni, non si contano coloro che si sono voluti cimentare nel corso del tempo con una biografia del padre della psicoanalisi: storici di professione – superficiali come Paul Roazen o rigorosi come Peter Gay – e allievi troppo devoti come Ernst Jones, che per paura di offuscare la grandezza del maestro gli ha persino corretto gli errori di ortografia in inglese. Sugli scaffali delle nostre biblioteche si sono accumulate umili testimonianze di gratitudine di chi lo ha solamente conosciuto come terapeuta e astute operazioni editoriali come quelle di Andrè Masson che, approfittando della possibilità di accedere ai Freud Archives della Biblioteca di Whashington, si è arricchito con supposte rivelazioni scandalistiche su Freud cocainomane o sui suoi possibili tradimenti con la cognata.

A questo imponente e disomogeneo materiale si aggiunge ora un’autobiografia apocrifa, un falso d’autore di Stefano Massini; uomo di teatro e di lettere che per sette anni si è impegnato a comporre un diario immaginario di Sigmund Freud, dove vengono appuntati minuziosamente per quasi 350 pagine i suoi sogni e quelli dei suoi pazienti. Senza pudore, e con indubbio coraggio, ha intitolato il libro L’interpretatore di sogni, minima parafrasi dell’opera edita nel 1899 (600 copie e un’unica pessima recensione) e oggi la più conosciuta, tradotta, citata – e malintesa – del maestro: L’interpretazione dei sogni.

Ammetto di essermi avvicinata al libro con una certa diffidenza, accompagnata da una fastidiosa coazione a confrontare riga per riga quanto rispondesse alla cronaca e quanto all’invenzione. Si parla della paziente Irma e del celeberrimo sogno rivelatore di Freud che la riguarda; ma da dove vengono Helga e Elfriede? Un compito ingrato e faticoso, perché l’autoanalisi di Sigmund, basata appunto sulla decifrazione dei suoi propri sogni, coincide con la scoperta dell’inconscio e dei processi di pensiero normali e patologici, fino a costituire la base stessa teorica e clinica della disciplina psicoanalitica.

Per mia fortuna – o meglio, per merito dell’autore – tutto questo minuzioso processo indiziario ha però perso rapidamente di senso e di valore; perché il lettore, sia quello profano che quello supposto competente, è immediatamente preso dalla creazione delle storie intrecciate del padre della psicoanalisi e di coloro che gli hanno confidato l’enigma delle loro fantasie notturne. Se nomi e date spesso non coincidono con le cronache ufficiali, è invece perfettamente in sintonia con lo spirito analitico l’attenzione del testo alle sensazioni, alle emozioni, alle libere associazioni di ricordi e pensieri che accompagnano il racconto manifesto del sogno.

In Stefano Massini c’è sicuramente una profonda conoscenza storica della vita e delle opere di Freud e degli altri grandi protagonisti dell’arena culturale dell’epoca, ma non la ostenta mai; tutto è filtrato dal buon gusto e dalla discrezione, decantato dal piacere del gioco. Si intuisce che tanta passione per la materia infida dell’inconscio scaturisce da grovigli privati dell’autore, ma non se ne sente mai il peso.

Anche lo stile letterario (così diverso dagli altri scritti di Stefano Massini) sembra una raffinata citazione d’epoca, un “quasi come” rispetto al linguaggio non di Sigmund Freud, però, ma semmai del fratello di Arnold, Stefan Zweig.

