Delitto a Scandicci

di Stefano Massini

disegno di Marco Smacchia

Al numero 9 c’è uno che ha fatto fuori la moglie, poi s’è tagliato le vene”. L’uomo col cappuccio in testa, vestito da jogging, non mi degna di uno sguardo mentre butta là queste parole: sono probabilmente uno dei tanti che nell’ultima mezz’ora gli ha chiesto “Ma cos’è successo? Perché la strada è chiusa?”. E lui, appostato in prima fila, risponde a tutti la stessa frase. Ma a colpirmi è più che mai l’intonazione: nel suo proclama, l’uomo usa un tono sorprendentemente polemico, perfino inaudito, come se quel geyser di sangue in un condominio di periferia fosse in fondo la conseguenza naturale e prevedibile di un malessere diffuso di cui tutti – a partire da lui stesso – avvertiamo l’eco, e dunque perché stupirsi se la miccia incendia l’esplosivo? È come il padre che rimprovera il bambino per aver mangiato talmente tanti hot-dog da farsi venire il mal di stomaco: era un dolore evitabile. Ed è davvero così, mi chiedo? Perché mai questa strage familiare poteva essere “evitata”?

Scendo dalla bicicletta: il mio giro dicembrino verso le colline per oggi si fermerà qui, in una strada come tante, piena di luci natalizie sui terrazzi e di scatole vuote di panettoni ammassate intorno a un bidone della nettezza. Mi guardo attorno: la curiosità richiama le api a sciami, e io non faccio differenza. Tanto più se la curiosità diventa in questo caso un corpo a corpo con quel profondo strato del nostro umano magma che ha a che fare con l’esperienza del terrore. Già, il terrore: letteralmente “ciò che fa tremare”, ed è in questo del tutto analogo al senso del gelo, che ci intorpidisce gli arti fino a farceli sentire estranei. Non è in fondo la stessa cosa? Anche il terrore annulla parti di noi, ci scompone, ci destabilizza, ci priva di quella illusione di compattezza che è fragilissima condizione di ogni provvisoria serenità. Non è dunque solo una sete di sapere a tenerci qui a decine: il contatto con la violenza estrema fa affiorare in noi superfici inesplorate e taglienti, dalle quali siamo a un tempo attratti e respinti. E poi in questa strada, oggi, c’è lo spettacolo obbrobrioso e solenne di una normalità tragicamente infranta, ridotta in brandelli – e questo è il punto – non per un’esplosione ma per un’implosione.

Penso che la violenza endogena, al pari della malattia, abbia in sé qualcosa di inammissibile davanti a cui ci ribelliamo come esseri traditi: se a far strage al civico 9 fosse stata una caldaia o il crollo di un solaio, il nesso fra causa ed effetto avrebbe sparso su tutti noi un alone di maggior quiete, laddove invece – a farci irrigidire – è l’eruzione di un vulcano silente, occulto, celato fra il sofà e il comò. Per cui il nostro voler apprendere è anche una forma di egoistica protezione del proprio nido, nel disperato tentativo di preservarci dal male. Una parte di me resta qui per difendermi. Difendermi da cosa? Dalla paura del buio, temo. Intanto “I corpi li ha trovati la bambina” aggiunge una bionda con il bavero rialzato, in abiti da casa, scesa evidentemente per strada con un’adrenalina da persona informatissima sui fatti. O forse riferisce notizie di seconda mano? Credo sia così, perché da un nonno appostato più avanti apprendo che la cosiddetta bambina in realtà è più che adolescente, mentre dalle mie spalle capto la frase “La moglie era straniera, un’orientale”, sussurrata con tono rassicurante, come per proiettare la scia del sangue su chissà quale sabba di tribù lontane. Ed è solo il primo dei mille luoghi comuni che mi appunterò da questa blood-road in cui tutti avvertono l’insopprimibile bisogno di riferire ad altri un nuovo dettaglio del racconto, sempre per marcare una distanza fra noi e loro, fra le vittime e la folla. “C’erano problemi psichici”, “Era una situazione di degrado”, “Gente con problemi”: perché quest’ansia di voler allontanare ciò a cui invece ci sentiamo incatenati morbosamente, tanto da voler a tutti i costi rimanere qui, a lungo, ancora?

Credo che il nucleo del problema, dolorosissimo, sia nel fatto che al civico 9 è accaduto qualcosa che riguarda in fondo ciascuno, proprio come quel bagno di sangue della famiglia Clutter su cui Truman Capote costruì il suo esemplare A sangue freddo. In quella strage Capote lesse molto di più che una ripugnante cronaca dal Kansas: in quei morti era iscritta la formula di un paese intero incapace di guardarsi allo specchio, rimuovendo di continuo i propri baratri. Così mi lascia senza parole scoprire che in quel condominio di Scandicci si è ucciso in nome del dio lavoro: il muratore Rosario Giangrasso lascia dietro di sé una moltitudine di biglietti in cui la disoccupazione si profila ossessivamente come un mostro tentacolare, le cui spire avvolgono ogni cosa. Ed ecco allora emergere il profilo di una famiglia come chissà quante altre, in cui il lavoro anziché “dar da vivere”, può “dar da morire”, sprofondando nell’assurdo inconciliabile fra un bilancio con “zero entrate” e le plurime brame d’acquisto cui siamo tutti aizzati dal can-can dell’advertising.

Comincia a far buio: le decorazioni di Natale si accendono, e le strade si infittiscono di traffico verso gli outlet, templi delle strenne. Tutto costa, tutto ha un prezzo, tutto è oro, tutto brilla. Ma dietro tutto questo, quali abissi si spalancano? Scrisse Capote, non a caso, sul sangue dei Clutter: “facile ignorare la pioggia, se possiedi l’impermeabile”. Temo che al civico 9 piovesse a dirotto.

Trackback from your site.

Leave a comment