Elena Ferrante ha fatto scuola

di Mirella Armiero

Illustrazione di Nikolaus Heidelbach

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 48 de “Gli asini”: acquista il numero e abbonati per sostenere la rivista.

Un piccolo esercito di amiche geniali si è messo in marcia. Dopo il gomorrismo, a Napoli e dintorni si apre l’era del ferrantismo. Come fenomeno narrativo è un po’ più sfuggente del primo, eppure si va delineando con sempre maggiore nitidezza. Se gli scrittori che seguono le orme di Roberto Saviano si muovono nel territorio ben definito di una letteratura di genere, centrata sul racconto della criminalità organizzata, i romanzi che invece riecheggiano stilemi e temi di Elena Ferrante attraversano un campo più ampio. Con due costanti: la narrazione di un percorso di formazione, spesso faticoso, e la centralità della figura della madre. 

Prendiamo Palazzokimbo di Piera Ventre (Neri Pozza). Più di quattrocento pagine di racconto al femminile in una Napoli appena più vicina a noi, cronologicamente, rispetto a quella dell’Amica geniale. Lo stesso orizzonte geografico, che si spinge alla periferia industriale oltre la Stazione centrale, rimanda al mondo di Elena e Lila. Anche qui il luogo dove si svolgono i fatti è “il rione”, così genericamente definito. Ma non si tratta solo di parentele lessicali; le assonanze riguardano più in generale temi e scrittura. Non è questione di plagio o di imitazione: l’autrice di Palazzokimbo sembra aver assorbito in pieno la poetica della Ferrante tanto da non poter raccontare Napoli se non alla sua maniera. Il risultato? Un romanzo ben costruito, che porta però impresso l’eco persistente delle voci di Lila e Lena. La Ferrante fever brucia, evidentemente provoca ustioni anche tra i nuovi scrittori.

Essere bambini a Palazzokimbo non è cosa facile. Per scrivere un bel tema sull’estate tocca inventare villeggiature inesistenti invece di riferire delle faticose e squallide trasferte quotidiane a Licola. Stella, la protagonista, vuole di più, Gran parte del racconto è centrato sulla sua crescita, anagrafica e di consapevolezza. Certe chiuse di frasi ricordano senza dubbio la Ferrante e la sua maniera di rendere assoluto e significativo un dettaglio minimo di esistenza. Per esempio, quando Stella osserva la madre: “Immerse le mani nella bacinella dove, da giorni, il baccalà spurgava il suo sale. Lo strizzò e lo torse. Dalla polpa essudò il liquido in eccesso, mi parve quasi che quella carne piangesse e lei provasse un piacere a maltrattarla”. 

La mamma, dal canto suo, ha la ruvidezza amorevole delle madri della Ferrante. È inflessibile e sfuggente, il suo corpo bianco e grande è oggetto di desiderio di Stella che se ne sente staccata via via di più, irrimediabilmente. E poi appaiono qua e là certe “smarginature”, come direbbe Elena Ferrante: Stella non ha ben centrato il suo ruolo nel mondo, a volte sperimenta una distanza dalle cose e dal reale che ricorda davvero da vicino certi ombrosi momenti esistenziali della complicata Lila dell’Amica geniale

Sugli aspetti più oscuri del sentimento materno indaga anche la scrittura di Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Campiello con L’Arminuta (Einaudi), romanzo dalla forte tensione narrativa, che sembra in più di un passo assumere un andamento “ferrantiano”, soprattutto nella resa asciutta dei momenti più intensamente drammatici. Per esempio quando la ragazza ritorna a casa dalla sua prima madre, quella vera, perché l’altra, adottiva e tanto amata, non la vuole più. Nella sua casa d’origine la mamma povera, resa meschina da una vita stentata, tiene in braccio un bimbo piccolo e accoglie l’Arminuta (che per tutto il libro viene chiamata solo così, senza un nome proprio) con un laconico: “Sei arrivata. Posala, la roba”. E niente più. La storia della “ritornata” si condensa in queste due battute, con sintesi efficace. E poi, nella scena che segue, il racconto procede attraverso l’accumulo di piccoli dettagli insignificanti, come il moscone che vola a mezz’aria “in cerca di un vuoto per uscire”. Allo stesso modo dell’insetto, l’Arminuta resta prigioniera della casa di un tempo, dalla quale però poi, sia pure a fatica, conquista una nuova prospettiva del mondo. 

Perfino il riuscito romanzo di Wanda Marasco, La compagnia delle anime finte (Neri Pozza, finalista allo Strega 2017), evoca in diversi momenti un universo emotivo non distante da quello della Ferrante. Marasco è autrice di valore e prende sul serio il proprio mestiere: non c’è nulla di sciatto o di frettoloso nella sua prosa, costruita attraverso un andamento a tratti lirico ma senza eccessi, che rimanda alla prima sua attività, quella di poetessa. La sua Napoli, raccontata in una saga familiare dal dopoguerra a oggi, ha qualcosa di ferino, di umbratile, di sfuggente. I personaggi femminili esibiscono una fascinazione quasi primitiva. Per esempio la nonna di Rosa, Adelì, sembra una divinità imperturbabile nell’antro oscuro che è la sua casa, dove brandisce forbici e intreccia trame per determinare i destini delle sue figlie. Anche la mamma di Rosa, Vincenzina, sa essere crudele e scaltra, come le madri di Ferrante e di Di Pietrantonio. Ma Wanda Marasco va oltre. Ci parla di un’umanità ridotta all’osso: nessuna illusione di purezza né vagheggiamenti di ipotetiche felicità proletarie. La miseria fa male. E l’essere umano esposto alla condizione di miseria si abbrutisce. Lo dimostra il vicolo, con le sue storie impietose di amori spezzati, illusioni perdute ed esistenze malinconiche. Laddove non batte il sole, tra gli umidi bassi di Capodimonte, non c’è nemmeno speranza. Il riscatto di Rosa, come quello della Elena ferrantiana, passa per l’istruzione, il lavoro e il matrimonio.

Ora, al di là delle analisi in dettaglio, le questioni che pongono questi romanzi sono numerose. Aprono interrogativi sullo stato di salute della letteratura del Sud (due sono ambientati a Napoli, L’Arminuta invece in una provincia misera degli Abruzzi, che però non è così lontana dall’entroterra campano). Dopo l’ondata di gomorrismi più o meno validi, sulla scia del libro spartiacque di Saviano, dobbiamo aspettarci ora una valanga di amiche più o meno geniali? Questa capacità di suscitare epigoni rivela che negli ultimi vent’anni il racconto di Napoli più incisivo, almeno sul piano mediatico, è stato proprio quello dei due scrittori celebri all’estero, paradossalmente oggi distanti entrambi dalla ribalta, Saviano sotto scorta, Ferrante sotto anonimato, ma entrambi oggetto di inesausta curiosità. Le due Napoli che vengono fuori dalle loro narrazioni sono entrambe periferiche, una criminale e cruda, l’altra con maggiori aperture, ma comunque spesso matrigna e sprigionante energie malignamente seduttive. 

Forse a questo punto sarebbe lecito chiedersi se ci sono altre strade valide per raccontare il Sud e in particolare Napoli. Per esempio quelle che da tempo sono rimaste inesplorate, come le vie che portano alla Napoli “normale”, alla Napoli borghese che è ostaggio di una certa letteratura “carina”, melensa e intimista, ma soprattutto inconsistente. Un tentativo che ci aiuterebbe a capire se quella parte di città esiste ancora o è affondata al largo di palazzo Donn’Anna e con lei la possibilità di un riscatto civile.

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