Ne emerge, rispetto a quanto abitualmente ne conosciamo, un personaggio Freud più arioso e più lieto. Il suo diario immaginario, ad esempio, è spesso scritto in alberghi e pensioncine, in quei luoghi di lunghe vacanze per monti e per laghi che appagavano (questa è una citazione vera che aggiungo io) il suo “gusto fanciullesco di essere altrove”. Così pure, nel capitolo Martha e le altre, c’è un sogno dove appare le moglie “più giovane di dieci anni”, in un abito da sera sgargiante di un colore intenso “che Martha non metterebbe mai e poi mai”. Il lavoro di decifrazione metterà in luce il meccanismo della “condensazione”, secondo il quale nella figura femminile – “come in un esperimento di Galton” – si sovrappongono le caratteristiche di varie donne che hanno acceso i desideri erotici del dottor Freud; ma il tutto avviene in un clima di sensualità potente e vitale, esente da quelle note di colpa e di depressione che – dopo un fidanzamento appassionato e lunghissimo, forzatamente casto – contrassegnarono la realtà del loro matrimonio mal assortito, di reciproca educata infelicità.

Solo alla fine, proprio nell’ultima pagina, Massini si concede il piacere di essere lui stesso a interpretare il maestro. Abbandonato il gioco della finzione, in prima persona scrive:

“Colpito dal ricorrere dell’immagine di una montagna in molti dei suoi sogni, oltre che in quelli di numerosi pazienti, (…) si convinse che essa fosse dovuta a una stampa del Großglokner che faceva bella mostra in corridoio. E la rimosse.

(…) Non fece mai caso a un dettaglio banalissimo: egli riceveva i suoi pazienti al numero 19 della Berggasse. Misteriosamente, questa associazione gli sfuggì sempre. Berg in tedesco significa montagna.

Resterebbe da chiedersi perché Stefano Massini abbia scelto di cimentarsi con un personaggio così complesso, di così speciale importanza culturale e di controversa fortuna. Può essere una domanda superflua, perché il libro è bello e ciò è quanto basta. Ma per il gusto del contrappasso, dato che lui ha interpretato Freud, si merita qualche ipotesi sulle ragioni che l’hanno attratto nell’impresa.

Il primo motivo, a mio avviso, è quello della intrinseca qualità teatrale del sogno. E Massini è appunto essenzialmente un uomo di teatro, tanto che molte di queste pagine sembrano già pronte per il palcoscenico. Già Freud d’altronde parlava dei sogni come “messa in scena” dei contenuti profondi dell’inconscio: una messa in scena nella quale il sognatore è al tempo stesso il produttore, lo sceneggiatore, lo scenografo, il regista, l’interprete di tutti i personaggi ed è infine anche lo spettatore di se stesso (il primo “pubblico”, infatti, è la coscienza).

Il sogno è la “via regia per l’inconscio”, la “realizzazione fantastica del desiderio”, il guardiano del sonno, lo strumento della coazione a ripetere per elaborare gli antichi traumi; ma prima ancora dobbiamo considerare la dimensione rappresentazionale della mente stessa, che funziona appunto come un teatro, abitata da “immagini”, “rappresentazioni” (anche il linguaggio è lo stesso) che popolano il nostro mondo interiore e si avvicendano sul proscenio della psiche. Il “teatro interno” del sogno, la capacità stessa di raccontare per immagini hanno un valore primario creativo ed espressivo, prima di interpretare il significato dei contenuti.

Tanto più che i nostri affetti sono muti e necessitano di essere veicolati da un’idea e una rappresentazione – in senso psicologico, ma anche teatrale o cinematografico – per emergere in una forma comunicabile a noi stessi e agli altri. La scelta dello scenario, del punto di vista, della luce, della costruzione dello spazio – anche il sogno più modesto, ha scritto Guido Fink, ha bisogno di un minimo di apparato scenico – offre degli elementi conoscitivi fondamentali sulla struttura e il funzionamento della mente di un individuo.

In questa luce, non è l’inconscio che crea il sogno, ma è il sogno a creare l’inconscio. Nel nostro lavoro clinico quotidiano, infatti, sulla scia di Bion, sempre meno andiamo a caccia di simboli da svelare, ma piuttosto vediamo come nel lavoro onirico operi un processo di simbolizzazione che va a creare continuamente nuovi significati.

Le analogie tra scena teatrale e scena psichica, modulate secondo una reciproca ineluttabile attrazione, esistono ben prima del secolo della psicoanalisi; sono fenomeni eterni che questa disciplina non ha creato, ma si è limitata a nominare e a raccogliere. Da un lato c’è l’incontrovertibile, intrinseca qualità spettacolare della follia: dai casi della “grande isteria” esibita negli anfiteatri medico-psichiatrici di fine Ottocento, fino all’uso spicciolo della patologia come pretesto narrativo – nella letteratura, nella pittura, nel teatro, nel cinema, nella musica di tutti i tempi. Dall’altro, sia pure con molte ambiguità metodologiche, persiste la pratica della cura tramite la messa in scena delle vicissitudini interpersonali e intrapsichiche normali e patologiche: dall’antica catarsi al moderno psicodramma.

Massini si inserisce dunque senza scandalo in una lunga scia.

L’ipotesi circa il secondo motivo è invece al tempo stesso più intimo, di più ampia portata. La nostra è un’epoca nella quale in letteratura il confine tra biografia e autobiografia, verità e finzione si fa sempre più frastagliato e sfumato. Non mi riferisco al fatto naturale per cui, quale che sia l’oggetto della scrittura, sempre usiamo il nostro vertice soggettivo e sveliamo qualcosa di noi stessi. Alludo proprio ai casi in cui vicende, emozioni, nevrosi del protagonista reale al quale l’opera è dedicata si mescolano senza remore, come felice espediente letterario, con quelle dell’autore. Ne è un brillante esempio uno scrittore che ammiro molto anche se forse non lo amo: Emmanuel Carrère, che ha dedicato atipiche biografie a Philip Dick, a Limonov, all’impostore assassino Jean-Claude Romand di L’avversario, per approdare a Vite che non sono la mia, bellissimo titolo che potrebbe calzare anche al volume di Stefano Massini. Carrère parla di sé attraverso i suoi protagonisti in modo talora esplicito, talora semi-clandestino, con esibizionismo affascinante e molesto, usurpando lo spazio psicologico dell’altro. Lo dichiara lui stesso in una confessione auto assolutoria (citato da C.M. Galanti, Carrère fatto a pezzi, su “Esquire”, ottobre 2017): “ho bisogno di occupare sempre più spazio nella coscienza degli altri”.

In questa chiave, la spiegazione dell’inganno gentile di questa autobiografia immaginaria di Stefano Massini si trova nel primo capitolo del libro stesso, Un ladro di sogni, nel quale egli fa esprimere a Freud il senso di smarrimento a fronte del mistero del discorso onirico: “chi parla, in me, nei miei sogni? Chi entra nel mio corpo, ogni notte, dopo il trabocchetto che ci ha fatto chiudere gli occhi?”. Al bordo dell’abisso dell’inconscio, prima che gli strumenti dell’interpretazione ne rivelino i significati reconditi, ciascuno vive l’angoscia della perdita di sé, straniero e sconosciuto a se stesso.

Altri sogni, altre esistenze verranno poi a tentare di riempire quell’abisso; ma – scrive Massini – “… ancora oggi una parte di sé sussurra che la ferita non si è mai del tutto chiusa”.

Sottrazione e perdita del senso della propria identità e poi un risarcimento postumo, un supplemento d’anima tramite il furto con destrezza di frammenti delle “vite degli altri”, in un bilancio instabile e necessariamente precario. Un esercizio relazionale che praticano le spie, i poeti e gli psicoanalisti.

Possiamo allora concludere con una bella citazione di Freud, che in un contesto tutt’altro che frivolo come Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte ha scritto: “È inevitabile che noi cerchiamo nel mondo della finzione, della letteratura, del teatro un sostituto a tutto ciò a cui rinunciamo nella vita… La vita è come una partita a scacchi, in cui una sola mossa falsa ci obbliga a dichiararci battuti…” Nell’ambito della finzione, invece, troviamo quelle molte vite di cui abbiamo bisogno.

 

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